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Un anno vissuto pericolosamente

L’annata del Toro in una foto. Teste chine e sguardi persi nel vuoto.

Partiamo dall’unica buona notizia di questa annata: siamo salvi nonostante questa sia stata la peggior stagione del Toro dal 2012.
Il sentimento popolare che mi prende a schiaffi e il pessimismo cosmico sfociano nella mera rassegnazione.

Mal di pancia come questi, nemmeno da adolescente per la ragazzetta di turno: altro che farfalle nello stomaco, questa era paura bella e buona.

Confuso e felice, guardo il bicchiere e “brindo” con un Dom Pérignon simile a quello ordinato da Fantozzi, Calboni e Filini al nightclub Ippopotamo.

Il risultato che ci garantisce la serie A è uno striminzito pareggio contro la già retrocessa SPAL.
Un risultato scontato dopo la sconfitta del Lecce in quel di Bologna, un punto per far quadrare il cerchio.
Nulla di più potevamo pretendere da questa squadra svuotata, impalpabile, fragile psicologicamente e tecnicamente scarsa.

Il mio (ma non solo il mio) pronostico sull’annata del Toro era di segno radicalmente opposto.
Per fortuna questa stagione è finita ma non deve essere dimenticata.

Il miracolo di Mazzarri

Il campionato 2018/19 era stato un campionato particolare: 63 punti, una difesa rocciosa, gioco non esaltante ma pratico e redditizio.

Quando, nell’ultima di campionato, battiamo per 3-1 la Lazio, la sensazione è che quella squadra fosse andata ben oltre le proprie possibilità.
Mazzarri era riuscito a raccogliere il massimo e sarebbero serviti due-tre titolari e qualche rincalzo per allungare quantitativamente (e qualitativamente) la panchina.

Classifica finale 2018/19

Era chiaro che Mazzarri aveva mascherato le lacune del Toro compattando il gruppo intorno a pochi concetti base, compiendo, di fatto, un piccolo miracolo.

I difetti erano chiarissimi: il centrocampo poco propositivo, gli esterni spremuti all’osso, l’attacco dipendente dal solo Belotti, poco assistito e costretto a sobbarcarsi un doppio lavoro anche in fase di contenimento.

L’addio (tra veleni e polemiche) di Petrachi

Quando il Milan rinuncia all’Europa League e veniamo ripescati, si intuisce che i nostri piani verranno scombinati.
La stagione inizia con il raduno del Filadelfia: è il 4 luglio 2019.

Prima sgambata al Fila

C’è una novità rispetto al passato: Petrachi dopo quasi dieci anni di servizio, non è più il direttore sportivo del Toro.
E’ una novità importante che avrà ripercussioni funeste sull’annata del Toro sin dal suo incipit europeo: nuvole basse di cui capiremo il significato più avanti.
Con l’addio, tra mille veleni, di Petrachi si interrompe il binomio più longevo dell’era Cairo.

Il calciomercato e Cairo (orfano di Petrachi)

Nel bel mezzo del calciomercato, Cairo le aveva sparate grosse (“difesa fortissima, più forte di quella juventina” e “squadra difficilmente migliorabile”).

Queste frasi che già un anno fa a bocce ferme, stridevano, oggi hanno un sapore ancora più amaro e segnano il più clamoroso autogol che un uomo che vive di comunicazione possa commettere.

Cairo aveva confermato l’intera rosa ma al termine del mercato più asfittico di sempre (sia in entrata che in uscita), il Toro acquistava soltanto tre giocatori.
Mazzarri otteneva Verdi, l’esterno Laxalt e il secondo portiere Ujkani, mentre venivano riscattati a titolo definitivo Djidji, Ansaldi e Ola Aina.
Ad incrementare il numero dei difensori, dopo l’addio di Moretti, tornavano dai prestiti Lyanco e Bonifazi.

La coperta corta

Se ci fossimo qualificati per i gironi di UEL, la coperta sarebbe stata sicuramente corta mentre, al netto di infortuni, squalifiche e cali di forma (preventivabili se inizi a giocare a luglio) con il solo campionato e la Coppa Italia, avremmo potuto reggere l’urto.

Le operazioni principali del Toro 2019/20 (in entrata). Fonte Transfermarkt

Mazzarri voleva un centrocampista box-to-box (Pereyra?) e invece si è ritrovato (in extremis) con un Verdi in più e il suo 3-5-2 (con esperimenti di 3-4-1-2 e 3-4-2-1 in cui gli ultimi tre erano Lavezzi-Cavani-Hamsik – hai detto niente), non appariva adatto per inserire l’ex Bologna e Napoli.

L’attacco del Toro per l’annata 2020 è formato da due punte classiche e due mezze punte rapide e tecniche.
Iago Falque, infortunatosi a luglio, esce dai radar (e con lui il 3-4-3) mentre il neo acquisto Verdi fatica a trovare collocazione tattica, posizione e forma.

Nel frattempo, lo spogliatoio scricchiola.
N’Koulou finisce fuori squadra dopo la disgraziata prova contro i Wolves (settimi in Premier League e in corsa in UEL, ndr) e il Toro si ritrova senza uno dei suoi leader.

Il camerunense chiede di non giocare contro il Sassuolo e contro gli inglesi nel ritorno di Coppa: la tifoseria, ovviamente, si spacca.
C’è chi è per il pugno duro, chi incolpa la società e chi aspetta che passi la buriana.

Nkoulou non chiude su Jimenez, Toro-Wolves 2-3

Di bava o dell’immobilismo

Per sostituire Petrachi, Cairo ha scelto una soluzione interna, promuovendo uno dei suoi uomini più rappresentativi ovvero l’ex responsabile del settore giovanile, Massimo Bava.

Immobile nel mercato estivo, invisibile in quello invernale, la sua promozione è sembrata una soluzione di facciata, con Cairo impegnato in prima persona nelle trattative.

Il ruolo del ds però va oltre le schermaglie di mercato, un ds gestisce i rapporti all’interno dello spogliatoio e tiene i contatti tra giocatori e club.
Inevitabilmente Gutta cavat lapidem.

Il girone d’andata

Toro-Sassuolo 2-1 – Belotti-Zaza

In mezzo all’uragano Wolves, e alla conseguente eliminazione dall’Europa League, inizia il nostro campionato.
Butto lì una considerazione: immaginate per un attimo se questa squadra avesse passato il turno.
A cosa saremmo andati incontro? Non oso immaginarlo.

Il Toro, stremato dalle fatiche europee, trova una sudatissima vittoria con il Sassuolo, poi, alla seconda batte l’Atalanta: 6 punti che fanno ben sperare.

Abbiamo l’occasione di spiccare il volo, nel terzo impegno di campionato, ma il modesto Lecce ci batte in casa per 1-2.
Fino a quel punto, i giallorossi, avevano incamerato 0 punti e segnato 0 gol.
La sensazione è che quando ci sia da confermarsi, il Toro si butti via malamente.

FOllie granata

Il girone di andata è un ottovolante.
Siamo spesso in difficoltà e quando non lo siamo, amiamo complicarci la vita da soli, come a Parma.
Dopo un inizio shock, ribaltiamo il risultato e siamo in vantaggio 1-2.
Bremer viene espulso per un fallo di mano e subiamo il pareggio di Cornelius quando mancano pochi secondi alla fine del primo tempo.
La rimonta dei ducali si completa all’88, con un rocambolesco gol di Inglese.

Perdiamo il derby per stanchezza, praticamente senza giocarlo.
L’olandese De Ligt, (primo gol in A), nel primo tempo gioca a pallavolo nella sua area, e poi risolve la stracittadina con una mezza voleé.
Subiremo tanti gol con la difesa schiacciata davanti a Sirigu e gli avversari liberi di colpire a botta sicura da dentro l’area.

54 gol subiti dentro l’area (44+10). Davvero troppi.
Legenda: Tiri = tiri effettuati; G = Goal segnati; Tiri Sub = Tiri concessi; GS = Goal subiti.

CHE FATICA

Facciamo davvero fatica a fare punti e raccogliamo due vittorie in 8 partite: battiamo il Milan in rimonta (26 settebre) e torniamo alla vittoria a Brescia (9 novembre).
Nel mezzo 4 sconfitte e 2 pareggi.
N’Koulou è rientrato nei ranghi ma la difesa fatica e per fortuna che c’è Sirigu in formato Superman.

A dicembre la sensazione è che, dopo un girone di andata veramente altalenante, Mazzarri stia perdendo il timone della squadra.
Ma in tutto questo il Toro è riuscito a riprendersi raccogliendo 7 punti ed è un peccato perché sarebbero potuti essere 9 se a Verona non avessimo gettato alle ortiche un triplo vantaggio.

Il nostro è un capolavoro che si esaurisce con un pirotecnico 3-3.


L’ultima partita del 2019 è contro la Spal. Sembra l’avversario migliore per chiudere l’anno in crescendo ma il Toro spreca ancora una volta l’occasione.
Siamo 1-1, viene espulso Bremer e Mazzarri prova a vincerla, inserendo Zaza: per una volta che Walter ci prova, la perde. Altra sconfitta per 1-2 e altro rimpianto

Inizia il 2020

Quando si ricomincia, infiliamo la nostra miglior striscia stagionale: Roma ko (doppio Belotti), Genoa eliminato in Coppa e Bologna battuto grazie a Berenguer e Sirigu.

Il Toro vira a 27 punti, a -2 dal sesto posto.
Siamo in linea con quanto fatto l’anno precedente ma con troppe incognite e soprattutto con troppi rimpianti che potevano regalarci una classifica migliore.

Il mercato di gennaio sfoltisce la rosa.
Via Iago Falque, 4 presenze da agosto, reduce da un periodo difficile e da una lunga serie di infortuni.
Iago torna al Genoa, in prestito, e l’idea è quella di verificarne lo stato di forma.
Purtroppo i mesi in rossoblù hanno confermato che Iago non è più il giocatore che aveva incantato nelle prime due annate al Toro e sarà interessante capire se il trentenne galiziano farà ancora parte della squadra granata nella prossima stagione.

Iago Falque

Vanno via Laxalt (Milan), Bonifazi (Spal) e Parigini (in B alla Cremonese, via Genoa).
La rosa passa da 24 a 21 elementi.
Se è vero che il mercato di gennaio non offre granché, appare palese che, almeno numericamente, saremmo dovuti correre ai ripari.

Il girone di ritorno

Nella prima contro il Sassuolo, il Toro va in vantaggio, sfiora il raddoppio e poi subisce l’ennesimo blackout.
L’eurogol di Boga e Berardi ci condannano ad una cocente sconfitta.

Non abbiamo ancora visto nulla.
L’Atalanta ci umilia per 7-0, il Lecce ci rifila un 4-0, in una partita dove appare chiaro che la squadra non segue più Mazzarri.
Cairo insiste ma la panchina del toscano scricchiola e i tifosi vogliono la testa del Mister di San Vincenzo.

Mazzarri sconsolato dopo il 4-0 di Lecce

Che non sia proprio stagione, lo capiamo a San Siro in Coppa Italia.
Il Toro va sotto, ribalta il risultato (doppietta di Bremer!) e quando sembra fatta, un tiro di Calhanoglu deviato da Djidji, batte beffardamente Sirigu.
Siamo al 92esimo e nei supplementari crolliamo definitivamente.
Finisce 4-2, Mazzarri viene esonerato prima della partita contro la Sampdoria: al suo posto è chiamato Moreno Longo.

Arriva Longo

Moreno Longo

Nelle prime tre partite con Longo alla guida, il Toro raccoglie 0 punti, segna 2 gol e ne subisce 6.
La squadra è fragile, senza nerbo, irriconoscibile in alcuni degli elementi chiave della stagione precedente, priva di un gioco e di un’anima.

Longo, accolto come l’uomo della salvezza, è in difficoltà.
Il Toro è un pugile alle corde e viene contato in piedi prima dello stop per il Covid a Napoli dove offriamo una prova che definire abulica è dire poco.

il campionato post lockdown

Il campionato riprende a giugno: nelle 13 partite rimanenti il Toro incamera 3 vittorie, 4 pareggi e 6 sconfitte; con un bilancio di 18 gol fatti e 23 subiti che valgano 13 punti (media di 1 punto a partita).
Nelle precedenti 25, Mazzarri aveva raccolto 27 punti (1.08).
Totale, la fatidica quota 40.

Questo mini torneo, concentrato in poche settimane, ricalca la falsariga della prima fase.
La squadra non ha un gioco, fisicamente è a pezzi e resta a galla grazie gli strappi di un Belotti davvero encomiabile.

Il capitano segna per sette partite consecutive e si ferma ad un passo dallo storico record di Ossola (8 gol in 8 partite consecutive).
Accade a Firenze, dove il Gallo coglie il legno (saranno 6 in stagione) che poteva valere, record e pareggio.
Sul capovolgimento di fronte, Cutrone la chiude per il 2-0 finale.

Longo salva il Toro vincendo le partite che doveva vincere, senza squilli e senza entusiasmi.
Perde il derby, ammaina bandiera bianca in alcune partite e lascia il pallino del gioco agli avversari affidandosi esclusivamente al contropiede.

Unica nota positiva, qualche schema ben riuscito sui calci d’angolo e sui piazzati, dove il piede educato di Verdi regala (finalmente) qualche gioia.

Saldi negativi, sempre
Legenda: Tiri eff = Tiri effettuati; Goal = Goal segnati; Tiri conc. = Tiri concessi; Goal Sub = Goal subiti

Longo era stato chiamato per salvare il Toro, lo ha fatto e per questo va ringraziato.
La chance gli arriverà (la merita) e credo sarebbe meglio per lui giocarsi le proprie carte in una società dove possa lavorare senza troppe pressioni, magari con una squadra da lui costruita.

UNA LUNGA SERIE DI COSE INCREDIBILI

Definire questo campionato rocambolesco è dire poco.
Gol incredibili? Certo. Marcatori alla prima segnatura della loro carriera in A: eccoli.
De Ligt, Svanberg, Strefezza, Kulusevski, Deiola e Godin.
Nandez, due gol in 35 partite: uno all’andata e uno al ritorno. Voilà.

Robe dell’altro mondo.
Sirigu prende gol da 40 metri da Acerbi e da centrocampo da Ilicic.
Torregrossa va in gol dopo un assist di fondoschiena di Meité su lancio sbagliato di Zmrhal.
Lyanco fa autorete a Firenze su svirgolata di Kouamé.
Fa addirittura autorete Belotti, a Roma, con una deviazione sfortunata.
Prendiamo gol da rimessa laterale contro la Sampdoria (che segna 3 gol in nove minuti), subiamo un gol da Kulusevski dopo 1 minuto di gioco con un rimpallo che definire comico è ancora fargli un complimento.
Prendiamo gol anche da Ronaldo che non segnava su punizione dai Mondiali del 2018.
Perdo il conto di quanti gol abbiamo subito per via di deviazioni millimetriche di nostri difensori.
Una mattanza assurda.

Le colpe

Gianluca Petrachi ex Ds del Toro (e della Roma)

Il Toro in un anno è passato dal settimo (63 punti e una difesa d’acciaio) al sedicesimo posto (40 punti e 68 gol subiti).
Un caro amico ha sentenziato che, tutto questo è qualcosa di misterioso e sublime allo stesso tempo.

Obiettivamente non aver gestito il pasticcio Petrachi e non aver migliorato la rosa è colpa ben precisa di Cairo ma in campo ci vanno, sempre e comunque, i giocatori.
Giocatori che salvo qualche elemento, hanno disputato una stagione al di sotto delle aspettative e in controtendenza rispetto al campionato precedente.

LA difesa

Sirigu ha subito 64 reti ma è stato in più di una occasione il migliore in campo.
Il portiere sardo è passato dai 15 (su 36 presenze) clean sheet della stagione 2019 agli attuali 7 (su 36).
Questo la dice lunga sulla stagione disputata dal Toro.

La difesa è sicuramente il reparto che finisce sotto accusa, proprio rispetto alle prestazioni dell’annata precedente.
Facciamo un’eccezione per Bremer che ha mostrato buon anticipo e discreto fiuto del gol (5 in tutto tra Coppa e Campionato): nonostante qualche amnesia, il ragazzo merita fiducia e andrà valutato in una difesa a 4.

Al drammatico calo di Izzo e all’insufficiente stagione di N’Koulou, vanno aggiunte le pessime prestazioni di Lyanco (spesso infortunato, molto indisciplinato tatticamente e troppo irruento) e Djidji.

Il centrocampo

La delusione più grossa arriva da Meité.
Il francese, per fisico e stazza dovrebbe essere dominante, ma ha troppe pause, è indolente, perde troppi palloni ed è spesso fuori posizione.

Questa squadra continua ad avere un centrocampo di bassa qualità.
Ad esclusione di Baselli, gli altri interpreti, Meitè, Lukic e Rincon hanno doti da incontristi più che da organizzatori di gioco.
Se è vero che le partite si vincono in mezzo al campo, la rivoluzione dovrà necessariamente partire da qui.

De Silvestri ha corso finché ha potuto ed è stato uno dei più generosi ma il punto è che né lui, nè Ansaldi dovevano essere titolari inamovibili.

Ansaldi, nonostante i suoi problemi fisici e i suoi 33 anni è stato il migliore degli esterni.
Quando sta bene, su quella fascia, dimostra ancora di sapere il fatto suo, ma vale il discorso fatto in precedenza per De Silvestri: considerarlo titolare appare un azzardo.

Il nigeriano Ola Aina su cui il Toro aveva puntato forte, ha dimostrato tutti i suoi limiti.
Veramente incredibile come non riesca a sfruttare la sua velocità per superare l’uomo e crossare.
Aina potrebbe essere un buon esterno di centrocampo (in un 4-4-2) mentre è oramai chiaro che il 3-5-2 non sia cucito sulle sue spalle.

Ma è sugli esterni che il Toro ha continuato a ruminare il suo gioco con una media di 20 cross a partita.
Se questo può sembrare un limite, la nota dolente è che la squadra di Mazzarri e Longo è stata la seconda in serie A per lanci lunghi (61 a partita) e la diciassettesima per passaggi corti, 330 per match.

l’Attacco

Andrea Belotti

Da Verdi ci aspettavamo molti assist e qualche gol in più.
Il saldo del numero 24 è chiaramente negativo, ma è indubbio (anche solo per il valore dell’investimento) che il Toro punterà su di lui nella prossima stagione.

Il migliore, nemmeno a dirlo, è stato il Capitano, Andrea Belotti.
16 gol, tanto cuore e tanta corsa su e giù per il campo, all’interno di una collocazione tattica che ha lasciato più di un dubbio.
Vedere il Gallo sfiancarsi e non ricevere lo straccio di un pallone è qualcosa che fa davvero male, vederlo “assistere” con cross o passaggi i suoi compagni non mi è parsa la soluzione migliore.
Alienato in fascia e quasi mai in posizione centrale, il Capitano ha dimostrato di essere legato a questa maglia.

Zaza ha contribuito in maniera scarsissima alla causa.
Pochi gol, ma soprattutto la sensazione di essere avulso (e non poco) dall’ambiente granata.

Qualche statistica.
Il Toro ha tirato pochissimo verso la porta avversaria (11.7 tiri a partita) e solo 4 di questi sono finiti nello specchio (sedicesima squadra su venti, nella classifica di serie A per entrambe le statistiche).
Una curiosità. Il Toro è la seconda squadra per dribbling in serie A: 18.8 a partita (11.8 riusciti + 7 persi), solo il Sassuolo ha fatto meglio.

GLI Altri

In ordine sparso.
Metto qui Berenguer perché nonostante abbia giocato parecchie partite, è evidente che per lo spagnolo ci sia un problema di collocazione tattica.

Troppo leggero per questi livelli, ha fatto bene da esterno in un 3-4-1-2 (quarto di centrocampo), mentre ha convinto meno nel tridente.
Difficile immaginarlo in un 4-3-1-2.

Berenguer, Millico, Edera

Bonifazi, Parigini, Edera e Laxalt sono stati semplici comprimari mentre Millico, Adopo, Singo con una situazione di classifica diversa avrebbero meritato più spazio.
Il momento delicato e la necessità di fare punti ha convinto Longo a scegliere giocatori più esperti.
La realtà è che dalla panchina potevamo pescare davvero poco e che, quasi mai, chi è entrato ha cambiato il volto delle partite.

L’annata del ToroLe statistiche della Rosa.
Legenda: Pallone = gol fatti; Piede+pallone = assists; Freccia verde: subentrato; Freccia rossa: sostituito; MP= media punti;
In verde i migliori tre per ogni statistica.
L’annata del ToroLe statistiche degli altri

Il futuro?

L’annata del Toro – Urbano Cairo e Davide Vagnati, neo ds del Toro

Mentre stava per ripartire il campionato, Cairo ha ridisegnato l’area tecnica, ingaggiando il giovane ds della Spal, Davide Vagnati, lasciando intendere che sarà ancora lui il “one man band”.

Mi viene in mente, a riguardo, una battuta di Enzo Biagi su Silvio Berlusconi.
“Se Berlusconi avesse le tette farebbe anche l’annunciatrice.”
Ed è proprio questo l’errore principale di Cairo: un presidente non deve interferire con l’area tecnica.

Il suo compito è quello di strutturare la società, farla crescere, migliorarla, darle prospettive e futuro, anche in previsione di un suo addio.
Una società più forte acquista valore, attrae sponsor e investitori, assume una maggiore spendibilità commerciale.

La cordata e l’impiccato

La notizia girava da qualche tempo.
Forse era più una suggestione (o una speranza) che rimbalzava sui social, ma nei giorni successivi alla salvezza, la notizia è arrivata.
A rilanciarla, prontissima come sempre quando c’è da stuzzicare l’ambiente granata, La Stampa.

La Stampa – Mercoledì 10 luglio 2020

Ci sarebbe – si legge nell’articolo – una nuova cordata di imprenditori pronta a rilevare il Toro.
Si continua con le indiscrezioni, la costruzione di un nuovo stadio nell’area di piazza d’Armi (di fronte allo stadio Olimpico!), il rilancio del settore giovanile.

Mi viene da ridere per non piangere.
E mi chiedo.
Ma tra Cairo e questi fantomatici imprenditori di cui non sappiamo ancora nulla, non ci sarebbe una simpatica via di mezzo?

IONESCO, BECKETT E PIPICELLA

Gli advisor e l’avvocato. Sono loro a curare gli interessi degli imprenditori interessati al Toro
Da sinistra Pipicella, Servetti e Scalari

Una cessione societaria potrebbe essere considerata addirittura fisiologica dopo 15 anni della stessa presidenza.
Cedere, ma a chi? E con che prospettive?
Tutte le storie hanno un inizio e una fine e Cairo per sua stessa ammissione ha citato gli esempi di Berlusconi e Moratti.

Ed ecco che la tanto attesa cordata si presentò al mondo granata in tutta la sua pochezza, generando ilarità e meme che hanno intasato il web.
Ionesco e Beckett furono grandi maestri dell’assurdo ma i tre che si presentano in conferenza stampa rischiano di offuscarne la memoria.

Ognuno tragga le proprie conclusioni

Escludo che qui arrivino cinesi o arabi, storicamente quelli che ci sono capitati erano dei mezzi banditi o dei poveracci che facevano comodo alla Famiglia Agnelli.
Agitare oggi lo spettro della FIAT in un senso o nell’altro, appare anacronistico.

Il punto è sempre il medesimo.
Quale imprenditore investirebbe denaro qui, legando il suo nome a quello di una città in cui c’è la Juve?

A Bologna, Firenze, Roma (Saputo, Commisso, Pallotta) si sono mossi per un motivo: la costruzione di un nuovo stadio e se non potranno farlo, inevitabilmente dovranno rivedere investimenti e impegno.
Pallotta tra l’altro sta per uscire di scena, Commisso ha già detto che i politici gli fanno perdere e tempo e Saputo, beh, Saputo ha scelto Mihajlovic che ha già capito che aria tira a Bologna.

In Italia l’unica squadra che ha costruito lo stadio ex novo, sappiamo quale è.
Udinese e Atalanta hanno migliorato le strutture già esistenti ma sono realtà di piccole città, senza competitor e con giunte comunali molto accondiscendenti.

Cairo al bivio

Cairo è ai minimi storici della sua esperienza granata e anche compiendo un miracolo, agli occhi di molti tifosi, non riuscirebbe ad andare a pari con gli ultimi quindici anni.
Per qualcuno, la cordata sarebbe una invenzione di Cairo per mostrare al popolo granata che lui è ancora il meglio che ci sia sulla piazza.

Diciamo che inventarsi una cordata non credo basti, e inoltre, se proprio invenzione doveva essere, poteva essere gestita meglio.
Cairo è arrivato davvero ad un bivio.
I tifosi –la maggior parte?– vogliono la sua testa, gli rinfacciano l’assenza di un progetto, i troppi errori commessi e l’assenza di risultati.

Forse sarebbe il caso di farsi da parte, forse sarebbe necessario scoprire definitivamente le carte e dimostrare di tenere davvero al Toro.
Gli argomenti sono i soliti: il miglioramento della prima squadra (fare peggio, sembra davvero impossibile), il Filadelfia e il Robaldo, ma soprattutto i risultati sportivi.

Questo appare davvero come il punto di non ritorno.
La piazza è caldissima e non sembra pronta a perdonare ulteriori passi falsi.
Non sarà la ricostruzione di Petrachi del 2010, ma il prossimo mercato ci assomiglierà molto da vicino e vedremo se Vagnati pescherà anche da mercati non propriamente conosciuti.

Lo stadio Filadelfia

Bisognerà investire (e bene) e se sarà necessario sacrificare qualcuno dei (pochi) pezzi pregiati.
Non ho buone sensazioni ma mi auguro che cambieremo il modo di fare mercato.
Nel passato abbiamo puntato (e perso) tutte le scommesse maggiori (Niang, Soriano, Zaza, Verdi ndr), ovvero i giocatori che avrebbero dovuto farci compiere il salto di qualità.

Tutti in cerca di riscatto, in una piazza capace di rigenerare anche i calciatori in difficoltà.
Forse adesso varrebbe la pena di investire su giocatori in rampa di lancio, pronti, soprattutto nei ruoli chiave.

SU CHI PUNTARE?

Simone Verdi

Farei prima a dire su chi non puntare ma per una questione economica, di contratti, di mercato e anche di logica, sarebbe impensabile cambiare tutta la rosa (o quasi).

Il centrocampo è il reparto che ha maggiori necessità.
Rincon è una Volkswagen ad alto chilometraggio e non credo che al El General si possa chiedere all’infinito di cantare e portare la croce, giocando in un ruolo non suo.

Baselli sarà out fino a dicembre mentre Lukic, dopo tre stagioni in cui non è mai stato titolare è un semplice rincalzo.

Ci sono poi gli esuberi, i giocatori fuori dall’eventuale progetto tecnico che verrà, o semplicemente quelli che non hanno convinto pienamente: Zaza, Iago, Djidji, Boye (di ritorno), Edera per fare qualche nome.
Interessante capire quale sarà il futuro dei prestiti Segre, Bongiorno e dei giovani già in rosa, Millico, per esempio.

la guida tecnica


Sfumati Juric e Pioli, che hanno rinnovato con le rispettive società e Di Francesco, accasatosi a Cagliari, al Toro sono stati accostati i nomi di Semplici (che Vagnati conosce bene), Maran e Giampaolo, oltre ai vari Nicola, Montella e Spalletti.

La scelta, alla fine, è caduta su Marco Giampaolo.
Scetticismi a parte, (avrei preferito Di Francesco) il suo nome è legato ad un’idea di gioco molto riconoscibile e diametralmente opposta rispetto al recente passato.

Una scelta che implica un cambio modulo.
Il Toro giocherà con la difesa a 4 (prepariamoci a una difesa alta e soprattutto esposta a pericolose amnesie in ampiezza – difetto strutturale del gioco di Giampaolo), rombo di centrocampo con play basso (il fantomatico regista), un trequartista e due punte: che definisce il 4-3-1-2.

Giampaolo necessiterà di tempo (tanto) e di giocatori adatti alle sue idee e al suo gioco.
Non assecondarlo sarebbe un clamoroso errore.

L’ex Milan è stato accolto con grande scetticismo (per usare un eufemismo) ma la sensazione è che in questo momento storico, ai tifosi granata non andrebbe bene nessuno.

Certo è che dopo il rischio di una clamorosa retrocessione, un’altra squadra mal costruita potrebbe rivelarsi ferale per i nostri destini.
Non resta che attendere.

Pubblicato da Danilo Baccarani

Di Torino, amante di calcio e sport, laureato in storia del Cinema, innamorato di Caterina e Francesco, sposato con il Toro. Se rinascessi vorrei la voleè di McEnroe e il cappotto di Bogart. Ché non si sa mai.

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