Adem e il cubo di Gram

Lo spunto me lo dà un corsivo di Massimo Gramellini sul Cor sera.
Siamo sul finire di un mercato di riparazione asfittico, nessun grande nome, nessun colpo di scena, molte trattative non si concludono per via delle altissime richieste di club, agenti e calciatori.
Gennaio è così. Da un lato chi ha bisogno di comprare cerca di risparmiare, chi vende, prova ad approfittarne.
Adem Ljajić è stato al centro dei gossip di mercato alimentati da alcuni indizi inequivocabili.

Gli indizi 

Il primo indizio. Le tre panchine consecutive collezionate dal fantasista serbo da quando Mazzarri è allenatore del Toro.
Il tecnico di San Vincenzo è arrivato in concomitanza con il ritorno all’attività del numero 10 granata, dopo l’infortunio occorsogli sul finire di Toro-Napoli.

Il secondo sono le parole di Cairo e Mazzarri che come si dice in questi casi: “Non confermano e non smentiscono rumors (e mal di pancia)”.
Il terzo sono le sirene russe che già in passato bussarono alla porta del Toro (lo Spartak) senza  troppa convinzione (e senza troppi soldi).
Il quarto indizio è poi quello da cui nascono tutti gli altri: la collocazione tattica di un giocatore come Ljajić in un modulo come il 3-5-2 che Mazzarri apprezza particolarmente.
Ma su questo ci tornerò.

Gramellini nel suo corsivo fa 1+1 e dice: “Ljaijc non è adatto al modulo pertanto non giocherà.”
Il vice direttore del Corriere va oltre e parla di un giocatore non gradito ai più per una serie di motivi (indolenza, genialità a tratti) non riconducibili a quell’atteggiamento che per “noi” tifosi granata è rintracciabile, a suo modo, in Acquah e Boyè. (mah.)
Posto che i gusti personali sono tali, l’1+1 di Gramellini è fallibile proprio per la sua banalità intrinseca.
A un giocatore come Ljajić il Toro deve assicurare un posto fisso in campo, non fuori, innanzitutto perché in questa squadra ha doti tecniche che nessuno ha, è ottimo assist man e buon realizzatore.
Allora perché no? Solo perché è difficile da collocare tatticamente?
Ma qui l’inghippo è un altro. Non è Ljajić ad essere fuori luogo è il modulo che non lo aiuta.
E quindi come si fa?
Certo, caro Gramellini, non è la presenza di Ljajić a sbilanciare gli equilibri (Purtroppo, con lui in campo, la squadra si sbilancia e imbarca secchiate di gol, dice lei) bensì un modulo che questa squadra non poteva reggere, il 4-2-3-1, con la presenza contemporanea di troppe punte e un centrocampo che dovrebbe essere composto da giannizzeri e non da atleti normali come sono i nostri Baselli e Rincon. Questa era l’idea di Mihajlovic. Ed è naufragata con lui.

Mazzarri, 3-5-2 e il trequartista

Mazzarri è tecnico preparato e conosce i suoi polli: a Reggio Calabria giocava con Amoruso e Bianchi, a Napoli con Cavani e Lavezzi, a Genova con Pazzini e Cass…aspetta aspetta. Pazzini e Cassano? E dove starebbe la differenza tra Pazzini-Cassano e Belotti-Ljajić?
Certo alla Samp Mazzarri non aveva Iago Falque e Niang, aveva esterni molto abili a spingere e una rosa adatta al 3-5-2.
Benedetto o maledetto che sia, questo 3-5-2, lo abbiamo visto per mezz’ora a Reggio Emilia e l’attacco era formato dalla strana coppia Iago-Niang (per sfruttare eventuali contropiedi, mentre Belotti era ancora ai box e Ljajić era alla seconda convocazione dopo l’infortunio).
Mazzarri ha più volte ripetuto che deve valutare la rosa, che giocheranno sempre i calciatori che sono al 100%, che il modulo non sarà uno solo e che non si preclude nulla: ovvio, dico io.
Dal mercato di gennaio non può ottenere praticamente nessuno quindi dovrà far di necessità virtù e si trova in rosa un trequartista che normalmente non userebbe.
Possiamo immaginare che proverà un sistema per includere l’unico uomo in grado di accendere la luce sistemandolo in un 3-4-1-2? (O 4-3-1-2?)

Perché privarsi di fantasia e classe?

Gramellini definisce Ljajić, un ’enigma paragonabile al cubo di Rubik: senza soluzione. 
Spiace contraddirLa Gram, ma il cubo una soluzione ce l’ha e quello che cambia nella risoluzione dell’enigma è solo la sequenza delle mosse che portano a risolverlo.

Così per Rubik, così per Ljajić.
A Mazzarri spetta trovarla per due motivi: il bene del Toro presente e il bene del Toro futuro. Tradotto, migliorare le prestazioni di Ljajić significa migliorare il campionato del Toro e aumentare il valore del calciatore.
Ljajić è un patrimonio del Toro e inutilizzarlo significa svalutarlo.
Una doppia follia che nessuna società potrebbe permettersi, figurarsi il Toro di Cairo.

Nella storia del calcio molti allenatori hanno trovato sulla loro strada giocatori particolarmente talentuosi, bizzosi e di difficile collocazione tattica ma raramente ho visto accantonare quelli che a pallone ci sanno giocare.
I detrattori di Ljajić contestano al serbo la sua indolenza e la sua discontinuità ma possiamo davvero rinunciare ad un calciatore che l’anno scorso ha segnato 10 gol e dispensato 9 assist?
Quest’anno Ljajić ha realizzato 3 reti e servito 5 assist, in 16 presenze, prima di infortunarsi nella partita contro il Napoli.
Al Toro, in 53 presenze Ljajić ha collezionato (campionato+coppa) 15 reti e 19 assist.
Se in questi anni nessuno è stato in grado di gestirlo, perché non è dovere del tecnico (e della società) provarci, mettendolo in condizione di rendere al meglio: che poi, per ogni calciatore vale questo principio. Dove starebbe lo scandalo?
Certo che la sua classe non è all’altezza di squadre di alto cabotaggio (qualcuno dice: “Sennò starebbe al Real Madrid.”) ma allo stesso tempo ricordo che qualche anno fa, un giocatore così lo potevamo guardare in tv mentre annaspavamo in serie B.
Ripeto. Quelli che sanno giocare a calcio, preferisco averli a disposizione.
Poi, sinceramente, capisco l’allenatore e i suoi dubbi tattici, ma mi chiedo se non sia sfidante anche per lui, riuscire a fare centro dove altri hanno fallito.


Il diritto alla diversità

Il serbo è l’unico giocatore della rosa ad assomigliare vagamente a un fuoriclasse. Un Baggio (molto) minore.
Così Gramellini. Certo Ljajić non è Baggio (e mai lo sarà) ma il diritto alla diversità, alla bizzosità e all’indolenza, glielo concederei: 
lampi di genio che è difficile vedere se uno viene emarginato dal gioco (a sinistra nel 4-3-3) o peggio dimenticato in panca, il diritto al colpo di classe estemporaneo.
Ecco perché dico che se dovessi scrivere una formazione che contempla un calciatore come il serbo, prima scriverei il suo nome e poi aggiungerei gli altri dieci.

Ljajić va trattato come un fuoriclasse, perché quello è.


Chiosa.
Non apprezzare il talento o non saperlo gestire, accantonandolo, oltre ad essere controproducente mi è sempre sembrato una sciocchezza.
A maggior ragione dove c’è un unico e insindacabile giudice: il campo. 
Il campo dice che Ljajić è il giocatore più tecnico e fantasioso che il Toro ha in rosa. 
Inutilizzarlo o venderlo (adesso soprattutto) ricorderebbe molto la favola del marito che per far dispetto alla moglie…

Precedente Tanto tuonò che piovve - Di derby e di esoneri Successivo Quel che resta del derby - Novanta minuti di non Toro

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.