Racconti europei – Italia-Germania, Bogart e una valanga di ricordi


Quando Pellè ha scaricato il pallone del definitivo 2-0 alle spalle dell’incolpevole De Gea, ho guardato mio padre, seduto a fianco a me, e ho detto: “Ci risiamo.”

Il genitore ha prima abbracciato suo nipote che esultava vagando per il salotto urlando di gioia, poi mi ha guardato e si è lasciato andare, sprezzante, in un commento sulla partita di sabato: “Quelli se la stanno già facendo sotto.”
Questo è il tipico commento di mio padre quando, puntualmente, il calendario delle grandi competizioni calcistiche ci mette di fronte alla Germania.
Un commento che definirei classico, come l’incontro stesso. Una sorta di ripetizione sempre uguale e sempre diversa, un cliché che è uscito dalla standardizzazione dell’evento stesso per entrare di prepotenza nell’immaginario collettivo di due popoli, degli appassionati di calcio in generale ma anche delle persone a cui il calcio importa poco o niente.
Italia-Germania è il cugino che rivedi con piacere, l’amico con cui giocavi a pallone da bambino; è un coacervo di ricordi che si intrecciano mentre quel campo da calcio, con il passare degli anni nelle immagini tv diventava sempre più verde.
Italia-Germania è un classico come i libri che i professori ci invitavano a leggere nelle nostre calde estati di studenti: Narciso e Boccadoro, Il maestro e Margherita, Calvino, i russi, Maupassant, Il giovane Holden.

Italia-Germania sono film come Via col vento, La finestra sul cortile, Ombre rosse o Casablanca.
Umberto Eco a proposito di Casablanca, ebbe a dire: “Quando gli archetipi irrompono senza decenza, si raggiungono profondità Omeriche. Due cliché fanno ridere, cento commuovono”.
E allora come non ricordare l’urlo di Tardelli, la spalla lussata di Beckenbauer, il goal di Grosso, la bordata di Balotelli, ecco cosa è Italia-Germania. Una sfida epica.


Di tante suggestioni e tanti ricordi, Italia-Germania è corollario, aneddoto, memoria.
Questa è la partita che non finisce mai e attraverso alcuni degli incontri più significativi, ci avviciniamo all’incontro di sabato sera.

Città del Messico, 17 giugno 1970 – Stadio Azteca
Italia-Germania 4-3

« Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani! »
Nando Martellini

Quella notte italiana me la sono sempre immaginata buia, con le strade vuote, i televisori rigorosamente in bianco e nero accesi a volume basso.
Mio padre dice sempre che faceva caldo e non posso far altro che credergli.
Mio padre ama questa partita forse perché gli ricorda la sua giovinezza. Forse perché era novello sposo. Forse perché questa partita è una di quelle cose a cui avresti voluto assistere e lui, fortunato, come tanti altri, Italiagermaniaquattroatre, l’ha vista, l’ha vissuta e la può raccontare.

FILE - The June 17, 1970 file photo shows the fourth goal for Italy scored by Gianni Rivera, left, during the Football World Cup semi-fnal between West Germany and Italy in Mexico City, Mexico. From left to right : Rivera, West German Captain Franz Beckenbauer, Italy's Gigi Riva, Germany's Berti Vogts, and German goalkeeper Sepp Maier. Italy defeated West Germany 4-3 after extra time. On Thursday, June 28, 2012 both team face each other again in the second Euro 2012 soccer championship semifinal match. (AP Photo/Foggia)

La partita del secolo fu epica. Fu una partita mediocre fino al novantesimo minuto, ovvero quando Schnellinger pareggiò il goal di Boninsegna siglato in apertura di match.
Senza quel guizzo, oggi non avremo Italia-Germania 4a3. Mio padre suole ripetere: “Schnellinger era stato veramente uno stronzo. Avrà fatto sì e no due goal (in Italia segnò 3 goal, ndr) in tutta la sua carriera e va a segnare al 90’ in semifinale di Coppa del Mondo? A chi poi? All’Italia e agli italiani che ti hanno dato soldi e che ti hanno regalato una carriera…Vive ancora in Italia, tanto si trova bene. Eppure, senza quel gol, sarebbe stata una partita e una nottata come tante altre, banale e non epica. Alla fine, quello, lo dobbiamo pure ringraziare.”
Per la cronaca Schnellinger, quella sera segnò il suo primo e unico gol in quarantasette partite con la nazionale tedesca.
Da lì, da quel goal di un anonimo terzino, Italia-Germania inizia a scrivere la sua storia.

Schellinger

Per capire quanto quella partita sia entrata nella vita di noi italiani, basti pensare alla grande quantità di scritti, romanzi, film che la citano o ne incentrano l’avvenimento (Italia-Germania 4-3 di Andrea Barzini, film del 1990) per raccontare una storia, alimentandone l’epopea, tenendone vive memoria e ricordo.

Perché se Italiagermaniaquattroatre è leggenda, lo dobbiamo a calciatori che entrano di diritto nell’epica. E non parlo solo di epica sportiva.
Beckenbauer con la spalla lussata e il braccio legato al corpo giocherà una delle sue migliori partite di sempre: se non è un gesto eroico e di altri tempi questo, francamente non saprei citarne altri.
Domenghini, l’ala destra con i piedi montati al contrario (papà dixit) che correva sempre in maniera rettilinea, Boninsegna e Riva che facevano a sportellate con i difensori tedeschi e poi Muller, Seeler, Overath.
Burgnich che segna un goal da opportunista, Albertosi che para a mani nude, Martellini che con il suo garbo e la sua enfasi controllata, disegna una straordinaria telecronaca.

e

Immagini come quella che mi scattarono insieme ad Uwe Seeler a Monaco di Baviera durante i Mondiali 2006.
“Sig. Seeler, possiamo fare una foto insieme? Mio padre sarebbe molto felice, la ammirava molto.”
Ometto bassino, tarchiato, ma in campo geniale secondo le cronache dell’epoca, si prestò, sorridente, alla foto.
Arrivato a casa, dissi a mio padre: “Papà, ho fatto una foto con Seeler!”
Mio padre la guardò come si guarda la foto di un vecchio amico, un compagno di scuola perso nel corso del tempo.
Sorrise. Poi disse: “Questo era proprio un figlio di…”

Seeler

Mi piace pensare che per mio padre, come per molti dei nostri padri, quella partita sia un ricordo da custodire e allo stesso tempo da tramandare per mantenerne viva la memoria.
E ancora oggi, quando se ne parla, il racconto è sempre il medesimo.
Uguale, identico, preciso. Come una cerimonia.
Tutto sempre uguale.
Tutto meravigliosamente uguale.

 

Madrid, 11 luglio 1982 – Stadio Santiago Bernabeu
Italia-Germania 3-1

Il primo Italia-Germania di cui ho ricordo, è il sogno di qualunque tifoso. Madrid, 11 luglio 1982.
Non credo ci sia molto da aggiungere. Chi ama questo sport sa di cosa sto parlando.
Questa è la finale del campionato del mondo di calcio.

L’estate calda e intensa scorreva lenta e noi ragazzini riempivano i giardinetti correndo dietro ad un pallone, sognando grazie a quella formazione che diventò una specie di filastrocca: Zoff-Gentile-Cabrini-Oriali-Collovati-Scirea-Conti-Tardelli-Rossi-Antognoni-Graziani.
In tribuna c’era Pertini e Nando Martellini era al microfono.
Cliché che si ripetono. Sempre uguali, sempre meravigliosamente uguali.
Anche questa non fu una gran partita, iniziò con qualche nervosismo e qualche fallo di troppo, il gioco, duro, spezzettato,
I nostri apparivano piuttosto bloccati mentre i tedeschi sembravano soprattutto stanchi.
Non accade nulla o quasi fino al ventiquattresimo, quando su lancio di Altobelli, Conti venne abbattuto da quel marcantonio di Briegel.
Rigore solare che Coelho non poteva non concedere.

Un mortaretto esplode a pochi centimetri dal dischetto mentre, pronto a calciare, c’è Antonio Cabrini. Di fronte a lui c’è il discusso Harald Schumacher, uno che in semifinale ha eliminato fisicamente il francese Battiston, facendogli saltare qualche dente con un’uscita che definire assassina è dire poco. Il tutto senza chiedere nemmeno scusa.
Cabrini tira e la palla, calciata malamente, termina a lato, sul fondo.
Si va all’intervallo sul risultato di 0-0.
Il terzino azzurro è scosso, frastornato, non si dà pace e negli spogliatoi Cabrini chiede, in lacrime la sostituzione. I suoi compagni non lo assecondano, lo rincuorano, gli fanno capire che no, non importa.
Invece nello spogliatoio tedesco, il clima è tutt’altro che disteso. C’è come una sorta di rassegnazione apparente. Ricorderà poi Capitan Rummenigge:

“Nell’intervallo delle altre partite, ognu­no dava consigli, suggerimenti. Quella sera invece non fia­tava nessuno. Un silenzio quasi irreale, pareva di essere sot­to di tre o quattro gol, invece eravamo sullo 0-0, potevamo ancora giocarci il titolo. Niente. Solo le parole del commissario tecnico Derwall, ma nessuno di noi aprì bocca.”

Nel secondo tempo il pallino delle operazioni passa decisamente in mano agli azzurri.
I tedeschi si limitano a spezzare il gioco, continuano a bersagliare il povero Oriali, vittima di più e più falli e non riescono mai ad impensierire Zoff in maniera pericolosa.
Al 57′ dopo l’ennesimo fallo ai danni del mediano azzurro, Tardelli batte repentinamente il susseguente calcio di punizione. Il numero 14 azzurro apre il gioco sulla fascia dove Gentile crossa di destro. Si crea una strana mischia con Schumacher incerto sul da farsi e Pablito Rossi è abile a battere sul tempo sia il fortissimo Karl-Heinz Forster, sia il suo compagno Cabrini.
Colpo di testa e 1-0.
I tedeschi caricano a testa bassa. Stielike, uno dei più cattivi e sleali giocatori che abbia mai visto calcare un campo da calcio, e Breitner sono gli ultimi ad arrendersi e suonano la carica. Entra il gigantesco Hrubesch per Dremmler.

L’Italia tiene botta. Si arrocca in difesa e aspetta, pronta a colpire in contropiede.

Ed è così che al 69′ gli azzurri raddoppiano. Rummenigge serve malamente Breitner e Rossi, in ripiegamento difensivo gli ruba il pallone che finisce tra i piedi di Scirea.
Il ribaltamento di fronte è rapido. I nostri sembrano un fiume in piena e si riversano prima oltre la linea di centrocampo e poi nell’area tedesca. Sono in sei. Due di loro sono difensori. Scirea di tacco per Bergomi, Bergomi per Scirea, Scirea centra basso per Tardelli. Stop, tiro, rete. 2-0.
Gli altri tre azzurri, Conti, Rossi e Altobelli, assistono alla marcatura che fa pendere definitivamente l’ago della bilancia dalla nostra parte.
Tardelli si lascia andare ad un urlo liberatorio. Anche Martellini rompe l’etichetta composta delle sue mirabolanti telecronache e anche mio padre, solitamente molto pacato, urla mentre abbraccia il suo vicino di sedia.

Esce Rummenigge il capitano tedesco e questo è un altro dei segni della resa teutonica.
All’81’ Conti parte in contropiede. La sua è una lunga volata da mezzofondista. Il folletto azzurro entra in area dal lato corto e crossa basso per Altobelli. Spillo elude portiere e difensore e deposita in rete per il 3-0 che fa gridare ad un emozionatissimo Martellini: “E sono tre, e sono tre…Altobelli, terzo goal di Altobelli…”.
Anche Pertini, inquadrato dalle telecamere spagnole, si lascia andare ad un eloquente: “Non ci prendono più.”

Il goal della bandiera di Breitner serve solo per le statistiche, concede ai tedeschi l’onore delle armi e rende meno amara una serata da dimenticare. Per loro.
Finisce 3-1. 
Il resto è letteratura.
Il volo di Stato riporta gli Azzurri in Italia, ospiti del Presidente della Repubblica con la famosa partita a carte giocata dai veterani della spedizione: Causio e Bearzot contro Zoff e Pertini.
Un’immagine bellissima e romantica, un’immagine che sa di osteria, di fumo, di bicchieri di vino bevuti tra una chiacchiera e l’altra, tra una partita di scopa e un tressette.

 

Zurigo, 22 maggio 1984 – Stadio Letzigrund
Germania-Italia 1-0

Questo episodio se lo ricorderanno in pochi. Non ha fatto la storia, non contava nulla e ovviamente, quando non conta nulla, vincono i tedeschi.
Si gioca a Zurigo, in campo neutro, per festeggiare gli 80 anni della FIFA. Sono passati meno di due anni dalla finale di Madrid.

La nazionale di Bearzot naviga in acque agitate. Il ricambio generazionale latita, il vecio insiste con la vecchia guardia e la partita con la Germania cade alla fine di un biennio disastroso con gli azzurri eliminati nella fase di qualificazione ad Euro84.
C’è puzza di chiuso nelle stanze di quella nazionale che solo due anni prima aveva sognare un intero paese: c’è bisogno di ricambio ma Bearzot insisterà fino al pessimo mondiale 1986 nel quale punterà su un gruppo di giocatori oramai alla frutta.
Ricordo perfettamente che i giornali dell’epoca e la tv, considerarono questa partita come una rivincita del 1982.
Ricordo i tedeschi particolarmente interessati a vendicare la sconfitta del Mundial spagnolo.
Ricordo anche che non capii la straordinaria esultanza di Briegel per quel goal che non contava assolutamente nulla.
Alla fine della partita ricordo che mio padre disse: “Ci battono quando non conta niente. Lasciamoli festeggiare, si accontentano di poco.”

Dortmund, 4 luglio 2006 – Westfalenstadion
Germania-Italia 0-2

Mi trovo a Monaco di Baviera. Sto lavorando all’International Broadcasting Center sede dei media mondiali durante i Mondiali di calcio, questa è una delle mie prime esperienze lavorative in questo ambito.
I giorni precedenti la partita li vivo con l’adrenalina che cresce, mentre i tedeschi che incontro mi ricordano ad ogni pié sospinto che questa partita sarà il capolinea per la nazionale azzurra.
Abendzeitung, il giornale locale, in prima pagina mette una pizza con le facce dei nostri giocatori al posto delle fette di salame: il titolo? Qualcosa come Arrivederci, Pizza…
Ecco, questa è una delle cose che i tedeschi non sanno fare. Non sanno essere simpatici.
Non sono nemmeno ironici e tantomeno scaramantici. Quelle cose appartengono maggiormente a noi italiani.

 



Non ci piace parlare prima delle partite. Loro invece lo fanno e la storia non gli ha insegnato che si parla, dopo aver giocato. Non prima.
Lo sfottò, al limite,  viene dopo.
E così, in Leopoldstrasse a Monaco, intorno alle due del mattino non c’è nemmeno un tedesco. Solo italiani. Solo bandiere italiane. La birra sì, quella c’è, a fiumi.
Ci sono italiani che si tolgono sassolini dalle scarpe, che non vedono l’ora, il giorno dopo di entrare in ufficio, in banca, in edicola, dal panettiere: il tutto per andare a riscuotere con gli interessi anni e anni di vessazioni.

Prima Grosso e poi Del Piero hanno fatto piangere, ancora una volta, un’intera nazione.
Roba da lettino dello psicanalista.

La nazione che “al Westfalenstadion la Germania non ha mai perso”. Già.
Quelli che “vi mandiamo a casa”: grazie, ci andiamo poi un’altra volta.
Quelli che nei giorni successivi ti salutano a malapena.
Quelli che non parlano, mentre esco dall’IBC, avvolto nel tricolore, in un silenzio irreale.

Varsavia, 28 giugno 2012 – Stadio Nazionale di Varsavia
Germania-Italia 1-2

La storia si diverte a metterci di fronte il nostro peggior nemico, agli Europei di Polonia e Ucraina del 2012.
Anche questa volta partiamo sfavoriti. Anche questa volta, la storia (e le sberle prese in precedenza) non insegna nulla.
Questa volta è l’Hamburger Morgen Post a riproporre la “Pizza End-Station”.

17
I tedeschi mi ricordano molto da vicino un film che anche loro hanno sicuramente apprezzato. Un film comico, divertente, spensierato, dal titolo Altrimenti ci arrabbiamo.
La scena è questa.

Ecco, i tedeschi assomigliano molto al signore con i baffi che “Non ha capito”.
I tedeschi, di fatto, continuano a non imparare la lezione.

Ci patiscono, ci amano e ci odiano perché in realtà vorrebbero essere come noi ma non possono uscire dal loro ruolo di uomini inflessibili, monocorde, noiosi e piuttosto banali.
Ed è anche per questo motivo che prima che tecnicamente e tatticamente, i tedeschi patiscano la nostra weltanschauung, cioè la nostra visione, concezione del mondo.
Ancora prima di capire che il nostro contropiede li castigherà sempre, i tedeschi dovranno provare ad essere italiani almeno per novanta minuti: pensare come noi, snaturarsi, agire come noi e forse batterci.
All’episodio 2012 i tedeschi ci arrivano da grandi favoriti.
C’è da dire che oltre ad essere spavaldi oltre ogni ragionevole dubbio, i tedeschi sono anche un po’ sfortunati: in questa sconfitta, il loro carnefice è il giocatore italiano più controverso degli ultimi dieci anni, al secolo, Mario Balotelli.

La doppietta di Balotelli è devastante. Un uno-due che nemmeno Alì contro Foreman. Il genio di Fantantonio (vedi primo gol) e il lancio a lunga gittata di Montolivo (vedi secondo gol) innescano SuperMario, mai così decisivo.
Sono due gol straordinari che segnano l’ennesima sconfitta teutonica.
Sono due gol che per dimenticarli non basterebbe nemmeno una bottiglia di whisky o una malinconica canzone per cancellare l’ennesima delusione patita.

Monaco di Baviera, 2016 – Allianz Arena
Germania-Italia 4-1

L’ultimo episodio di questa saga è la disfatta azzurra, in amichevole, del marzo scorso. 
Non fu una serata piacevole e gettò più di un’ombra sulla nazionale di Conte.
Ovviamente senza i punti in palio o qualcosa di tangibile come un passaggio del turno o addirittura un trofeo, i tedeschi tronfi ed ebbri per cotanta grazia, non ci hanno regalato nulla, anzi. Hanno infierito e ci hanno battuto dopo 21 anni. 

Che dire? Quella partita ha garantito ai bianchi di Germania, una ulteriore dose di sicurezza che sabato sera dovremmo essere bravi, ancora una volta, a disinnescare con le nostre armi migliori.
La cosa pazzesca è che più si avvicina il match di sabato sera, più i tedeschi perdono le loro certezze.

Sulla Bild sono apparsi, in settimana, 7 validi motivi per cui, questa volta, saranno loro a batterci: insomma, questa (per loro) sembra essere la volta buona.
Solo che il tempo passa e la goccia scava inesorabilmente la roccia.
Löw professa calma e gesso, Kroos conferma che non capisce i motivi per cui dovrebbe aver paura di noi e afferma che “non andrà in maniera differente da marzo.”

Chiosa

Forse non saremo quelli dell’82, o del 2006 o quelli del 2012 e tantomeno quelli del 1970 e sicuramente, questa volta sono loro i favoriti.
Intanto la casella delle vittorie per i tedeschi, in competizioni ufficiali, recita un mestissimo 0 ma immagino che ottantaduemilioni di tedeschi avrebbero preferito giocare contro la Spagna e non contro di noi.
Immagino anche che prima o poi questa maledizione verrà sfatata.
Capitasse domani sera, non sarei nemmeno troppo dispiaciuto: giochiamo contro pronostico, contro i campioni del mondo. A bocce ferme, così, mi viene da non rammaricarmi di nulla, e sinceramente non ci sarebbe nulla da rimproverare a squadra e tecnico.
Siamo quelli che siamo.
Siamo quelli, comunque, che con loro, con i tedeschi, hanno perso soltanto quando eravamo alleati.

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