Da Puskas a Király

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Quando i carri armati dell’Armata Rossa entrano a Budapest è il 4 novembre del 1956.

L’azione è rapida, fulminea, devastante. Tutto nasce da una manifestazione studentesca che sfocia in una vera e propria protesta verso la dittatura di Rakosi, uomo del regime stalinista, e più in generale contro la presenza massiva ed imponente dei sovietici nel paese magiaro.

In meno di venti giorni quella Rivoluzione produrrà oltre tremila morti. C’era chi si opponeva al regime, chi era a favore e poi c’erano i soldati sovietici. Ci fu anche chi scappò, abbandonando la propria terra, i propri affetti e i propri averi. Ci fu soprattutto chi non tornò più. Tra questi, c’erano i giocatori della più forte squadra ungherese di calcio, l’Honved Budapest. Il calcio magiaro tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta è uno dei migliori del mondo.

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Honved Budapest versione Subbuteo.

Non si disputano i campionati del Mondo a causa della guerra, ma gli ungheresi in quegli anni dettano legge e vincono molte partite amichevoli, qualche trofeo tra cui la Coppa dei Balcani e quella che potremmo definire il prodromo del titolo Europeo, la cosiddetta Coppa Internazionale.

Poi come in tutte le storie che si rispettino, arriva un protagonista. Non è il principale ma da lui partono molte delle fortune della Aranycsapat, la cosiddetta Squadra d’oro: lui è un ex meccanico, sindacalista, ex mediano dell’MTK Budapest vice ministro dello Sport e presidente del comitato Olimpico ungherese. Il suo nome è Gusztav Sebes ed è l’allenatore della golden generation magiara.

I primi passi da allenatore Sebes li muove seguendo le orme dell’Italia di Vittorio Pozzo e del Wunderteam austriaco di Hugo Meisl: l’idea però è innovativa ed è quella di un calcio senza ruoli, dove i giocatori siano intercambiabili e coprano tutte le posizioni del campo. Siamo nel 1950 ma sembra l’Olanda del calcio totale di Cruyff. Nel 1952, l’Ungheria vince l’alloro olimpico. Ad Helsinki i magiari fanno percorso netto: cinque vittorie in cinque partite. Un feeling particolare quello dei magiari con il torneo olimpico che si concretizzerà successivamente con le vittorie del 1964 e del 1968  a Tokyo e Città del Messico.

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Sebes fa giocare l’Ungheria con uno spregiudicato MM, una rivisitazione e un superamento del Sistema (il WM) che prevedeva 5 attaccanti e 5 difensori in un tutti avanti, tutti indietro senza soluzione di continuità. Sebes inventa il centravanti di manovra (o centravanti arretrato) e il suo profeta è Nándor Hidegkuti. Il numero 9 partendo dalla posizione di centravanti tende ad arretrare a centrocampo sia per difendere che impostare il gioco offensivo.

Questo movimento ad uscire, costringe il suo marcatore a lasciare un buco nella difesa avversaria: un buco nel quale si possono inserire gli interni Kocsis e Puskás. Nel 1953 l’Ungheria disputa una amichevole contro l’Inghilterra. I Maestri dall’alto della loro suberbia organizzano questo match, per dimostrare la loro superiorità. Gli inglesi vogliono dare una lezione ai magiari e li invitano a giocare in quel luogo sacro che è il vecchio Wembley. Il risultato finale sarà di 3-6 per gli ospiti e questa sarà l’ultima partita internazionale per Eckersley, Ramsey, Robb, Johnston, Mortensen e Taylor. L’Ungheria è la prima squadra europea ad espugnare Londra.

“Prima di questa partita pensavamo di essere i padroni del calcio, professori che insegnavano a giocare agli altri, ora siamo solo semplici alunni”.
Sir Bobby Robson

Nel maggio del 1954, la federazione inglese chiede la rivincita: quella sconfitta non poteva essere stata altro che un caso, una fatalità.A Budapest andrà anche peggio e il risultato finale sarà di 7-1 per i magiari. Ad un mese dal campionato del Mondo, un risultato di questo genere pone chiaramente gli ungheresi tra i grandi favoriti per il titolo: quattro anni di imbattibilità, trentadue partite disputate, ventinove vittorie e tre pareggi, 141 reti segnate, 33 subite.

L’Ungheria che si presenta ai nastri di partenza dei Mondiali 1954 è un rullo compressore: 9-0 alla Corea del Sud, 8-3 alla Germania, 4-2 al Brasile e 4-2 all’Uruguay campione uscente. Ma nella finale di Berna, si compì quello che venne ribattezzato come Miracolo a Berna. La Germania vince per 3-2 una partita su cui ancora oggi aleggiano il sospetto del doping e una montagna di dubbi sull’arbitraggio dell’inglese Ling reo di aver annullato il goal del 3-3 di Puskas al minuto 89’. Questo è il canto del cigno di una squadra meravigliosa. Il ritorno in patria fu un massacro: a Sebes vennero imputati errori tecnici. Il regime comunista non apprezzò il fallimento e il tecnico fu esonerato nel 1956 a pochi mesi dalla drammatica Rivoluzione di novembre.

Torniamo a quel novembre del 1956: l’Honved, la squadra di club più forte di tutta l’Ungheria è in tourneé in Austria con i suoi campioni Puskas, Czibor e Kocsis. Molti calciatori non torneranno più indietro scegliendo l’esilio, andando incontro a pesanti sanzioni inflitte dalla federazione magiara e dalla UEFA.

Il colonnello e il nipotino

Ferenc Puskas, il colonnello, è sicuramente il più forte calciatore ungherese di sempre. A lui sono intitolati il Nepstadion di Budapest e il premio per il goal più bello dell’anno (FIFA Puskas Award) mentre per la Saeta rubia, Alfredo Di Stefano, Puskas fu il calciatore più forte di tutti i tempi. 84 reti in 85 partite in nazionale, 352 in 341 con la maglia della Honved, 156 in 180 con la camiseta blanca del Real Madrid: numeri da capogiro per Puskas che detiene anche il record di reti in una finale di Coppa Campioni, quattro, segnate contro i malcapitati tedeschi dell’Eintracht nell’ultimo atto della competizione del 1960.

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“Ferenc riusciva a spaventare i portieri già dalla distanza di 30-35 metri. Non aveva solamente un tiro potente, ma anche preciso. Ho sempre pensato che fosse un genio”.
Raymond Kopa

Due anni dopo la Rivoluzione fu costretto a nascondersi tra Austria e Italia e nonostante l’inattività forzata il Real Madrid di Bernabeu lo ingaggiò in barba ai veti internazionali. Puskas è fuori forma, è ingrassato ma promette di essere pronto quanto prima. Verrà soprannominato dai suoi tifosi El cañoncito, Pancho ed El cicle, per via dell’immancabile gomma da masticare, e sarà uno dei grandi protagonisti dell’epoca aurea dei Blancos, gli antesignani dei Galacticos dei primi anni Duemila, in quella meravigliosa litania che rispondeva ai nomi di Gento-Santamaria-Kopa-Puskas e per chiudere, appunto, Alfredo Di Stefano.

Lajos Détári

“Ne vorrei dieci di Detari. Meglio allenare quelli che hanno talento. E poi io mi sono sempre allenato molto. Intanto io arrivavo sempre per primo agli allenamenti. E’ vero che avevo un carattere difficile per l’Italia: dicevo sempre quello che pensavo, da voi nessuno dice la verità”.
Lajos Detari

Negli Anni Ottanta il calcio magiaro rimette finalmente fuori la testa e oltre alla Nazionale ungherese anche l’Honved, torna a sfornare talenti. La squadra che più di tutti aveva esaltato il mito dell’Aranycsapat, quella che aveva fornito i due giocatori chiave Ferenc Puskas e Jozsef Boszik, entrambi nati e cresciuti a Kispest, restituiva, dopo trent’anni, al palcoscenico internazionale un nuovo grande fuoriclasse.

Il suo nome era Lajos Détári. Trequartista raffinato, elegante nella corsa e nel tocco di palla, imprevedibile e geniale, Détári divenne l’oggetto del desiderio di molti club europei: il Barcellona ne formalizzò l’acquisto, salvo poi tirarsi indietro. Stessa cosa faranno il Milan di Galliani (il magiaro firmerà addirittura un pre-contratto) e la Juventus che, orfana di Le Roi Platini, è alla ricerca di un dieci che faccia innamorare ancora una volta l’Avvocato Agnelli.

Il matrimonio con la Juve era cosa fatta e Détári assaggerà quella maglia grazie solo ad un ingaggio temporaneo per una tourneè nord-americana nell’estate del 1991.Sedotto e abbandonato, potrebbe essere il titolo della carriera di Détári.Prima a Francoforte, dove vince una Coppa di Germania, poi al Pireo dove viene attirato da una montagna di dollari. In Grecia delizierà il pubblico ellenico per soli due anni, dopodiché arriva il tempo di fare le valigie, anche perché il Presidente dell’Olympiacos finisce in galera e i soldi non arrivano più.

Quando approda al Bologna è il 1990 e oramai è troppo tardi. Gli infortuni lo tormentano, il dinamismo (già scarso) svanisce, restano i numeri ad effetto che permettono alla compagine felsinea di raggiungere un incredibile risultato europeo, i quarti di finale di Coppa UEFA (eliminati dallo Sporting Lisbona), ma non bastano a salvare il Bologna da una cocente retrocessione in serie B.

Incompreso, indolente, arrogante: “Lo avevo detto a novembre che saremmo finiti in B. Per forza, se passi la palla in fase di impostazione a Verga o Biondo invece che a me, che sono il regista…” Uno poco disposto a scendere a compromessi, uno che dice sempre quello che pensa, un tipo scomodo che litiga con l’allenatore, Gigi Radice,  ma non dimentica l’ultimo dei magazzinieri. Uno che dopo un clamoroso errore sotto porta a Messina dice: “L’ho sbagliato apposta, così i miei compagni impareranno a passarmi di più la palla”, salvo poi ritrattare tutto, cosa che comunque non gli impedirà di prendere un deferimento disciplinare.

Détári è stato un talento non del tutto compreso ma resta il miglior giocatore ungherese degli anni Ottanta. È suo l’ultimo goal della nazionale ungherese in una competizione internazionale. È il 6 giugno 1986, Ungheria batte Canada 2-0. Il presente di Détári ha il nome complicato e illeggibile di una località balneare sul lago Balaton, Balatonszepezd. Poco più di 400 abitanti durante l’anno, tre chiese, qualche edificio barocco, per questo villaggio di pescatori, anche importante centro enologico, che in estate si trasforma in una piccola Rimini.

Proprio qui Détári ha deciso di insegnare calcio allenando la squadra locale, quarta categoria ungherese in una sorta di fuga dal mondo reale, un rifugio tranquillo, senza stress, ipocrisie e pressioni di ogni genere. Fino all’anno scorso Détári allenava in terza categoria a Felsotarkany, Ungheria settentrionale, e prima ancora, senza troppa fortuna, al Ferencvaros nella massima divisione.

Nel 2006 divenne allenatore in seconda della nazionale maggiore: dieci mesi e addio, tritato e sminuzzato nell’enorme tritacarne magiaro che in passato stritolò anche una leggenda come Puskas. Un percorso a ritroso, controcorrente. Alle radici del calcio.

Un presente europeo

Un girone eliminatorio vinto ai danni di Bulgaria e Francia. Uno spareggio in bilico fino alla bella contro la Romania e la qualificazione all’edizione belga di Euro1972. Quell’Europeo lo vinsero i tedeschi guidati in panchina da Schon e in campo da una selva di fenomeni a partire dal capocannoniere Gerd Muller, al portiere Sepp Maier, il maoista Breitner e Franz Beckenbauer.

L’Ungheria chiuderà al quarto posto, sconfitta prima in semifinale dall’URSS e poi nella finalina dal Belgio, padrone di casa. Quella sarà l’ultima partecipazione magiara ad un campionato europeo. Nei mondiali andrà un po’ meglio, almeno in termini di qualificazioni anche se l’Ungheria sarà eliminata nel 1978 (tre partite, tre sconfitte), nel 1982 nonostante un roboante successo contro El Salvador (10-1) e infine nel 1986 in Messico, sconfitta dalla più bella URSS di sempre, quella del colonnello Lobanovski che nella prima partita del girone spazzò via i sogni ungheresi con un sonante 6-0.

Sono passati quasi trent’anni da quel mondiale messicano e il calcio magiaro sembra intravedere l’uscita del tunnel. Un tunnel costellato da clamorose débâcle, come la sconfitta nel girone di qualificazione ad Euro 2008, nell’ottobre 2006 contro Malta: un beffardo 2-1 a La Valletta, con gli isolani che tornavano alla vittoria dopo ventiquattro anni di attesa.

Tra le tante delusioni patite, non si può certo dimenticare il drammatico rovescio patito in Olanda nell’ottobre del 2013: in palio c’era un posto ai playoff per il Mondiale brasiliano ma il risultato di 8-1, peggior sconfitta patita in termini assoluti nella storia della nazionale ungherese, la dice lunga sulla crisi e sull’involuzione di un intero movimento.

Quando si dice, toccare il fondo.

La crisi

Dopo la caduta del Muro, molte società calcistiche ungheresi sono fallite a causa della mancanza dei finanziamenti statali garantiti dal regime comunista. Stadi arretrati, campi di allenamento inadeguati, numero di praticanti che ristagnano, assenza totale di una strategia a lungo termine e relazioni assenti tra club e federazioni.
Quando nel 2010 il discusso e discutibile Viktor Orban vince le elezioni con il partito  conservatore Fidesz propone che gli investimenti nello sport, siano deducibili. Obiettivo principale poter candidare la nazione magiara ad ospitare grandi eventi (le Olimpiadi) e risollevare il movimento calcistico rilanciandolo.

Le opere di rinnovamento sono cominciate tra le ovvie critiche delle opposizioni: sono stati costruiti numerosi impianti tra cui l’ex Nepstadion, ora Stadio Puskas. Ma in generale tutte le squadre di prima divisione hanno deciso di costruire o rinnovare i loro stadi. Viktor Orban, grande appassionato di calcio, ha promosso anche una riforma della Lega calcio che ha visto la nomina del nuovo presidente Csanyi Sandor, banchiere ed amico fidato del primo ministro.

Gli obiettivi saranno raggiungibili soltanto grazie ad aiuti economici statali ma viene il sospetto che la situazione socio economica attuale non possa garantire questo genere di riforma. Ma la strada maestra sembra quella legata ai vivai. I talenti in Ungheria non mancano, lo dicono anche al CIES observatory di Neuchatel nella loro relazione sui primi 100 vivai d’Europa certificando le ottime posizioni di MTK Budapest, Szombathely e Videoton, mentre la Puskas Academy (la squadra di Orban) cresce e gioca nella prima divisione ungherese. Evidentemente qualcosa si sta muovendo nonostante il campionato nazionale goda di scarso appeal e il tasso tecnico sia poverissimo.

Mancano i grandi protagonisti, i diritti televisivi sono di conseguenza bassissimi (circa mezzo milione di euro a stagione) e la media di un incontro della massima divisione ungherese è di circa 3000 spettatori. Nella speciale classifica per affluenza negli stadi la OTP Bank Liga occupa il 22esimo posto in Europa. Se poi parliamo di Coppe Europee, allora diventa difficile vedere il bicchiere mezzo pieno. Le uniche squadre a raggiungere una finale europea, furono l’MTK Budapest (1964, Coppa delle Coppe) e il Videoton dei barbuti fratelli Peter e Laszlo Disztl che portarono alla ribalta l’impronunciabile nome di Székesfehérvár sino alla doppia sfida contro il Real Madrid nel 1985 nella allora Coppa UEFA, raccogliendo una clamorosa vittoria al Santiago Bernabeu (0-1).

L’ultima squadra ungherese ad approdare alla fase a gironi della Champions è stato il Debrecen nel 2009. Sono passati 6 anni.

Sfruttare l’occasione

Il giorno dopo Grecia-Ungheria, nonostante la sconfitta ininfluente ai fini della qualificazione, non si attendeva altro che la formalità delle ultime partite per stappare le bottiglie del miglior Tocaj. L’ultimo turno delle qualificazioni a EURO2016 era una formalità con l’Ungheria stabilmente al primo posto della classifica delle migliori terze.
Pochi, o nessuno, sarebbero stati in grado di prevedere un simile finale perché nell’ultima tornata di partite accadeva l’imponderabile.

L’imprevista vittoria della Lettonia in Kazakhstan modificava sia la classifica del girone A relegando i kazaki all’ultimo posto, sia la classifica delle migliori terze che vede sottratti i punti acquisiti contro l’ultima in classifica per equiparare i gironi da 6 squadre all’unico da cinque. La Turchia, grazie alla vittoria lettone, incamera i punti realizzati contro i baltici (6 e non quelli con i kazaki, 2) e grazie alla vittoria contro l’Islanda, ricaccia l’Ungheria all’inferno dei playoff.

Per capire a fondo le difficoltà della nazionale magiara, basti sapere che Storck, è il dodicesimo tecnico ingaggiato dalla federazione negli ultimi vent’anni. Una modesta carriera da giocatore e una, altrettanto modesta da manager: l’ex Borussia Dortmund ha allenato le nazionali kazake, l’Under20 ungherese e ora la nazionale maggiore.

L’Ungheria che arriva ai playoff è una squadra modesta senza particolari fuoriclasse, con qualche giocatore interessante come Dzsudzsák, Nemeth o Szalai e vecchie volpi a cui Bernd Storck non può proprio rinunciare a Roland Juhasz, Zoltan Gera (36 anni) e il monumento Kiraly tra i pali (39 anni). L’Ungheria di questi ultimi vent’anni si può riassumere nell’immagine amatoriale, buffa e romantica di Gábor Király.

Kiraly è il portiere che potremmo trovarci di fronte in terza categoria, in una domenica mattina fredda e fangosa, su un campo pieno zeppo di pietre e terra: fisico tozzo e calvizie incipiente, l’antitesi dell’atleta. I pantaloni della tuta, grigi e di qualche taglia più larghi, sono il suo marchio di fabbrica: sfoggiati per scaramanzia sin dagli inizi della sua carriera e incastrati dentro i calzettoni restituiscono alle cronache un personaggio umano, lontano dalle logiche e dalle mode del calcio moderno.

Kiraly è l’emblema di un calcio che non c’è più.

Invece il classe 1976, è un portiere con tanta esperienza in Premier League, Bundesliga che è tornato proprio quest’anno all’Haladas la squadra da cui partì la sua carriera. Proprio domenica nel ritorno di Budapest, Gabor Kiraly ha raggiunto le 101 presenze con la maglia della nazionale ungherese, raggiungendo il detentore del record, József Bozsik, uno dei grandi protagonisti della Squadra d’oro.

I suoi miracoli in serie hanno mantenuto a galla la barca ungherese all’Ullevaal stadium di Oslo e sono valsi la vittoria (1-0) arrivata grazie ad un goal di un esordiente, classe 1994, László Kleinheisler centrocampista del Videoton, proprio nel giorno più triste per le  scomparse di Marton Fulop, portiere di 32anni e Pal Varhidi, uno degli eroi della Squadra d’oro che vinse a Wembley.

Dall’Aranycsapat ad una nuova era del calcio magiaro. Non sappiamo se si possa parlare di rinascita di una scuola o semplicemente di una semplice parentesi favorevole.
Dopo i 180 minuti contro la Norvegia, che hanno qualificato la nazionale magiara, abbiamo conferma di una squadra molto determinata, senza grandi mezzi tecnici e soprattutto, molto fisica.
Servivano uomini duri, pronti a lottare per raggiungere un risultato tanto importante e, a suo modo, storico.
Finalmente l’Ungheria li ha trovati.

Questo post è stato pubblicato in anteprima da Crampi sportivi

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