Come Voi, nessuno. Mai.

Grande-Torino

Spesso a Torino il 4 maggio c’è una strana nebbia che avvolge la collina.
Ogni anno dal 1949 i tifosi del Toro, giovani, vecchi, donne e bambini, salgono sul colle di Superga per rendere omaggio a quella squadra, gli Invincibili, che perì in un tragico incidente aereo.

Ogni anno è tutto uguale e tutto diverso, si mischia il sacro con il profano, ci sono attimi infiniti riempiti da silenzi irreali e momenti in cui le voci sono talmente tante e talmente alte, che fai fatica a parlare con il tuo vicino.

Ogni anno è tutto uguale e tutto diverso perché a Superga si sale per salutare, per riconoscenza, per omaggiare, per incontrare, per piangere e per ricordare.
Si sale in dentera ed è uno dei rari momenti in cui i giovani ascoltano in silenzio i racconti degli anziani: c’è stupore perché in quelle parole ti ritrovi catapultato al Filadelfia, perché i racconti più o meno sono sempre gli stessi ma cambia l’interlocutore e il suo ricordo vivido o annebbiato è subito testimonianza.
“Ma quindi lei li ha visti giocare. Erano così forti?”
Generalmente il gesto che accompagna il racconto è un ampio sventolio della mano a indicare una forza inimmaginabile e l’ohhhhhhh, hai voglia che lo sottolinea non lascia alcun dubbio. Sì, erano i più forti.

E’ uno dei rari momenti, in cui senti parlare il dialetto torinese. Non il piemontese. Il torinese.

Qualcuno ricorda la prima volta al Filadelfia, qualcuno ricorda un goal straordinario di Gabetto, una staffilata di Mazzola, una corsa di Maroso, una parata di Bacigalupo.
Qualcuno sfodera la storia di Bolmida, il trombettiere del Toro e ti sembra quasi di sentirlo quel doppio colpetto di corno pronto a scatenare i Ragazzi.

C’è tanta gente e tanto granata. C’è la messa con Don Aldo che prima omaggia il Grande Torino e poi si rivolge alla squadra, elegante e impeccabile in giacca e cravatta, che ascolta le sue parole: ci sono state messe al calor bianco, con la squadra contestata dai tifosi e il cappellano che si schierava dalla parte della gente, imputando ai giocatori scarso impegno, invitandoli a onorare la maglia.
Ci sono stato tante volte a messa, anche vicino ai giocatori, soprattutto in quei 4 maggio da studente.
Si saliva presto. Un panino, una birra e via. Si portava un fiore, qualcuno lasciava una poesia, qualcuno si metteva davanti alla lapide e piangeva.

C’è stata spesso la pioggia, il 4 maggio a Superga e c’è stato un 4 maggio che non scorderò mai.
Lavoravo in un laboratorio fotografico nella zona sud di Torino, in via Zini, per chi conosce la città.
A due passi, proprio due, c’è il Filadelfia, o quello che rimaneva dello storico campo che ospitava le partite casalinghe del Toro.
Pioveva, pioveva tantissimo.
Nella pausa pranzo presi la mia gavetta e mi recai verso il campo.
Entrando nello stadio la pioggia si stoppò in maniera repentina: giuro, era la prima volta in vita mia, che assistevo ad un fenomeno simile.
Mangiai seduto su uno dei gradini delle macerie lasciate da una amministrazione miope e prona ai voleri dei poteri forti.
Finito il pasto, raccolsi le mie cose e mentre mi avviavo verso il lavoro, prese di nuovo a piovere, forte, forte come raramente mi è capitato di vedere.

Ogni 4 maggio si forma questa strana nebbiolina che ricordo di aver visto la prima volta nelle immagini della tragedia: me la raccontava mio nonno, certamente non un tifoso granata, me lo raccontano mio padre e mio zio, il tempo da lupi che c’era quel giorno.
Dove erano, cosa facevano, cosa accadde, chi diceva cosa.
Tutti si ricordano della straordinaria emozione collettiva nel momento in cui appresero la notizia: no, non era solo calcio. Era qualcosa di più.
Ed è quel qualcosa che mi spinge a prendere un frugoletto di quasi sedici chili e portarlo su, a Superga, il 4 maggio.
Perché non è solo calcio.
E quando vedi o senti parlare del Grande Torino, adesso, sono tanti quelli che fanno spallucce, ma sono di più quelli che lo ricordano, lo apprezzano, lo amano.
E quando sali e il piazzale è pieno di gente e alla lapide non ci arrivi nemmeno per posare un fiore, capisci che oltre ad essere Invincibili, quei Ragazzi, sono Immortali.

Così, anche oggi, sono salito.
Siamo saliti.
La gente, la coda, il treno, il Toro, il piazzale pieno.
Un fiore, un saluto e il rispetto e la riverenza che si deve a chi ha lasciato un segno indelebile nella storia.
Come voi nessuno mai.
Come-voi-nessuno-mai.

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