CR7 e Roger, ovvero l’impresa eccezionale di essere normali

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Una nota marca di cronografi lo ha scelto per una campagna pubblicitaria incentrata sulla teoria che l’impossibile diventi realtà («In theory you can’t score in every match»). Time lo ha inserito nella lista dei 100 uomini più influenti del pianeta. Lui è Cristiano Ronaldo, nato a Funchal, Portogallo, classe 1985. Contemporaneamente, un’altra nota marca di orologi incorona il suo testimonial in uno spot patinato ed elegante che tanto bene si sposa con i suoi flessuosi gesti bianchi: Roger Federer, nato a Basilea, Svizzera, classe 1981. Per entrambi il tempo come sfida, per entrambi l’impresa quotidiana di restare al top. Due campioni, due eroi moderni, personaggi solo all’apparenza diversi, che hanno in comune i tratti distintivi del fuoriclasse: la grande applicazione, il sacrificio e la voglia di superare sé stessi, ancor prima degli avversari.

Icone del calcio e del tennis, protagonisti dei dualismi più intriganti degli ultimi anni. Quante volte ci siamo posti la fatidica domanda: chi è più forte tra Ronaldo e Messi? Chi tra Federer e Nadal? Domanda difficile, risposta impossibile, un po’ come chiedere ad un bambino se vuole più bene alla mamma o al papà… Il talento, i mezzi fisici, la classe e la genialità ma anche dei mentori in grado di elevarne il livello, nel caso del portoghese, e di allungarne la (già sfolgorante) carriera, nel caso dello svizzero. Per Cristiano Ronaldo, parliamo dell’esperienza, della sapienza e anche della fervida immaginazione di Sir Alex Ferguson, che lo volle a Manchester nel 2003 assegnandogli da subito la maglia dei predestinati, la numero 7, appartenuta a Best, Cantona, Beckham e lo trasformò gradualmente da ala in centrattacco, costruendo di fatto, negli anni, una vera e propria macchina da goal. Per Federer, stritolato dal duopolio Nadal-Djokovic e destinato, secondo alcuni, ad un anonimo finale di carriera, l’incontro con Stefan Edberg (suo attuale allenatore dopo il grande Tony Roche e l’esperienza fallimentare con Paul Annacone) è stato decisivo dal punto di vista tattico e gli ha regalato una seconda giovinezza sportiva, una sorta di Ritorno al Futuro che pochi sarebbero stati in grado di immaginare.

I numeri statistici dei due fuoriclasse sono strabilianti, gargantueschi e impossibili: tanti record stabiliti e sgretolati, con la logica conseguenza di prestazioni eccellenti reiterate nel tempo. Difficile anche solo immaginare che un giorno qualcuno possa batterli. All’enorme palmares di titoli vinti (di club e individuali) dal calciatore portoghese, si accompagnano numeri paragonabili ad un calcio che non c’è più: non a caso uno degli ultimi record battuti, apparteneva al grande Ferenc Puskas capace di superare le 150 reti (per la precisione si attestò a 156) in 180 partite. Nella sua carriera (parliamo di quella nei club), Ronaldo ha segnato 392 goal in 580 match (media di 0,67) e da quando si è trasferito al Real Madrid la sua media è salita vertiginosamente fino ad 1,04 a partita, frutto di 269 goal (!!) siglati in 257 partite disputate con la maglia delle Merengues. Basti pensare che, ad oggi, Ronaldo è l’unico calciatore al mondo ad aver segnato più di 50 goal a stagione per 4 stagioni consecutive, dal 2010 al 2014. Solo Pelé ha fatto meglio (5) ma non consecutivamente. Incredibile il suo ruolino di marcia nell’ultima Champions, nella quale CR7 ha segnato in 8 incontri consecutivi ed è l’unico ad aver realizzato il maggior numero di reti (9) nella fase a gironi, collezionando ben 5 doppiette e diventando, con 17 reti, il più prolifico marcatore di sempre in una singola edizione.

Anche per Federer la fenomenologia dei numeri non è fine a sé stessa, ma definisce i contorni di una carriera monstre. A 33 anni suonati, la sua percentuale di vittorie, nel 2014, è dell’86%. Federer quest’anno ha vinto 4 titoli Masters Series (Dubai, Halle, Cincinnati e Shangai), ha accarezzato la vittoria nella finale di Wimbledon (al quinto set contro Djokovic), che lo avrebbe reso il più vincente di sempre sull’erba inglese, e tenterà l’assalto alla Coppa Davis (uno dei pochi trofei a mancare nella sua ricca bacheca) nella prossima finale di Lille, contro la Francia di Tsonga e Gasquet. Da domenica è nuovamente numero 2 del mondo, a soli 990 punti da Djokovic. Lo svizzero ha vinto 17 titoli Slam (record) e 64 tornei (terzo ad 81 titoli complessivi nella speciale classifica dietro Connors 109 e Lendl 94), il computer lo ha visto primeggiare per 302 settimane al vertice della classifica ATP (237 consecutive, record assoluto nel tennis maschile) mentre nel totale dei match vinti, lo svizzero è al terzo posto con 984 vittorie dietro a Connors (1242) e Lendl (1071), con una percentuale alltime dell’81.28%. Con 278 vittorie nei tornei dello Slam è il migliore di sempre. Dietro a lui, il solito Jimmy Connors fermo a 233.

Oltre alle statistiche da capogiro, che resteranno negli annali, in entrambi i casi restano negli occhi la caparbietà, la voglia di essere ancora numeri uno nonostante i traguardi già raggiunti, gli ingenti guadagni (entrambi sono nei primi 10 per introiti e entrambi sono i numeri uno nei rispettivi sport), le famiglie, l’inevitabile logorio fisico e avversari sempre più agguerriti che non sembrano in grado di fermarli o quantomeno di rallentarne la corsa. Ronaldo, che compirà 30 anni nel 2015, ha l’opportunità di continuare a migliorare i suoi stessi record alzando l’asticella in maniera pressoché definitiva: un calciatore moderno come lui può giocare a questi livelli ancora per tre-quattro anni. Il portoghese può mettere nel mirino obiettivi pesanti come l’Europeo 2016 e il Mondiale russo del 2018: un alloro con la Nazionale lusitana sarebbe il giusto coronamento di una carriera straordinaria e metterebbe a tacere i detrattori che gli rinfacciano i fallimenti mondiali ed europei del suo Portogallo.

Il tennista svizzero ha ampiamente dimostrato che, sulla breve distanza (2 set su 3), è ancora lui l’uomo da battere (soprattutto sulle superfici veloci) e che il cambio tattico disegnato da Edberg lo ha reso più solido da fondo, ma di fatto ha accorciato di molto quegli interminabili, logoranti e poco fruttuosi scambi muscolari, che stancavano fisicamente e frustravano oltremodo un atleta non più giovanissimo. Federer ha cambiato racchetta, optando per un ovale da 98 pollici (passò dagli 85 ai 90 pollici al Torneo di Amburgo del 2002; casualmente, ha cambiato nuovamente passando ai 98″ sempre ad Amburgo nel 2013), utile per non perdere controllo e sicurezza. Una racchetta più grande e più potente gli permette di giocare sempre con i piedi molto vicino alla riga di fondo: Federer non cede centimetri di campo ed è pronto a scendere a rete, in maniera molto più lucida ed efficace. Le sue frequenti discese hanno rispolverato un indimenticato tennis d’attacco fatto di spettacolari colpi al volo, regalando nuovamente al pubblico quei gesti armoniosi capaci di stimolare la fantasia e di spezzare la dittatura monocorde del muscolare corri e tira tanto cara ai clavatori moderni.

La ricerca della perfezione, della bellezza, dell’eleganza, proprio come recitava il grande David Foster Wallace parlando dei cosiddetti “Momenti Federer”, ovvero «intervalli temporali di armonia in cui strabuzzi gli occhi e spalanchi la bocca incredulo e ti lasci sfuggire versi che spingono tua moglie ad accorrere da un’altra stanza per controllare se stai bene». Quei Momenti sono tanto più intensi se comprendi l’impossibilità di quello che hai appena visto fare. Un diritto in controbalzo da posizione impossibile; una rasoiata da trenta metri che si insacca nell’angolino più lontano; momenti di rara bellezza e intensità che entrambi possono regalare: il Momento Federer è facilmente declinabile in Momento Cristiano Ronaldo, in barba a tutte le leggi della fisica e ai limiti umanamente riconosciuti.

L’apparente semplicità nel mantenere standard così elevati, la facilità nel gestire le pressioni esterne (allenatore, club, tifosi, media) sforzandosi di apparire normali, quando normali non si è. Impossibile decretare la grandezza assoluta di un campione all’interno di uno sport, meglio quindi evitare assurdi paragoni tra epoche, soggette a continue evoluzioni tecniche (materiali diversi e sempre più performanti. Basti pensare a palloni, racchette e abbigliamento) per non dimenticare gli innovativi metodi di allenamento e i limiti umani. Non resta altro da fare che goderci lo spettacolo, attendendo il momento in cui i campioni diranno basta. Quel giorno in cui ci sentiremo inevitabilmente un po’ più soli e malinconici. Noi, i loro record e una serie infinita di ricordi.

*Nei clubs in cui ha giocato, ovvero, Sporting C.d.Portugal, Man.United e Real Madrid

Questo articolo è apparso in anteprima sul blog contropiede.ilgiornale.it e questo è il link per leggerlo http://contropiede.ilgiornale.it/cr7-e-roger-ovvero-limpresa-eccezionale-di-essere-normali/

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