Ombre cinesi – I dubbi sulla Milano calcistica

Milano a teatro un olé da torero
Milano che quando piange piange davvero

Milano a portata di mano ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano poi Milan e Benfica
Milano vicino all’Europa
Milano che banche che cambi
Milano gambe aperte
Milano che ride e si diverte
Milano, Lucio Dalla

La Milano calcistica sta compiendo la sua personale traversata nel deserto.
Un deserto in cui l’assenza di programmazione, errori di gestione economica, tecnica ma soprattutto sportiva, stanno rendendo la camminata più lunga e faticosa del previsto.
Se poi aggiungiamo che gli acerrimi rivali della Juventus stanno mietendo successi in serie, l’agonia per la Milano rossonerazzurra sta diventando pressoché insostenibile.
A preoccupare però è il futuro e se quello prossimo appare segnato, con entrambe le squadre fuori dalle Coppe, il rischio è che questo empasse possa protrarsi per lungo tempo.
Insomma, non si vede la luce in fondo al tunnel, o se si vede è flebile e porta con sé più dubbi che certezze.

Se all’Inter Suning è arrivato e sta dando forma ad una squadra e ad una società che necessitava di uno stop/restart a livello economico, l’avvento dei cinesi al Milan è stato un vero e proprio travaglio: in alcuni momenti la trattativa sembrava una replica infinita di Aspettando Godot.
Uno scenario desolante, vuoto, penoso, che fa male anche a chi come me non è milanista e che ha ammirato negli anni Ottanta-Novanta il Milan di Sacchi e degli Olandesi.
Padrone in Italia e in Europa, una squadra costruita per divertire, al netto di scelte societarie e di mercato che non ho mai apprezzato e che miravano a togliere dal mercato giocatori potenzialmente utili ai competitor, indebolendoli, sottraendo a mezza serie A i migliori uomini in rosa.
Il Milan aveva una società solida in cui qualunque giocatore avrebbe voluto giocare, in cui militavano i giocatori migliori, mieteva successi ed era (almeno per un periodo) il club più titolato al mondo.
In sostanza quel Milan vorace, ingordo e affamato di successi, ha stravolto il calcio italiano, le leggi del mercato e ha dominato, anche, per mancanza di avversari.
Quel Milan rispecchiava in pieno la filosofia Berlusconiana e i suoi dogmi imprenditoriali.
Niente di illecito dal punto di vista sportivo, certo si potrebbe discutere di modi e moralità, ma i risultati di quel Milan emozionarono soprattutto per via dello spettacolo che quella squadra seppe offrire.

Ora la storia è cambiata. Il momento del Milan felice e vincente, della Milano da bere e del Berlusconismo imperante è finito ha lasciato lacune e strascichi che la nuova dirigenza non potrà ignorare e a cui dovrà porre immediato rimedio.

Ruud Gullit, Marco Van Basten and Frank Rikaard

Se da un lato restano le perplessità sulla modalità di acquisto da parte del broker cinese Li Yonghong che, di fatto, ha chiesto un prestito ad un fondo statunitense (il fondo Elliott) dando in garanzia il suo ingente patrimonio per assicurarsi la presidenza milanista, d’altro canto, sulla carta, ci sono interessanti prospettive che la società mira a raggiungere.
La strategia sembra orientata verso un obbligato sbarco verso oriente in termini di merchandising, a seguire una eventuale quotazione in borsa e infine, forse la più importante, la costruzione di un nuovo stadio, in linea con i grandi club europei.

Il patrimonio di Yonghong porta con sé una discreta serie di scheletri nell’armadio che agitano i sonni dei tifosi rossoneri: secondo lo Shanghai Zhengquan, lo spregiudicato imprenditore avrebbe preso parte ad una truffa insieme ai suoi due fratelli (latitanti dal 2004), avrebbe diverse società intestate a terzi (una anche a sua moglie) ed è proprietario di industrie rilevanti nel comparto dei minerali e nel packaging (fa affari con la Coca-Cola).
Ombre cinesi, verrebbe da dire, se non fosse che il club rossonero deve ripartire e anche in fretta, possibilmente con un piano chiaro, definito e privo del minimo peccato originale.

Per tornare al discorso prettamente tecnico, riesce difficile in tempi brevi immaginare il Milan nuovamente proiettato nelle posizioni di vertice e il treno da non mancare, l’anno prossimo sarà quello del quarto posto che garantisce la partecipazione alla Champions League.
Fassone dovrà risolvere alcuni nodi spinosi tra cui il rinnovo di Donnarumma. Vero che i soldi contano, ma qui bisognerà convincere molti giocatori a sposare il progetto di un Milan senza Coppe, ridotto ad un ruolo da comprimario in questa mediocre serie A.


Il Milan dovrà ripartire da una rosa che ha fatto molto più di quanto in suo potere: il merito è di Montella, certamente, che però sa benissimo che per scalare posizioni servono parecchi innesti di qualità.
Mi aspetto un rilancio del settore giovanile, dato che questo Milan per ovvi motivi ha dovuto fare di necessità virtù e i vari Donnarumma, Calabria, Locatelli richiamano i pilastri di quel Milan che Berlusconi ereditò nel lontano 1986, pilastri che avevano i nomi di Baresi, Maldini, Evani e Filippo Galli.

«C’è poco da dire, c’è da piangere. D’altronde c’è poco da aspettarsi da chi è nono e decimo»
Adriano Galliani, 19/04/2015

I problemi dell’altra parte di Milano sono più o meno gli stessi ma con qualche distinguo.
Se i rossoneri sembrano intenzionati a confermare Montella, i nerazzurri navigano a vista. Pioli ha avuto il grande merito di dare una quadratura ad una squadra che sotto la guida di De Boer tutto era fuorché organizzata ed equilibrata ma adesso, destabilizzato da voci sempre più insistenti sul suo futuro e da uno spogliatoio che immagino gestito nella più totale anarchia, sta segnando il passo.
La sensazione è che l’Inter cambierà guida, spendendo altri soldi, “perdendo” altro tempo: si fanno da mesi i nomi di Simeone, Conte, Spalletti, Mourinho e chiunque sarà chiamato al posto di Pioli sulla panchina nerazzurra, porterà l’ennesima rivoluzione tecnica.


Non credevo a Pioli come salvatore della patria e continuo a non crederlo adatto a palcoscenici importanti come quelli che l’Inter vuole raggiungere ma la sua conferma sarebbe allo stesso tempo un segnale di continuità, di progettualità, di coerenza e di forza da parte della società nei confronti dei giocatori e anche dei tifosi.
Sui giornali si rincorrono voci e cifre, molti tifosi sperano che l’estate arrivi in fretta e la dirigenza fa sapere che il tecnico (nuovo o vecchio che sia) avrà un gruzzoletto di circa 100 milioni da spendere per il mercato estivo.


Vista da fuori la questione Inter appare più complicata di quanto non sia. Da osservatore esterno, ho sempre avuto il dubbio che non ci sia una linea definita e un progetto solido da cui partire.
Ci si innamora di tutto, per citare De André, e lo si fa nella maniera sbagliata.
Spese folli, luna park continuo di giocatori che vengono bruciati al primo errore, giocatori inadeguati alla piazza e soprattutto un appeal che va scemando: basta guardare le spese della scorsa campagna acquisti estiva, 40 milioni per Joao Mario e 30 per Gabigol per capire che qualcosa è andato, per l’ennesima volta, storto.
L’Inter è un vero e proprio caos e senza andare alla ricerca di un colpevole a tutti i costi, prima di costruire una squadra, bisognerebbe costruire una società con ruoli definiti, con un portavoce e con il timone nelle mani salde di un presidente che sia responsabile non solo dei soldi che entrano ed escono nelle casse del club ma anche delle decisioni e del progetto.
Serve autorevolezza e serve chiarezza, prima ancora che negli obiettivi sportivi (non sempre raggiungibili per via di mille incognite, tra cui il campo) ma sicuramente in quelli gestionali.
Certo, ai tifosi poco importa che il bilancio sia a posto e che la società sia un esempio di organizzazione, ai tifosi interessano i risultati ma senza le prime due condizioni, i risultati resteranno una chimera.

L’Inter non alza un trofeo dal 2011, non partecipa alla Champions dal 2012 (eliminato negli ottavi dal Marsiglia) e nelle ultime tre edizioni dell’Europa League in cui ha partecipato, ha raccolto risultati deludenti: due eliminazioni agli ottavi e l’ultima addirittura ai gironi contro avversari modesti quali gli israeliani dell’Hapoel Beer Sheva, gli inglesi del Southampton e i cechi dello Sparta Praga.

10-11 – 2° posto (Coppa Italia, Supercoppa italiana, Mondiale per Club)
11-12 – 6° posto
12-13 – 9° posto
13-14 – 5° posto 
14-15 – 8° posto
15-16 – 4° posto
16-17 – ?

Il Milan non se la passa meglio se consideriamo che ha vinto l’ultimo scudetto nel 2010-11, è rimasto a galla con il secondo e il terzo posto nei due anni successivi, ma dal 2014-15 non entra in Europa, nemmeno dalla porta di servizio.

10-11 – Campione d’Italia
11-12 – 2° posto (Supercoppa)
12-13 – 3° posto
13-14 – 8° posto
14-15 – 10° posto
15-16 – 7° posto
16-17 – ? (Supercoppa)

I risultati dell’ultima giornata di campionato hanno praticamente definito (o hanno complicato in maniera drammatica) i piani europei delle due milanesi: il Milan ha perso rovinosamente in casa contro l’Empoli, l’Inter è stata sconfitta a Firenze sull’ottovolante del gol.
Entrambe reduci dal derby di Pasqua, giocato alle 12.30 per esigenze patronali, hanno fatto l’ennesimo passo falso di una stagione fallimentare.
Saranno in grado uomini d’affari e denari a profusione (vedremo) a risolvere l’intricata questione milanese?

Il futuro è buco nero in fondo al tram.
Io e te, Enzo Jannacci 

Quando rivedremmo Inter e Milan ai vertici del calcio europeo e del nostro campionato di serie A?
L’Inter alla ricerca di una organizzazione societaria prima che tecnica, il Milan con la necessità di ricostruire una rosa all’altezza, entrambe “condannate” a giocare una volta alla settimana, potrebbero trovare giovamento almeno nella gestione delle forze e nella concentrazione sull’obiettivo che, ancora una volta, non sarà lo Scudetto, ma un realistico, e forse ottimistico, piazzamento Champions.

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