Un’emozione lunga quarantacinque anni – Italia-Germania 4 a 3

ITALIA - GERMANIA OVEST 4-3 - DA DEFINIRE....

“Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani.”
Nando Martellini

Il 17 giugno 1970 si disputò lo storico match Italia-Germania 4-3.
Sono passati quarantacinque anni e per molti, ancora oggi, questo è il match del secolo, El Partido del Siglo, la partita di calcio per eccellenza, un susseguirsi di emozioni distillate in centoventi minuti che, a ripensarci, nemmeno il più diabolico degli sceneggiatori avrebbe potuto immaginare.
Questa è una storia di calcio, ma non solo.
Una storia che a raccontarla oggi emoziona come e, forse, più di allora: calcio che diventa fenomeno di costume, intercalare quotidiano, immaginario collettivo, epica, sfida fisico-atletica.
Italiagermaniaquattroatre. Scritto e pronunciato tutto d’un fiato.

Io, come tanti della mia generazione, ho visto quella partita per la prima volta a distanza di anni grazie alle repliche Rai delle partite della nazionale azzurra che venivano mandate in onda prima di ogni edizione dei mondiali.
Puntualmente, Italiagermaniaquattroatre era una delle, se non la perla, della collezione.
Prima di riuscire a vedere quegli epici centoventi minuti, toccò a mio padre raccontare quella partita, gli aneddoti, i ricordi legati a Rivera, al goal di Schnellinger, ai supplementari più incredibili della storia del calcio, di Albertosi disperato e di Müller spietato rapace dell’area di rigore.

FILE - The June 17, 1970 file photo shows the fourth goal for Italy scored by Gianni Rivera, left, during the Football World Cup semi-fnal between West Germany and Italy in Mexico City, Mexico. From left to right : Rivera, West German Captain Franz Beckenbauer, Italy's Gigi Riva, Germany's Berti Vogts, and German goalkeeper Sepp Maier. Italy defeated West Germany 4-3 after extra time. On Thursday, June 28, 2012 both team face each other again in the second Euro 2012 soccer championship semifinal match. (AP Photo/Foggia)

1970. Marzo. I miei genitori si sposano.
1970. Giugno. Mondiali di calcio in Messico.

Io quella notte italiana me la sono sempre immaginata buia, con le strade vuote, i televisori rigorosamente in bianco e nero accesi a volume basso.
Papà dice sempre che faceva caldo e non posso far altro che credergli.

Mio padre ama questa partita. Forse perché gli ricorda la sua giovinezza. Forse perché era novello sposo. Forse perché questa partita è una di quelle cose a cui avresti voluto assistere e lui, fortunato, come tanti altri, Italiagermaniaquattroatre, l’ha vista, l’ha vissuta e la può raccontare.

Italia-Germania è un simbolo. Un’icona per lo sport, ma non solo.
Come per me lo è un’altra Italia-Germania 3-1, quella che valse il Mondiale82 (ma anche Italia-Brasile 3-2, non scherza) senza però un certo tipo di coinvolgimento storico che inevitabilmente definì i contorni di quella semifinale messicana.

Nel 1970 l’Italia è un paese strano. Ci sono le lotte operaie, le solite difficoltà politiche, i primi attentati terroristici (Casalegno), il riflusso del boom economico e lo spettro della crisi energetica dietro l’angolo.
Sempre divisi politicamente, socialmente, culturalmente, gli italiani si trovarono ovviamente divisi tra Rivera e Mazzola: 10 milioni di televisori presenti nel paese (nel 1958 erano 1 milione), milioni di ct, milioni di tifosi.
Sono certo che quella notte, la quasi totalità delle tv fosse accesa e sintonizzata sul match di Città del Messico.

Non erano passati nemmeno trentanni dall’invasione nazifascista in Italia e in maniera più pacifica l’Italia continuava ad essere invasa sulle spiagge del litorale adriatico dai tedeschi che venivano in vacanza con le tasche piene di marchi.
Se dopo la guerra ci mettemmo un po’ a ricostruire, calcisticamente dovevamo cancellare il tragico e freschissimo ricordo della sconfitta altrettanto epica contro la Corea del dentista (che non era un dentista) Pak Do Ik. Era il 1966 e fummo condannati ad una tragicomica eliminazione.
In quattro anni dalla depressione coreana all’esaltazione dell’Atzeca.

Papà mi racconta che quella sera, come accade tuttora, non fece fatica a restare solo davanti al televisore.
Mia madre, poco appassionata e dormitrice professionista, abbandonò la scena molto presto lasciando il suo fresco sposino da solo, a godersi lo spettacolo.
Oddio, grande spettacolo non fu per almeno 80 minuti abbondanti, poiché al goal di Boninsegna in apertura, rispose un estemporaneo e inaspettato goal di Schnellinger, ex terzino di Roma, Milan e Mantova, che sorprese la difesa azzurra in piena zona Cesarini.
Tra i due goal una partita anonima giocata ai 2000 metri di Città del Messico.

Schellinger

Senza quel guizzo, oggi non avremo Italia-Germania 4a3. Mio padre suole ripetere: “Schnellinger era stato veramente uno stronzo. Avrà fatto sì e no due goal (in Italia segnò 3 goal, ndr) in tutta la sua carriera e va a segnare al 90’ in semifinale di Coppa del Mondo? A chi poi? All’Italia e agli italiani che ti hanno dato soldi e che ti hanno regalato una carriera…Vive ancora in Italia, tanto si trova bene. Eppure, senza quel gol, sarebbe stata una partita e una nottata come tante altre, banale e non epica. Alla fine, quello, lo dobbiamo pure ringraziare.”
Per la cronaca Schnellinger, quella sera segnò il suo primo e unico gol in quarantasette partite con la nazionale tedesca.

E qui normalmente parte un racconto fatto di urla più o meno strozzate in gola, pugni sul divano, posizioni scomodissime che dovevano evitare eventuali crolli determinati dalla stanchezza, gambe incrociate.
Tutto per poter dire: “Io c’ero. Io, Italia-Germania, l’ho vista.”

Per capire quanto quella partita sia entrata nella vita di noi italiani, basti pensare alla grande quantità di scritti, romanzi, film che la citano o ne incentrano l’avvenimento (Italia-Germania 4-3 di Andrea Barzini, film del 1990) per raccontare una storia, alimentandone l’epopea, tenendone vive memoria e ricordo.

Perché se Italiagermaniaquattroatre è leggenda, lo dobbiamo a calciatori che entrano di diritto nell’epica. E non parlo solo di epica sportiva.
Beckenbauer con la spalla lussata e il braccio legato al corpo giocherà una delle sue migliori partite di sempre: se non è un gesto eroico e di altri tempi questo, francamente non saprei citarne altri.
Domenghini, l’ala destra con i piedi montati al contrario (papà dixit) che correva sempre in maniera rettilinea, Boninsegna e Riva che facevano a sportellate con i difensori tedeschi e poi Muller, Seeler, Overath.
Burgnich che segna un goal da opportunista, Albertosi che para a mani nude, Martellini che con il suo garbo e la sua enfasi controllata, disegna una straordinaria telecronaca.
Da un lato il garbo del giornalista, dall’altro le botte (senza tanti complimenti) in campo: raramente ho visto una partita così spigolosa, comunque arbitrata con ottimo piglio dall’arbitro messicano Yamasaki.

e

Gesti, uomini, immagini, parole.
Come quelle di Albertosi a Rivera prima del 3-3 tedesco:”Gianni, stai sul palo. Da lì, non deve passare…(la palla). Se passa è colpa tua.”
Ovviamente la palla, sul tocco beffardo di Muller, passò proprio lì, tra il palo e Rivera.
Un’immagine più di ogni altra rende l’idea della tragedia sportiva che si stava consumando. Rivera abbraccia il palo, disperato; la testa china in segno di vergogna. Albertosi pietifricato e a mani tese gliene dice di tutti i colori.
Rivera rispose: “Ho un solo modo per rimediare, vado a fare gol”.
Sessanta secondi dopo, Rivera su centro basso di Boninsegna, con il piatto destro più famoso della storia spiazzò Maier per il 4-3 finale.

Immagini come quella che mi scattarono insieme ad Uwe Seeler a Monaco di Baviera durante i Mondiali 2006.
“Sig. Seeler, possiamo fare una foto insieme? Mio padre sarebbe molto felice, la ammirava molto.”
Ometto bassino, tarchiato, ma in campo geniale secondo le cronache dell’epoca, si prestò, sorridente, alla foto.
Arrivato a casa, dissi a mio padre:”Papà, ho fatto una foto con Seeler!”
Mio padre la guardò come si guarda la foto di un vecchio amico, un compagno di scuola. Sorrise. Poi disse:”Questo era proprio un figlio di…”

Mi piace pensare che per mio padre, come per molti dei nostri padri, quella partita sia un ricordo da custodire e allo stesso tempo da tramandare per mantenerne viva la memoria.
E ancora oggi, quando se ne parla, il racconto è sempre il medesimo.
Uguale, identico, preciso. Come una cerimonia.
Le gambe incrociate, il caldo, Schnellinger, Rivera, Muller, la mamma che dorme.
Tutto sempre uguale.
Tutto meravigliosamente uguale.

E come tutti i ricordi, belli o brutti, Italia-Germania si porta dietro un’incognita che il calcio, come la vita, non potrà mai e poi mai risolvere.
Finimmo sfiancati e vincenti, dopo due ore di durissima lotta. Ci presentammo alla finale con il Brasile, quello dei cinque numeri 10 Jairzinho, Pelè, Rivelino, Gerson e Tostao.
Finì male, 4-1, e in molti, compreso mio padre si chiedono ancora oggi cosa sarebbe successo, se avessimo vinto al 90′ con la Germania, se Valcareggi avesse osato l’inosabile facendo coesistere Mazzola e Rivera, evitando a quest’ultimo l’onta dei sei minuti più famosi della storia del calcio italiano, se il Brasile non avesse goduto di un giorno di riposo in più…
Chissà, se, ma, magari.

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