Keep calm and trust in Glik, Glik, Glik…

Jastrzębie-Zdrój, Polonia.
I palazzoni eredità del periodo socialista sembrano caduti per caso all’interno di un enorme polmone verde a pochi chilometri dal confine con la Repubblica Ceca e la storia di questa cittadina di quasi centomila abitanti è presto raccontata.
Fino agli anni Sessanta Jastrzębie-Zdrój è una rinomata stazione termale, poi diventa un importante centro minerario per l’estrazione del carbone e infine sede dei trattati sindacali nelle lotte operaie del 1980 dopo che gli scioperi si estesero dai cantieri navali di Danzica fino alle miniere della Slesia.

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Lech Walesa

In questa cittadina dal nome impronunciabile, verso la fine degli anni Ottanta, è nato Kamil Glik. Il muro di Berlino e la Cortina di ferro cominciavano a vacillare, Lech Walesa e il sindacato Solidarność venivano riconosciuti dalla legislazione polacca mentre Papa Wojtyła lanciava le giornate mondiali della gioventù e Krystzof Kieslowski realizzava Dekalog, il suo capolavoro.

Il decalogo

Il movimento calcistico iniziava il suo lento e inesorabile declino. E pensare che solo sei anni prima, la Polonia si piazzò terza ai Mondiali di Spagna grazie all’ultimo ruggito di una generazione fenomenale: Lato, Zmuda, Smolarek e il grande trascinatore, Boniek, tra i grandi protagonisti di quel Mundial.
A Jastrzębie-Zdrój, Glik muove i suoi primi passi nel mondo del calcio giocando prima nel Wodzisław Śląski e successivamente al Silesia Lubomia.
La prima svolta della carriera arriva quando Glik accetta il trasferimento all’Union Deportiva Horadada, nella cittadina di Pilar de Horadada, nei pressi di Alicante.
In Spagna, viene notato dagli osservatori del Real Madrid che lo ingaggiano per la squadra C impegnata nella quarta serie del calcio spagnolo. Il difensore centrale colleziona appena 18 presenze in due stagioni e così Kamil ritorna in Polonia accasandosi al Piast Gliwice che milita nella massima divisione.
Alla corte dei Nobili, in due stagioni gioca 54 partite, segnando 2 goal, collezionando una salvezza e una retrocessione in seconda divisione.

Siamo nel 2010 e l’Italia si accorge di lui. Il Presidente del Palermo, Zamparini, lo mette a disposizione di mister Delio Rossi che però non lo “vede”.
Glik gioca solamente quattro partite di Europa League e così a gennaio viene ceduto in prestito al Bari di Giampiero Ventura.
Mister Libidine lo inserisce tra i titolari e da gennaio a giugno con la maglia dei galletti, Glik collezionerà 16 presenze, 3 ammonizioni e un cartellino rosso. (Ventura si dimette a febbraio, ndr)
La sua avventura in Italia continua e nel luglio del 2011 approda al Torino ritrovando proprio il suo mentore, Giampiero Ventura.

Da qui in avanti vi racconto la storia del cattivo che cattivo non è, del giocatore granata che si è migliorato di più negli ultimi quattro anni ed è diventato capitano e beniamino di un intero popolo. Quello del Toro.

Quando lo vidi per la prima volta con la maglia granata pensai subito: meglio non farsi marcare da uno così.
Difensore arcigno, 190cmx80kg, sguardo glaciale, capelli biondi: una specie di guerriero venuto dall’est, piedi poco educati, molto forte di testa, rude il giusto.
Erano i primi mesi del nuovo Toro di Ventura, nuova veste tattica, nuova filosofia: abituati ad anni di lancia e spera, spizza e spera, crossa e spera, facemmo fatica ad abituarci ai retropassaggi, al cuoio giocato sempre con i piedi dal nostro portiere e alla gestione dell’esasperato possesso palla tra i piedoni quadrati di Pratali, Di Cesare, Ogbonna e appunto, Glik.
Kamil, anzi Kamillo come molti lo ribattezzarono, si dimostrò affidabile, collezionando 23 presenze, condite da due reti (entrambe di testa contro Reggina e Crotone), 4 ammonizioni e almeno un assist.
Dico almeno uno, perché di quell’assist, ho completa memoria (e fortunatamente anche qualche utente di youtube che ha avuto la compiacenza di caricarne il video).

Goal Bianchi, assist Glik. Torino-Juve Stabia 1-0

Considero questo assist come il primo capitolo del romanzo di formazione del centrale polacco.
Per Kamillo, quell’assist è paragonabile all’acquisto del teatro di posa da parte di Wilhelm Meister*: quel cross è la fine del praticantato, il segno inequivocabile che il giovanotto stava apprendendo le conoscenze. (cit. Giampiero Ventura)

Glik porta palla. (È una situazione che con Ventura allenatore non si propone quasi mai.)
Il difensore avanza, la appoggia lateralmente a Darmian che gliela restituisce; Kamil varca la linea mediana del campo -In sottofondo si può sentire una voce che lo esorta a portare il pallone: “Kamil, vieni, vieni” – e fa partire un passaggio dritto per dritto per Sgrigna. (Bianchi intanto con un ampio movimento a mezzaluna va a posizionarsi al centro dell’area.)
Glik riceve la palla da Sgrigna, la stoppa e di destro recapita un lungo e preciso cross per Bianchi che, di testa, confeziona l’1-0.

Un goal di pregevole fattura, un assist al bacio per un difensore che non era abituato a giocate di questo genere.

Il primo anno di serie A lo vede protagonista di una stagione più che discreta.
Nell’immaginario collettivo l’annata 2012-13 viene ricordata per un episodio che finirà su tutte le pagine sportive e non.
Facciamo ordine con un po’ di numeri: Glik gioca 32 volte, segna 1 goal e si becca 7 cartellini gialli e 2 rossi.
Ed è proprio sui cartellini rossi che la pubblica opinione si sofferma quasi morbosamente, perché quei due provvedimenti arrivano nei due derby.

Il primo match si disputa in casa dei bianconeri e la grande attesa granata, dopo anni di serie B, diventa ben presto un incubo.
Dopo mezzora di gioco su un pallone vagante a centrocampo, il bianconero Giaccherini subisce un rude intervento, acuito in parte dal terreno scivoloso, da parte di Glik.
Il polacco entra con con la gamba tesa a mezza altezza colpendo palla e giocatore: Rocchi decide per il rosso diretto, proprio in virtù della pericolosità e per l’eccessiva foga dell’intervento stesso.
Non entro nel merito della decisione, non è il caso, ma quanto accadde dopo quel fallo è indice di come un calciatore possa venire additato per un semplice evento di gioco: intendiamoci, non è che Glik a gioco fermo abbia preso a pugni un avversario. Glik ha commesso un fallo: rude, brutto, cattivo finché si vuole, ma pur sempre un fallo ed è stato espulso.
Da lì in avanti, l’equazione divenne molto semplice e semplicistica: Glik=Macellaio.
I commentatori televisivi e i giornalisti non esitarono a sbattere il mostro in prima pagina.

Fallo Glik-Giaccherini

Quell’intervento discusso e discutibile diventa addirittura il motivo scatenante di un brano rap hardcore che riprende il coro dedicato al difensore polacco. Una metafora calcistica per celebrare la figura dell’antieroe ben rappresentata da un personaggio come Kamil Glik, con la sua faccia pulita e il suo essere guerriero.

Del resto ogni qualvolta lo speaker legge la formazione del Toro e si arriva al numero 25, tutto il pubblico, come in un mantra, urla: Glik, Glik, Glik.
Ogni qualvolta il Capitano sale per raggiungere l’area avversaria, il pubblico grida il suo cognome, ogni qualvolta il Capitano vince un tackle, un duello aereo o spazza l’area da un potenziale pericolo, parte il coro: Glik, Glik, Glik.

Siamo nell’estate 2013. Il campionato non è ancora iniziato e, a furor di popolo, Kamil Glik viene eletto capitano dopo l’addio di Rolando Bianchi: Ventura, sotto la spinta dei tifosi granata, decide che il polacco sarà il primo capitano straniero nella storia del Toro.
Senza troppa prosopopea o retorica, essere capitano del Toro significa anche (e soprattutto) avere l’incombenza di salire a Superga e leggere i nomi degli Invincibili durante la giornata di commemorazione al Grande Torino.
Chi è del Toro, sa di cosa sto parlando. Il rito è toccante e la cerimonia è molto attesa dai tifosi che affollano il sagrato della Basilica in un evento che mischia sacro e profano: essere il Capitano di tutto questo, di questa gente, di questa leggenda, ha un significato particolare e vuol dire appartenere alla storia.

È una giornata importante per tutta la gente granata e speriamo di passarla nel modo migliore possibile. Prima pensiamo al Chievo, poi andremo a Superga per rendere onore al Grande Torino.
Kamil Glik, 4 maggio 2014

L’annata del Toro va oltre le più rosee aspettative e lo score di Glik recita 34 presenze condite da 12 cartellini gialli e 2 goal (uno a Livorno e quello vincente in casa contro la Lazio).
Kamillo diventa anche un pilastro importante della nazionale e le convocazioni con i biancorossi sono diventate una piacevole abitudine.
Proprio in una partita disputata con la nazionale, viene montato ad arte su alcuni quotidiani e siti italiani, un presunto intervento assassino che Glik avrebbe commesso su Vucinic (allora attaccante della Juve) durante la partita Polonia-Montenegro.
Le immagini lo scagionano pienamente, eppure la notizia rimbalza ovunque: provate ad inserire su google Glik fallo su Vucinic e la ricerca vi restituirà un buon numero di pagine.
Soprattutto a Torino (la foto è tratta da La Stampa) la notizia fa un certo scalpore: ecco, di nuovo Glik, dopo l’intervento su Giaccherini, adesso anche su Vucinic…questo era il tenore dei discorsi da bar a riguardo.
Le immagini scagionano il granata, perché il fallo su Vucinic lo commette un difensore dal nome impronunciabile, tale Jędrzejczyk, e l’arbitro non solo non fischia il fallo assegnando la regola del vantaggio, ma a causa delle smodate proteste ammonisce il montenegrino.

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Glik è il cattivo, il nipotino di Bruno e Policano e questo moralismo da quattro soldi che usa due pesi e due misure, non colpisce tutti allo stesso modo: per Montero, ad esempio, non ricordo eguale indignazione di fronte ad interventi ben più violenti e reiterati negli anni.
La storia costringe il nostro a doversi difendere pubblicamente, quando invece sarebbe stato sufficiente guardare un highlights, leggere una cronaca minute-by-minute, smontando, di fatto, la notizia.

Ho letto da più parti che sarei stato io a farlo uscire dal campo in barella dopo un duro intervento, ma non è assolutamente così. Non capisco perché si debbano scrivere certe cose, le immagini parlano chiaro. Io sono lontano dall’azione, perché tirare in ballo me? Queste cose alimentano solo inutili tensioni, non è giusto.
Kamil Glik, 7 settembre 2013 il giorno dopo Polonia-Montenegro

Perché Kamil Glik piace alla gente del Toro?
Le risposte sono molteplici. Innanzitutto perché incarna alcuni valori che per il tifoso granata sono imprescindibili: grinta, cuore, forza, ardore, furore agonistico, applicazione e spirito di abnegazione, come i suoi predecessori Ferrini, Zaccarelli, Claudio Sala e Roberto Cravero.
Perché il giorno dopo la sua miglior partita di sempre (Polonia-Germania 2-0, dell’11 ottobre 2014, qualificazioni Euro2016), si scherniva e diventava paonazzo come spesso gli accade quando deve parlare in pubblico.
Perché è un buono, anche un po’ ingenuo. Un timido.
Perché è riconoscente. Perché si sente parte di questa storia. Perché in un calcio così distante, distratto, volgare, mercenario, noi tifosi abbiamo la necessità di avere un gigante buono come idolo.
Perché è un uomo modesto.

Il resto è storia di oggi.
Kamil Glik continua ad essere il Capitano del Toro. La stagione della squadra non è esaltante come la precedente, nonostante il cammino in Europa League (16esimi da giocare contro l’Athletic) e la pochezza della rosa indebolita (e non rinforzata a sufficienza) dopo le cessioni di Cerci e Immobile.
Il polacco è addirittura capocannoniere della squadra con 5 reti (5/13, 38% di incidenza) e le sue marcature hanno portato ben 8 punti sui 19 totalizzati dai granata.
Kamillo è sempre più beniamino del pubblico e anche dopo la fresca eliminazione dalla Coppa Italia con la contestazione (a tecnico e società) che infuriava, si è diretto verso la curva Maratona per metterci la faccia.
Tra l’altro, proprio da un suo scivolone è arrivata l’espulsione di Padelli e il conseguente rigore trasformato da Ledesma per l’1-3 finale che ha condannato i granata.
Un errore che il pubblico ha prontamente perdonato.
Il romanzo di formazione continua, la crescita passa anche attraverso questi errori ma Kamil Glik resta (potenzialmente) una delle ultime bandiere in cui gli amanti di questo sport possono sperare, un esempio di come, attraverso il lavoro, si possano raggiungere ottimi risultati.

Chiosa.
Dopo quell’intervento su Giaccherini, ne ho sentite di tutti i colori e vista la sua affezione ai colori granata, io e altri amici, abbiamo disegnato una maglietta con il motto “keep calm and trust in Glik” con tanto di immagine stilizzata del discusso intervento.
Ricordo perfettamente il giorno in cui gli consegnammo la t-shirt.
Penso di non aver mai conosciuto una persona tanto timida e tanto grata per quel nostro piccolo gesto.
È anche per questo che gli si vuole bene.
Perché Kamil Glik è, e sarà per sempre, uno di noi.
Uno da Toro.

*Wilhelm Meister è il protagonista del romanzo di Goethe, Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister
**Questo post è stato pubblicato dal blog http://volevoilrigore.it/

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