La stagione 2016/17 del Torino FC – Prima parte


Va in archivio anche questa stagione, la prima del dopo Ventura e la prima del nuovo corso Mihajlovic.

Una stagione che immaginavamo come quella del salto di qualità e che aveva in sé tutte le migliori intenzioni per avvicinare il Toro alle zone nobili della classifica, all’inseguimento del sogno Europeo.
Ecco la mia personalissima analisi attraverso le 38 giornate e i fatti che hanno segnato il cammino del Toro.
Buona lettura.

Perfetto? Quasi.

Il punto su cui verte la nostra stagione, è essenzialmente il cambio di guida tecnica.
C’è grande attesa per vedere se le basi gettate da Ventura potranno essere funzionali al gioco di Mihajlovic e soprattutto c’è grande fiducia e grandissima curiosità.
La squadra cambia radicalmente pelle. Si passa dal 3-5-2 al 4-3-3 (in seguito al 4-2-3-1) ma più dei numeri, cambieranno alcuni concetti che saranno il marchio di fabbrica del Toro 2016/17.
Il primo, squisitamente romantico, si appoggia sulla retorica granata: Mihajlovic spinge forte sui temi, grinta, tremendismo, sudore della maglia, impegno, forza…è un grande motivatore, lo si capisce sin da subito.
La butta lì, Sinisa quando dice che l’obiettivo è l’Europa. Non si nasconde ma sarà costretto ad una retromarcia diplomatica, quando, più avanti, dirà che l’Europa è sì l’obiettivo, ma da raggiungere in due anni.
Motivatore molto convincente, Sinisa piace perché dice le cose come stanno (ndr a me non tanto, ma a molti tifosi granata, folgorati sulla strada di Vukovar, sì), perché non usa mezzi termini e perché è molto attento a rispettare e ricordare il nostro passato: tocca le corde giuste e lo fa con straordinario tempismo.
Al primo allenamento, 10 luglio in Sisport, ci sono 5000 persone. Che fa Sinisa? Fa entrare la gente a bordo campo. Ottimo motivatore, ma anche gran paraculo. Isn’t it?


Come nella stagione precedente il Toro, a detta di tutti gli addetti ai lavori, si era mosso in maniera intelligente sul mercato, costruendo una squadra pronta a disputare un campionato di prim’ordine.

A differenza del suo predecessore, Mihajlovic ha cambiato marcia in maniera netta e sostanziale già a partire dal ritiro e dalla quantità (e qualità) delle amichevoli precampionato.
Soprattutto la seconda parte del ritiro è apparsa più come una tourneé che non come vera e propria preparazione: Mihajlovic aveva bisogno di conoscere il materiale umano a sua disposizione, capire quali giovani lanciare, quali dare in prestito e soprattutto capire quali titolari potevano essere considerati imprescindibili.

Il serbo non è uno yesman e si presenta con una serie di bocciature: in primis Padelli, con relativa promozione di Gomis, e via via con alcuni dei giocatori che molti davano in rampa di lancio e che, durante il ritiro, non lo convinceranno pienamente.
Le amichevoli contro Benfica, Red Bull Lipsia, Ingolstadt e Hull City danno risposte piuttosto convincenti ma il Toro appare incompleto a centrocampo, dove manca ancora il regista, figura mitologica che i tifosi del Toro sono costretti a immaginare e sognare, e in difesa dove alla partenza di Glik e Bruno Peres si aggiunge il mal di pancia di Maksimovic che, ad un certo punto del ritiro, saluta tutti e abbandona la barca.

Non l’ho più sentito. Per me Maksimovic è morto.
Sinisa Mihajlovic

Mihajlovic non la prende bene e qui c’è il primo, e forse cruciale, errore di mercato del Toro edizione 2017 perché probabilmente Maksimovic, nelle intenzioni della società e in quelle del tecnico, doveva essere uno degli inamovibili.
Viene a mancare così un intoccabile, uno della vecchia guardia, uno su cui puntare come leader di una difesa, che, numeri alla mano conta 3/5 nuovi di zecca: Hart, Castan, Rossettini, De Silvestri e Molinaro.

Il mercato estivo del Toro, tuttavia, era il solito “piacevolissimo” viaggio sulle montagne russe.
Via Glik, Bruno Peres, Gazzi e Quagliarella, dentro Iago Falque, Ljajic (dopo una estenuante trattativa), Castan (appena liberatosi dalla Samp), De Silvestri (fedelissimo di Sinisa), Boyè (preso a gennaio), Rossettini, Ajeti e infine i due giovanotti Lukic e Gustafson.
Un altro caso agita il mercato granata, ed è quello del cavallo di ritorno, Panagiotis Tachtsidis, sedotto in una notte d’agosto e abbandonato proprio sul filo di lana dell’ultimo giorno di mercato.
Negli ultimi giorni il mercato cambia verso: arrivano Joe Hart (Gomis è ufficialmente bocciato dopo tutte le amichevoli) e Mirko Valdifiori.

Si parla di qualche diatriba tra Sinisa e Petrachi, voci non confermate che però restano sospese lì, a mezz’aria: Gomis non sarà titolare (e non sarà nemmeno in rosa), Tachtsidis idem, Lukic e Gustafson  (imposti dalla società) per buona parte della stagione non verranno minimamente considerati.

Iniziamo a fare sul serio

La Coppa Italia, contro la Pro Vercelli, è il primo appuntamento ufficiale della stagione che, un po’ imballati, liquidiamo con un perentorio 4-1.
Il campionato inizia con una trasferta insidiosa, si va a Milano sponda rossonera. È una partita che dirà molto della nostra stagione.
Andiamo sotto 1-0, poi all’inizio della ripresa, il Toro pareggia con Belotti salvo poi regalare due reti, per il momentaneo e francamente eccessivo 3-1. Quando tutto sembra perduto, prima Baselli accorcia e al 93′ ci assegnano un rigore.
Belotti va sul dischetto (fallo di Paletta) e Donnarumma para.
Prima partita, primo turning point del campionato.

Quando arriva il Bologna, capiamo che il ritmo e l’aggressività saranno le nostre armi vincenti. Saltiamo addosso alla partita e la azzanniamo, finisce 5-1, con alcune macchie.
La prima è che al primo tiro in porta degli avversari prendiamo gol, la seconda è che Belotti sbaglia un altro calcio di rigore. Poco importa ma il tarlo, rode.
Nel frattempo, si infortuna Ljajic: il serbo prova a tenere in campo un pallone destinato ai raccattapalle e si stira.

Da segnalare che il Gallo, comunque, stampa una tripletta.
Si va a Bergamo. Il primo tempo fa ben sperare e il conseguente gol di Iago Falque ci illude. Perdiamo 2-1 grazie ad un rigore gentilmente offerto da De Silvestri: Kessié non sbaglia e subiamo la seconda sconfitta esterna consecutiva.
Terza partita, prima conferma, la fragilità esterna.

La novità che scopriremo durante la stagione è quella del pressing alto. Una roba mai vista. Aggrediamo gli avversari quando sono nella loro trequarti, gli rubiamo il pallone e con due passaggi siamo in porta.
Al contrario strabuzziamo gli occhi quando siamo in fase di non possesso e sin da subito verifichiamo la sofferenza della nostra difesa, infilata a ripetizione da contropiedi assassini: il centrocampo è troppo leggero, la difesa troppo esposta, gli esterni non coprono e i dolori sono tanti.
I nostri difensori centrali sono costretti a coprire vaste zone di campo. Il problema è che lo devono fare rinculando mentre gli attaccanti avanzano.
Se riusciamo ad essere aggressivi, allora non ci sono problemi, ma se per caso, molliamo un istante, andiamo in difficoltà.
Anche quest’anno si ripropone il problema di un Maxi Lopez in versione extralarge.
Mihajlovic che non va certo con i piedi di piombo mette il carico a briscola.

Quando uno ha sette chili in più per cui ha una lavatrice sulle spalle e riesce a fare certe giocate come a Bergamo è chiaro che ha classe. Ma io sono arrabbiato con lui e lui deve esserlo con se stesso. Non fosse così pesante avrebbe sfruttato diversamente la palla di Martinez. Gli ho detto che finché non dimagrisce non giocherai perché è al 50%, non può dare nulla. Ha fatto iniezione a Bergamo, dimostrando professionalità e attaccamento alla maglia. Lui deve osservare una dieta equilibrata per la quale deve perdere un chilo a settimana. Ogni settimana o perde il chilo o paga la multa
Mihajlovic, prima del match contro l’Empoli

Il calendario ci viene incontro ma la sfortuna si accanisce con una serie di infortuni muscolari (e di riacutizzarsi degli stessi già incontrati nel precampionato). Arriva l’Empoli e siamo super incerottati. Dominiamo il primo tempo e solo Skorupski tiene a galla i toscani. Nel secondo tempo rischiamo e Hart ci salva in più di una occasione.
Finisce 0-0, da segnalare il grave infortunio a Molinaro che apre le porte della prima squadra al giovane Barreca.
A Pescara, in 9 (espulsi Vives e Acquah) pareggiamo una partita che avremmo anche potuto vincere se Belotti avesse avuto più fortuna (palo clamoroso a Bizzarri battuto).
180 minuti, 0 gol. 
Alla sesta di campionato ci tocca affrontare la Roma. Non battiamo i giallorossi, in casa, dalla stagione 1990/91 (1-0, gol di Ciccio Romano) e per come giochiamo, per intensità, voglia e determinazione, sembriamo noi quelli da scudetto.
Finisce 3-1 (e ci teniamo stretti viste le occasioni che piovono in contropiede) con gol di Belotti e doppietta di Iago (uno su rigore). Totti segna il calcio di rigore assegnato per un altro evidente fallo del solito De Silvestri.

 

Bruno Peres, ex della gara, è il peggiore in campo: quando stende Belotti per il rigore del 2-1 (Iago), la Maratona gli tributa un doveroso omaggio con un coro degno dei bei tempi andati.

Quando alla settima incontriamo la Fiorentina, l’ambiente è gasato come una bottiglia di acqua Perrier.
Non siamo quelli che hanno schiantato la Roma ma un ben assestato uno-due mette al tappeto una Viola molto bella a vedersi ma incapace di impensierirci.
Peccato per il solito golletto subito (di nuovo di testa) sul finire di una partita che non ci aveva mai visto in sofferenza.

Il Toro comunque prende 6 punti sui 6 disponibili contro due avversarie più quotate: tutti, ma proprio tutti, pensano in grande.
La partita di Palermo certifica il momento di forma e l’importanza di avere in squadra un fuoriclasse:  Adem Ljajic.
Il Toro necessita di uno schiaffo: pronti via è Chochev a condannare Hart. La reazione ha le stimmate della grande squadra: in 20 minuti segniamo tre volte (Ljajic 2, Benassi), poi nel secondo tempo Baselli chiude i giochi per il 4-1 finale.
Proprio il centrocampista bresciano è una delle prime vittime del tremendismo serbo: non capiamo ma ci adeguiamo alle abitudini del nostro mister.


Il Toro è lanciato

La Lazio che arriva all’Olimpico è un banco di prova importante che i granata falliscono a metà: come l’anno scorso a Carpi (si poteva balzare in testa alla classifica), qui con i biancocelesti, il Toro deve dimostrare di meritare la zona Europa.
Finisce 2-2 e per come si era messa, ci va ancora bene.
Vantaggio di Iago, poi pareggia Immobile “il figliol prodigo” grazie ad un gol bellissimo (dormita di Zappacosta). Quando la partita volge al termine, il giovanissimo Murgia stacca indisturbato a centro area (ennesimo gol di testa subito) e segna il gol dell’1-2.
Mihajlovic a questo punto getta nella mischia Boyé e se consideriamo che cinque minuti prima del gol laziale aveva inserito Maxi Lopez, ci ritroviamo in campo sistemati così: Hart, Zappacosta, Rossettini, Castan, Barreca, Obi, Ljajic, Maxi Lopez, Iago, Boyé e Belotti.
La “tattica” paga, visto che Ljajic trasforma al 92′ un rigore che lui stesso procura (fallo di mano di Parolo).
Qualche mugugno, qualche domanda sulla necessità, sull’1-1 di inserire così tante punte che il nostro Mister respinge al mittente: “Il Toro gioca sempre per vincere.”
Sarà.

Nel turno infrasettimanale facciamo visita ad una derelitta Inter. Fine ottobre, primi freddi e ambiente nerazzurro in preda alla solita crisi di nervi.
De Boer è ad un passo dall’esonero, il pubblico mugugna alla lettura della formazione di casa: ci sarebbero tutti, ma proprio tutti, i presupposti per fare uno sgambetto alla pseudo corazzata nerazzurra. Ci sarebbero, perché il Toro, ovviamente, se può rivitalizzare qualcuno, lo fa.
E infatti finisce 2-1 al termine di una brutta partita decisa da episodi.
Prima Hart esce male su Icardi che vince il rimpallo per l’1-0, poi sono Miranda e Ansaldi a combinare una frittata e Belotti ne approfitta per l’1-1 che ci illude.
Mihajlovic nel frattempo ha cambiato modulo, complice l’infortunio di Iaqo Falque: si vede Ljajic in posizione centrale, dietro le due punte.
Niente di esaltante, ma almeno il tentativo. L’Inter sui nervi sfiora (e grazia Hart) il gol, per poi trovarlo a tre minuti dalla fine con un guizzo di Icardi.
Al 90′ restiamo in 10 perché a Ljajic esce dal campo per un non ben precisato fastidio di carattere intestinale.


Mihajlovic si arrabbia per questa partita incolore e nella trasferta successiva, a Udine, ripropone il solito 4-3-3 con Ljajic nella solita posizione defilata.
Giochiamo bene, meglio che a San Siro e passiamo in vantaggio con un bel gol di Benassi. Poi il blackout. Prima Thereau, poi Zapata ci ribaltano.
Ma di nuovo, ancora una volta, ci pensa Ljajic che sigla un altro gol: un gioiello di precisione che regala un punto in classifica.
Non riusciamo a dare continuità ai nostri risultati e soprattutto, siamo tremendamente distratti in difesa dove prendiamo ancora una volta gol di testa.
Bisogna ritornare subito alla vittoria e il calendario ci dà la grande occasione. In anticipo, giochiamo, in un piovoso sabato di novembre contro il Cagliari, una delle peggiori difese del campionato.
Si inizia e pronti via, assist al bacio di Valdifiori per Belotti. 1-0. Dopo 10′ siamo 2-0 grazie a Ljajic (e a Storari) mentre al 37′ Benassi chiude la pratica con un eurogol.

Ma quando sembra tutto fatto, ecco il solito gol (ancora di testa) subito per una disattenzione veramente incredibile: Melchiorri firma il 3-1.
Nella ripresa prima Baselli e poi Belotti su rigore chiudono i conti per il secondo 5-1 stagionale.
Da notare che la lacuna “palle alte” e la difesa non sempre brillantissima, iniziano a diventare una costante.

Siamo di nuovo in pista. A Crotone, campo non facilissimo, non brilliamo. Decide Belotti negli ultimi minuti di partita. I calabresi comunque ci mettono in difficoltà e lamentano un paio di torti arbitrali.
Il 2-0 finale, cinico e dannatamente utile, ci lancia verso le posizioni europee a cui tanto ambiamo.

Torniamo davanti al nostro pubblico e l’avversario di giornata è il Chievo di Maran.
Devo ammettere che erano parecchi anni che non si sentiva l’effetto stadio che, soprattutto negli anni d’oro,  è sempre stata un’arma importante. Finalmente, il Grande Torino è tornato ad essere un fortino.

Nemmeno questa volta la tendenza viene smentita. Peccato, ancora una volta, che a rovinare la festa sia il solito, dannato e maledettissimo gol di testa subito quando siamo sul 2-0 (doppietta di Iago Falque) e mancano tre minuti alla fine. Calcio d’angolo e Inglese ci condanna a sei-sette minuti di patemi non preventivati.

A questo punto della stagione si ritorna a parlare di Coppa Italia.
Affrontiamo, in casa, il Pisa, compagine di serie B. Quale migliore occasione per far rifiatare i titolari e provare i cosiddetti rincalzi? Gente che per un motivo o per l’altro gioca meno, giocatori che devono convincere il mister e metterlo in difficoltà quando è il momento di fare delle scelte, insomma, un’ottima possibilità per tutti. Tifosi compresi che possono vedere anche chi gioca meno.
Solo che le cose non vanno per il verso giusto. Il Pisa si difende e rischia anche di portarsi in vantaggio se non fosse per Padelli che salva il risultato in un paio di occasioni.
Si va ai supplementari, ma prima sono entrati Ljajic e Belotti.
Il Pisa è addirittura in 10 perché Lazzari deve abbandonare il terreno di gioco per infortunio e Gattuso, tecnico dei nerazzurri, ha già fatto tre cambi.
Nei supplementari il Toro cala il poker: Ljajic, Maxi Lopez, Boyé e Belotti chiudono la pratica.
Intanto si infortuna Obi: sarà una costante della stagione e questa è la seconda recidiva dopo l’infortunio contro la Fiorentina.
Mihajlovic capisce che le sue riserve, sono riserve e non può fare affidamento sui giocatori che si siedono con lui in panchina.

Eccoci alla tanto attesa partita con la Sampdoria. Non è un gran Toro ma se è per questo, non è nemmeno un gran Doria, solo che veniamo condannati da episodi sfortunati (traversa di Iago) e i blucerchiati con due tiri due portano a casa il bottino pieno.
Vien da dire, il solito Toro da trasferta, il solito esame non passato, l’ennesima occasione per confermare il buon periodo.
Non c’è modo peggiore per avvicinarsi alla partita successiva: il derby.
Si gioca in casa nostra e passiamo in vantaggio dopo 15 minuti in cui la Juve sfiora il gol a più riprese. Belotti anticipa Liechtsteiner e fulmina Buffon.
La Juve reagisce e trova il gol in maniera piuttosto fortuita, Higuain approfitta di un tacco malandrino di Rossettini, che lo mette in condizione di sparare a rete per l’1-1.
All’81, la svolta del match. Mihajlovic decide di vincerla a tutti i costi e inserisce Martinez, Boyé e Acquah, in un triplice cambio che rimarrà come mistero doloroso della stagione granata.
Capiamo la voglia di vincere, vorremmo tanto vincere questa partita, ma per come si è messa, anche un pari sembra andare bene.
Invece no. Il lancio lungo di Chiellini trova Higuain a tu per tu con Barreca, l’argentino non guarda nemmeno la porta, tira e la palla finisce alle spalle di Hart.
Il 3-1 di Pjanic dopo i miracoli di Hart, consegna alla storia uno dei risultati più bugiardi che la stracittadina ricordi.


La successiva partita a Napoli è un incubo. Ne prendiamo cinque, ma dopo il 3-0 del primo tempo, sembriamo un’altra squadra: salviamo l’onore ma la fase difensiva non è sicuramente nelle nostre corde.

Mertens ci pugnala tre volte e quando la partita volge al desio, i gol di Rossettini e Iago ci danno un filo di respiro. Finisce 5-3. Qualcuno dirà, abbiamo comunque fatto tre gol al Napoli.
Vabbé.

Nell’ultimo turno prima delle vacanze natalizie, arriva a farci visita il Genoa. Esordio in serie A per il giovanissimo Pellegri, classe 2001, 15 anni e 9 mesi, il più giovane debuttante della storia del calcio italiano.
Vinciamo senza convincere. Non siamo più arrembanti, facciamo fatica ed è solo grazie ad una invenzione di Ljajic per Belotti se riusciamo a trascorrere un Natale sereno. Finisce 1-0.
Siamo ancora agganciati al treno Europa e sta per incominciare il mercato invernale.

Si vocifera che Hart ritorni subito in Inghilterra, qualcuno dice che Castan ha già rinnovato con la Roma, mentre riscattiamo Iago Falque con qualche mese di anticipo.
I problemi però sono altri. Innanzitutto in difesa dove Barreca non può tirare mai il fiato a causa dell’infortunio grave occorso a Molinaro e alla lungodegenza di Avelar. Non sarebbe il caso di cercare un esterno? Non sarebbe il caso di adattare uno fra De Silvestri e Zappacosta a sinistra?
Niente di tutto ciò.
A centrocampo patiamo la fragilità di Obi, un Valdifiori che mostra qualche problema di forma dopo aver tirato la carretta per mesi (arriva anche da un anno di assoluta inattività, ndr), i giovani Lukic e Gustafson che non convincono.
In avanti con un Belotti così, per Martinez e Maxi Lopez gli spazi si chiudono in maniera pressoché totale e se il primo verrà ceduto negli USA, per il secondo si apre di nuovo la diatriba sulla sua forma. Argomento già dibattuto, già noto e straordinariamente irrisolto.
Manca qualcosa. Lo sappiamo noi, lo sa la società che insegue Castro (Chievo) e Poli (Milan) senza riuscire a ingaggiare nessuno.
Arrivano Iturbe dalla Roma (e non sembra nemmeno una scelta tanto assurda, sulle prime…), Carlaō, semisconosciuto difensore centrale brasiliano che gioca da anni all’APOEL, campionato cipriota e un portiere, il lunghissimo Vanja Milinkovic-Savic. Per il futuro, si dice.

Il girone di andata si conclude con uno 0-0 che definire bruciante è dire poco. Nel primo tempo di Reggio Emilia, il Toro potrebbe segnare a ripetizione, ma i nostri attaccanti hanno le polveri bagnate.
Segnatevela questa partita, perché sarà l’ultima, in stagione, in cui il Toro non incasserà gol: ultimo clean sheet per Joe Hart.
Siamo in inverno e le valanghe di palloni alle sue spalle continueranno fino alla fine della stagione.
A centrocampo capiamo che non possiamo più permetterci di essere leggeri come ad inizio torneo: Benassi-Valdifiori-Baselli sono vulnerabili, servono muscoli e servirebbe un cambio di modulo.
Obi è sempre in infermeria e Acquah, sparito dai radar del Mister, è pure partito per la coppa d’Africa.
Siamo al giro di boa e le sensazioni sono negative.

– Fine prima parte –

 

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