Sipario sul Toro

Nemmeno il più pessimista dei tifosi del Toro avrebbe immaginato una partita tanto deludente, impalpabile, brutta e disgraziata come quella giocata contro la Fiorentina.
Una sconfitta deprimente che fa calare il sipario sulla stagione granata e apre scenari funesti sul futuro prossimo del Toro e della sua gestione societaria.
Gestione che compie un altro passo indietro: questo Toro non cresce, non ci sono miglioramenti tangibili e soprattutto non si intravede un progetto a lungo termine.

Era il sessantesimo quando la lenta agonia a tinte granata si faceva sempre più cupa e Veretout, complice una sciocchezza di Acquah, freddava Sirigu per il temporaneo 0-1.
Il pubblico dell’Olimpico rovesciava sulla squadra frustrazioni e delusione: la contestazione soft montava con il passare dei minuti.
Il Torello sperduto mostrava tutti i suoi limiti caratteriali.
Una squadra si sarebbe rimboccata le maniche (e sappiamo noi del Toro, cosa significhi “rimboccarsi le maniche”), si sarebbe liberata dall’indolenza e avrebbe caricato a testa bassa.
E invece no, perché questa squadra che avevo definito in precedenza un “Toro non-Toro”, è assolutamente incapace di reagire, incapace di organizzarsi, incapace di giocare sui nervi.

Una “squadra” (sic!) affetta da un morbo che attanaglia piedi, gambe e idee (poche e per giunta confuse), una squadra lenta, che rumina il pallone senza costrutto, statica e irritante.
Lo sterile possesso palla e l’assenza di verticalità, sono prove tangibili delle difficoltà granata.
Difficoltà acuite dal gioco senza palla, con giocatori che non dettano mai il passaggio, costringendo così, il possessore a ricominciare dal giro palla difensivo o ad appoggiare sull’esterno.
Un Toro stanco, abulico, sfiatato e privo di fantasia, senza uomini che sappiano prendere in mano il timone quando la tempesta infuria.

Mazzarri ha il polso della situazione?

Walter Mazzarri

Mazzarri, subentrato in corsa, dopo un inizio confortante, è ora in netta difficoltà.
Il match di Verona era stato imbarazzante ma domenica le cose sono addirittura peggiorate.
La squadra non ha lo straccio di un gioco, l’unico giocatore in grado di dare una scossa, latita in panchina (Ljajic), gli attaccanti non hanno rifornimenti e i centrocampisti passano più tempo a rincorrere gli avversari piuttosto che costruire il gioco.
Non giudico le scelte di Mazzarri che i giocatori li vede quotidianamente in allenamento, né tantomeno conosco la forma fisica della rosa (se non da quello che trapela dai giornali), né conosco il tipo di partita che Mazzarri voleva impostare.
Credo che abbia fatto le sue valutazioni, convinto di aver fatto le scelte migliori.
E se alcune scelte erano obbligate (Baselli influenzato, Rincon e De Silvestri recuperati in extremis) i cambi sono apparsi tardivi.
Alla fine di un primo tempo di una pochezza devastante, forse potevano servire la freschezza e la velocità di Edera, la fantasia di Ljajic e la voglia di rivalsa di Barreca finito nel dimenticatoio da troppo tempo anche per via di una fastidiosa pubalgia.

La fase offensiva

In attacco, abbandonato al suo destino, tra Pezzella e Vitor Hugo, il solo generosissimo Belotti. 
Un Gallo da combattimento che ha rincorso avversari, recuperato palloni, preso tante botte e, infine, segnato un gol, alla prima occasione utile.
Serve più qualità e non lo dico da adesso: come fa, una squadra come il Toro a rinunciare al talento di Ljajic?
Ennesima prova fallita per Niang, il cui ingresso è stato dannoso e irritante.
Incupito, avvitato su se stesso, intristito e fuori dal gioco, Iago Falque (il miglior attaccante della stagione) ha vissuto la sua giornata più nera.

Sempre raddoppiato, sempre costretto a giocare spalle alla porta, raramente aiutato da un De Silvestri gravemente insufficiente, lo spagnolo è scomparso dalla partita senza incidere minimamente.

Un passo indietro

Sinisa Mihajlovic

Mihajlovic è sicuramente uno dei colpevoli di questa stagione e i suoi errori (il mercato, la preparazione, il cambio tardivo di modulo, alcune partite buttate via per sciatteria, la decisione di forzare il recupero di Belotti) li paghiamo tuttora.
Ho sempre nutrito più di un dubbio sulle capacità tattiche del serbo, sulla gestione dei rapporti all’interno (e all’esterno) dello spogliatoio e sono stato favorevole al suo esonero ma non con le tempistiche attuate, non dopo quel derby, soprattutto.
Allo stesso tempo, non avrei ingaggiato un allenatore così distante dal credo tattico di Mihajlovic.
Nonostante ritenga Mazzarri un tecnico più preparato di Mihajlovic non lo avrei chiamato a gennaio
e, a dirla tutta, se avessi potuto scegliere, nemmeno a giugno. Questi però sono gusti personali.
Con il senno di poi, saremmo potuti restare con il serbo – o trovare un semplice traghettatore fino a maggio- per poi azzerare e ripartire con un nuovo ciclo.

Non sarei stato soddisfatto, però sarebbe stato più logico.
Mihajlovic ha chiesto giocatori su cui credeva (Niang su tutti), ha avallato cessioni che, a fronte poi del cambio di modulo gridarono (e gridano) vendetta- vedi Benassi- non ha (o ha, poco importa) battuto i piedi per avere un terzino al posto di Zappacosta e una punta di buon livello.
Da quanto si disse all’epoca, società e mister erano allineati: vero o falso che fosse, il mercato si è rivelato fallimentare e a pagare, come spesso accade, è stato l’allenatore.

Petrachi, Cairo e le scelte sbagliate

Il fallimento di questa stagione è soprattutto figlio delle scelte di Petrachi e Cairo.
La politica del Toro è chiara e mira all’autofinanziamento attraverso l’acquisto e la cessione di giocatori sconosciuti o in cerca di riscatto.
Politica assolutamente lecita che il Toro deve attuare, cercando di scovare talenti, lavorando d’anticipo sulle dirette concorrenti per battere sul tempo squadre più attrezzate economicamente.
Scommesse che però devono rivelarsi vincenti da subito o quasi.

Il saldo, in questo senso, è negativo perché Berenguer e Lyanco sono al momento protagonisti di una stagione tutt’altro che positiva; Sadiq, il bomber di scorta, è risultato troppo acerbo e Gustafson è risultato inadeguato alla categoria.
Bonifazi, per cui sono state rifiutate anche offerte importanti, latita in panchina e Milinkovic-Savic andrebbe valutato con maggiore attenzione.

Niang, la scommessa più cara, non sta rendendo secondo le aspettative, mentre le uniche note liete arrivano da Sirigu, Burdisso e N’Koulou.
In soldoni, il mercato non è stato sufficiente a migliorare la squadra, soprattutto in mezzo al campo, dove si vincono le partite.

La contestazione

Cairo è stato contestato e anche i giocatori sono stati presi di mira.
Ogni tifoso ha la sua opinione e, civilmente, chiunque ha diritto di contestare.

La storia però insegna che contestammo Pianelli e Sergio Rossi sperando in un patron in grado di farci svoltare. Il risultato? Ne arrivarono una serie infinita e svoltammo davvero, finendo però fuoristrada.
Inoltre, a mia memoria, non ricordo contestazioni che hanno portato qualche vantaggio ai risultati di campo. Ma tant’è.
La sensazione però è che a questo Toro manchi sempre qualcosa. Come Penelope che tesseva e disfaceva la tela, ogni anno il Toro si ritrova carente in un reparto piuttosto che in un altro.
Dalla struttura societaria, al campo, si sente la mancanza di un uomo capace, in grado di gestire il settore tecnico della società, di esserne il collante.
Mi piacerebbe che ci fosse una sorta di coordinatore tecnico, magari un ex granata, che sappia costruire un ponte tra dirigenza e squadra.

Bisogna ridare un’anima a questa squadra, riconsegnare le chiavi ad uno o più giocatori e puntare su di loro restituendogli tutte le motivazioni possibili: a questo punto, Mazzarri deve lavorare soprattutto su questo.
Ritorno a bomba: Ljajic è quel giocatore. Sappiamo che è discontinuo ma ha grandi motivazioni: il mondiale, su tutte.
L’assenza di uno zoccolo duro significativo e la costruzione di un’asse portante, la spina dorsale “portiere-difensore centrale-centrocampista e attaccante” è da ricercarsi prima possibile.

Dati alla mano, il Toro rispetto all’anno scorso conta tre nuovi titolari su cinque in difesa, uno su tre a centrocampo e uno su tre in avanti: 5/11 sono nuovi acquisti.
L’assenza di un leader riconoscibile, un uomo (o più d’uno) che si facciano carico della squadra a livello tecnico e a livello morale, è un’altra delle lacune più evidenti.
Qualcuno a cui rivolgerti se le cose vanno male, qualcuno a cui aggrapparti.
Il Toro, questo Toro, non ce l’ha.

Mancano i risultati

(fonte Transfermarkt)

Il Toro in questi tredici anni di gestione Cairo ha fatto qualche passo avanti ma soprattutto tanti passi laterali.
A questa società manca la cosa più importante: i risultati, ovvero la cartina tornasole nella gestione di una qualunque società sportiva.
Risultati che, nel calcio di oggi, portano soldi, generano introiti e ti garantiscono visibilità e contratti di sponsorizzazione più elevati.
Non comprendere questa semplice equazione è il peccato originale di Cairo, al quale non si chiedono miracoli, ma uno sforzo che permetta al Toro di competere davvero per traguardi più importanti.
Non significa necessariamente investire più denaro, significa spenderlo meglio.

 

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