L’anno del Mundial

Gotze-gol, Germania campione del Mondo

Il Mundial per me è come La Mecca per un musulmano, la Messa per un cattolico, la Mucca per un indù: è calcio vissuto all’ennesima potenza, un’orgia di 64 partite che ti contingentano la vita, ti stravolgono l’agenda e ti inchiodano al televisore.

Era un Mundial notturno e si dormiva poco.
Molti al mattino successivo mi chiedevano: “Ma hai visto anche la partita di mezzanotte?” – e io come in una litania rispondevo: “Eh, ma io le guardo tutte.”
Come sempre, per altro.
Io, le partite, le mie storie e una birra. Forse anche due.
A quelli che andavano a letto prima e si perdevano il meglio, raccontavo che era bello vivere di notte.
Il mondo assumeva contorni metafisici in cui le partite erano tutte bellissime e combattute, anche se seguivano una logica assurda e drammatica per la quale chi segnava per primo poi perdeva.
Come in un romanzo, le partite raccontavano storie di uomini, di destini e non solo di pedatori che inseguivano un pallone, in braghette corte con scarpini fosforescenti, su un campo verde.

Gli uomini, le loro storie, un pallone.
C’era tutto nel Mundial brasiliano.
Agonismo, goal (mamma mia quanto si segnava in quel mondiale), gesti tecnici meravigliosi, squadre che giocavano benissimo, nuovi calciatori da scoprire e da conoscere, poche partite noiose.
C’era la bomboletta spray che costringeva le barriere a mantenere la distanza sulle punizioni e non ci si crede ma funzionava davvero.
C’erano gli inni nazionali con la musica che finiva mentre la gente continuava a cantarli a squarciagola.
In tv invece c’era uno stacchetto musicale ideato da un rapper milanese che con il canto c’entra come il sottoscritto con la fisica quantistica e che, dopo circa dieci partite, è stato sostituito da un refrain di sola musica senza parole.

L’estate torinese era lieve e nell’arco del Mundial, c’era stata una sola settimana di caldo e tanta pioggia.
Sembrava che gli emisferi si fossero capovolti, roba da non credere.
Tutti a dire sarà un casino il clima per le squadre in Brasile dato che là è inverno.
Poi lo spettatore italico ha scoperto che l’inverno brasiliano è mite, che Manaus è un inferno di umidità che nemmeno i lidi ferraresi, che sarebbe servito il timeout per il troppo caldo e che anche questo sarebbe stato un Mundial dove le televisioni e gli sponsor decidevano e il pallone doveva obbedire.

Intanto le storie nascevano, si intrecciavano e il campo dava i suoi verdetti.

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Il dramma verdeoro dopo il terribile rovescio (1-7) in semifinale

C’era il Brasile più emotivo e frignone della storia, composto da figurine più preoccupate di twittare e acconciarsi le chiome platinate, che di giocare decentemente a pallone.
Li avevo smascherati subito. Non potevano vincere, perché c’era troppa pressione su di loro e loro avevano pochissima qualità.
Era facile prevederlo e infatti questo è stato uno dei pochi pronostici che ho azzeccato.
C’erano i giovanotti del Belgio che ci faranno divertire agli Europei del 2016, ma che adesso sotto il peso delle grandi aspettative e della scarsa esperienza, hanno dimostrato solo a sprazzi il loro valore.
Poi c’era la Colombia di James Rodriguez, il mio calciatore del Mundial. Il numero 10 più divertente della competizione, il miglior talento visto in questa rassegna: peccato per questa Colombia di Pekerman, orfana di Falcao ma piena di talenti che avrebbe meritato per il gioco espresso, qualcosa di più.
Peccato anche per il Messico, che avevo colpevolmente sottovalutato, facendomi influenzare dalla qualificazione raggiunta per il rotto della cuffia.
I messicani sanno giocare e bene, hanno un tecnico capace e pittoresco, e giocatori sottovalutati che in Europa sarebbero protagonisti.

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La clamorosa traversa di Pinilla al 120′, Brasile-Cile, ottavi di finale

Era il Mundial delle sudamericane, bene ha fatto il Cile fermato solo da una traversa al 120′ e dai rigori contro il Brasile; benino Uruguay con il problema Suarez e un po’ meno bene l’Ecuador, unica squadra sudamericana a fermarsi alla fase a gironi: Enner Valencia e Jefferson Montero sono comunque state piacevoli scoperte.
Ma la vera sorpresa è stata quel miracolo sportivo che risponde al nome di Costarica.
Non li avevamo minimamente considerati e ce li siamo trovati ai quarti, ad un passo da quella semifinale che sarebbe stato anche difficile raccontare.
Orgoglio di un popolo intero, capaci di scalare vette impossibili (il girone vinto come primi classificati è un gioiello) e di giocare un calcio semplice e piacevole. Avevo sottostimato Ruiz, conoscevo Campbell e Bolanos, mai avrei immaginato che Keylor Navas si sarebbe ritagliato un posto tra i migliori portieri della competizione.
Poi c’era una parte di vecchia Europa che veniva presa a schiaffi e abbandonava il palcoscenico ancora prima delle serate di gala: Portogallo, Russia, Bosnia, Croazia, Italia, Inghilterra e Spagna, tanto per gradire.
Il fracaso spagnolo ha avuto grande risonanza per via delle modalità con cui la Roja è stata eliminata.
Umiliati e offesi, drammaticamente oltraggiati, dimenticando che fino ad un minuto prima erano loro i campioni in carica e che almeno l’onore delle armi glielo si poteva concedere.
Brutta bestia la mancanza di memoria e di rispetto.

La Grecia ha scritto una pagina epica qualificandosi per gli ottavi in pieno recupero con un miracolo che è andato a scontrarsi con le ambizioni del piccolo Costa Rica, in uno degli ottavi meno pronosticabili di sempre.

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La delusione azzurra dopo la sconfitta contro l’Uruguay

L’Italia è affondata nella calura di Manaus, nel cuore della foresta amazzonica dove la storia racconta che una ciurma di bolliti guidata da un nocchiero in balia del fortunale ha tenuto a bada un pirata pronto ad azzannarci dimenticandosi dell’umile mozzo. Risultato? Godin, avvezzo ai goal pesanti, ci rispediva in patria con un golletto di testa a pochi minuti dalla fine dalla partita.
Tre partite e tutti a casa. Come quattro anni fa, senza un minimo di orgoglio.
Via l’allenatore e via con il solito ping pong di accuse e vendette trasversali veramente fuori luogo: nazionale senza capo nè coda, priva di gioco, di senso, di qualità e a zero alla voce preparazione atletica.
Giusto così.

L’Africa ha regalato il solito campionario di incongruenze, problematiche economiche e tattiche: si è salvata da un Mondiale deficitario per il continente africano, la meno africana di tutte, ovvero l’Algeria che è arrivata ad un passo dalla clamorosa sorpresa contro la Germania.
Nigeria senza infamia e senza lode, Costa d’Avorio e Ghana sciupone, Camerun allo sbando.
La spedizione asiatica ha fallito miseramente: Giappone e Corea del Sud non hanno espresso minimamente il loro gioco.
L’Australia nonostante il grande cuore ha mostrato poco e niente (a parte il solito Cahill), mentre l’Iran ha dato prova di sapersi difendere molto bene grazie ai dettami di un grande tecnico europeo quale Queiroz è.

Più passava il tempo e le partite della notte erano sempre più belle e combattute.
Più passava il tempo e questo mondiale delle sorprese rientrava nei ranghi: venivano eliminati gli outsider, ristabilite le gerarchie e nel gruppo delle pretendenti al titolo c’era spazio solo per la nobiltà e per la tradizione.
Germania, Brasile, Argentina e Olanda rispettavano i pronostici, proprio come le teste di serie di un tabellone tennistico, i favoriti sudavano sette camicie ma alla fine vincevano.

È stato il Mondiale del nuovo dramma verdeoro. Dopo il Maracanazo1950 targato Uruguay ecco il Mineirazo in salsa teutonica, un 7-1 in casa davanti alla propria gente contro i tedeschi che implacabili, continuavano a giocarsela.
Non sarà facile lavare l’onta di questa disfatta e non sarà facile dimenticare il fallimento di una nazione intera.

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Gotze e Muller festeggiano. La Germania è campione del Mondo.

E così nella finale di Rio hanno vinto i tedeschi. Vincono sempre quando non ci siamo noi tra le scatole.
Sono i primi Europei a vincere un mondiale Sudamericano sfatando il tabù, si appuntano la quarta stella e cancellano il sogno argentino di vincere la coppa a casa degli odiati dirimpettai brasiliani.

È stato il Mondiale dei portieri e dei giovani.
Il mondiale dei goal di Rodriguez e Cahill, del tuffo di Van Persie, delle parate di Ochoa, Navas, Neuer e Krul.
Quest’ultimo, diventato eroe per caso al 120′ di una partita che veniva decisa dalle sue parate ai rigori.
Non si era mai visto un portiere sostituito all’ultimo minuto dei supplementari.
Doveva essere il Mondiale di Neymar, Ronaldo, Balotelli, Messi, Rooney e Diego Costa. 
Doveva essere il Mondiale del Brasile e dei brasiliani.
Restano le lacrime di un paese, la faccia delusa e stranita di Messi durante la premiazione, le lacrime di Villa e quelle dell’allenatore del Costa Rica, il canto orgoglioso di Klinsmann che canta due inni nella stessa partita, le proteste del popolo brasiliano, la Merkel vestita in maniera improponibile e i fischi dei brasiliani agli inni dei loro avversari.

Il Mundial del 2014. Storie, facce, goal, emozioni e tanti ricordi che resteranno vividi nella memoria collettiva di molti di noi.

 

Chiosa

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È stato il Mundial di Eddie Vedder, che in una calda e tragica (sportivamente parlando) serata milanese in quel di San Siro ha cantato e suonato per tre ore di concerto.
È il mio concerto cult. Non so se mi capiterà nuovamente di assistere ad un evento del genere. Non lo so, ma nel mio personale Pantheon, Vedder c’è, soprattutto dopo la performance di quella sera.

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È stato anche il Mundial di Roger Federer perché quella finale epica, a Wimbledon, doveva vincerla lui.
L’ha vinta a prescindere nell’eterna lotta che oscilla tra Bene e Male, ma forse vincerla sul campo sarebbe stato troppo banale. Federer ha vinto, perdendo. Cancellando l’età, il tempo inesorabile che passa e ha vinto, perdendo, su un avversario che, invano, chiedeva al pubblico del Centrale di incoraggiarlo.
Ha vinto su tutta la linea perché Federer non può perdere.

È stato il primo Mundial di mio figlio Francesco. Ancora troppo piccolo per avere dei ricordi, ma già capace di applaudire gli inni nazionali o di esultare alzando le braccia al cielo non appena il telecronista alzava un po’ il tono della voce. Un giorno mi chiederà perché il nostro televisore è sempre verde.

È stato il Mundial di Kate, stoica nella sopportazione del maschio alfa, a volte interessata all’evento (Gioca Cristiano Ronaldo?), tifosa delle cause perse (riusciva come me a tifare sempre, puntualmente, per quelli che perdevano) e abilissima nel passaggio davanti al televisore, specialità in cui le donne italiane eccellono.

I miei Oscar

La squadra più divertente: Colombia
Il miglior calciatore: James Rodriguez, Colombia

I goal più belli

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James Rodriguez segna il goal più bello del Mondiale, Colombia-Uruguay 2-0

 

 

 

 

 

 

 

 

Tim Cahill, Australia-Olanda 2-3

Tim Cahill, Australia-Olanda 2-3

Il tuffo vincente di Robin Van Persie, Spagna-Olanda 1-5

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