Città contro borgo, Hellas contro Chievo

 

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“Noi andremo a Verona
un bel giorno vedrai,
Nella bella Verona,
Giulietta e Romeo.
Ci fermeremo là
ai piedi del balcone,
anonimi fra tanti
e ci commuoverà”
Charles Aznavour, Noi andremo a Verona

Compie vent’anni ed è l’unico derby disputato in Serie A tra compagini di una città non capoluogo di Regione. Domenica, all’ora di pranzo, al Bentegodi andrà in scena il cosiddetto derby dell’Arena (o della Scala), cioè la stracittadina di Verona, tra l’Hellas e il Chievo: un tempo città contro frazione e oggi città contro circoscrizione del comune scaligero. Dal 1993, anno del primo incontro, le due squadre si sono affrontate 12 volte tra A e B (mai in Coppa Italia) e il bilancio è di assoluta parità: 5 vittorie a testa e due pareggi, 14 goal fatti per entrambe le compagini.

«Io allenavo il Chievo, che non lo conosceva nessuno. Le donne cucinavano la pearà e gli uomini non sapevano neanche cosa fosse, il Chievo»
Alberto Malesani

small_110514-154118_VERJUVE091Una storia giovane, nata negli anni Novanta grazie alle mirabolanti imprese del piccolo Chievo che detiene un singolare record nazionale: è l’unico club proveniente dall’ultimo gradino dilettantistico (la Terza Categoria) capace di arrivare in Serie A e di alzare l’asticella raggiungendo la qualificazione alle coppe europee. Del resto solo in una città come Verona potevano nascere storie così romantiche e drammatiche al tempo stesso: il miracolo del Verona scudettato (1985), la favola della Cenerentola Chievo, l’inferno della serie C (con il baratro della C2 ad un passo) e la faticosa risalita fino al massimo campionato. Nemmeno in una tragedia shakesperiana si sarebbero potute immaginare una serie di vicissitudini e di emozioni così forti.

«Non c’è una favorita fra noi e il Verona, il derby è sempre una partita particolare che, fra l’altro, capita in un momento non bellissimo per entrambe»
Sergio Pellissier, attaccante Chievo

Nel derby scaligero non c’è una logica favorita, non ci sono corsi e ricorsi che facciano pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra ed è praticamente impossibile stabilire quale sia, per la storia o per gli exploit, la squadra più grande e quella più piccola (oggi, si capisce). Anche geograficamente è difficile dire dove finisce Verona e dove comincia Chievo, dove finisce la città che, sfumand0, diventa periferia, laddove la Valpolicella con i suoi vitigni si specchia nell’Adige.

small_110707-131303_062B9846Ma il derby è storia di uomini. Uomini che escono da un anonimato durato anni, da carriere fantasma nelle leghe minori. Carriere come quelle del capocannoniere del derby Federico Cossato, onesto centravanti di provincia, tuttora detentore di un record destinato a cadere molto velocemente: è lui, con i suoi 3 goal, a comandare la classifica, seguito da Corini (uno dei tanti giocatori ad aver indossato entrambe le casacche), Cammarata e suo fratello Michele Cossato, tutti a 2. Numeri non certo eclatanti, come quelli relativi alle presenze in campo: il recordmen è Lorenzo D’Anna (9 presenze tutte con il Chievo), seguito da D’Angelo (7), Manetti (6), Corini e De Vitis (5). Tra gli allenatori più presenti c’è mister Alberto Malesani, che con 6 presenze (2 con l’Hellas, 4 con il Chievo) è il capofila della speciale classifica. Uomo (e mister) fuori dagli schemi, Malesani è stato uno dei personaggi che hanno contribuito ad alimentare la (poca) letteratura del derby scaligero. Al termine del primo derby di serie A tra le due veronesi, fece molto clamore la sua esultanza per la vittoria dal suo Hellas, ottenuta in rimonta da 0-2 a 3-2: Malesani si difese accusando l’intero mondo del calcio di essere troppo bacchettone, finto, buonista e che era più che lecito festeggiare con la propria gente una vittoria del genere. Il buon Alberto non sapeva di aver creato una corrente di pensiero che negli anni avrà come adepti Mourinho, Simeone e tanti altri mister sanguigni, senza peli sulla lingua e soprattutto tifosi.

«Io sono fatto così, lasciatemi stare. In questo calcio sembra che la cosa più importante sia essere finti, di plastica. Come certi miei colleghi allenatori: sento dire cose incredibili, dichiarazioni che non mi va neanche di commentare, e invece quello che dicono loro va bene a tutti. Qualcuno mi ha anche detto che, se continuo così, non allenerò mai una grande. E chi se ne frega, ripeto. Io sto al mio posto, esulto in questo modo una volta ogni due anni e tutti a criticarmi»
Alberto Maleasani

Hellas Verona vs. Perugia - Tim Cup 2014-2015Arrivano alla partita di domenica due squadre reduci da periodi non facili. IlVerona del presidente Setti è stato praticamente smantellato dopo i risultati positivi della scorsa stagione: a gennaio via Jorginho e poi, in estate, Romulo, Iturbe, Marquinho, Cacciatore, Donati e Maietta, pilastro della risalita dalla Lega Pro alla serie A. Mister Mandorlini è stato obbligato a ripartire praticamente da zero, con un centrocampo da re-inventare, una difesa con tante novità e un grande unico punto fermo: Luca Toni, 300 goal nei professionisti e una vena realizzativa inesauribile (5 goal per lui). Diciassette punti, 26 goal subiti e un’amalgama difficile da trovare, con qualche scelta poco chiara a livello di mercato (Saviola, Rafa Marquez): tre vittorie nelle ultime cinque partite ufficiali, due in campionato una in Coppa Italia, per una squadra che fatica a prendere ritmo e continuità.

Il Chievo, dopo un inizio choc (una sola vittoria nelle prime dieci di campionato), ha decisamente migliorato il proprio ruolino di marcia. Il cambio di allenatore (Maran subentrato a Corini a stagione in corso) ha portato i suoi frutti e la sconfitta contro l’Inter nel posticipo di lunedì scorso ha interrotto una serie positiva che durava da 5 turni (due vittorie e tre pareggi). Tredici punti, attacco asfittico (11 goal, peggio hanno fatto solo Torino 10 e Atalanta 8), difesa colabrodo con 19 goal passivo. Maran deve contare sulla voglia di emergere della nouvelle vague clivense:Alberto Paloschi, Isaac Cofie e Cristiano Biraghi, senza dimenticare il portiere scuola Inter, Francesco Bardi, che dopo qualche incertezza di troppo ha perso il posto in luogo dell’esperto Albano Bizzarri. Il Chievo non è più la squadra che incantò per freschezza e rapidità (ricordate i Mussi volanti e il 4-4-2 di Luigi Del Neri?), bensì una squadra pragmatica, non spettacolare e votata al sacrificio.

Chievo Verona - CesenaDue percorsi accidentati, numeri che fotografano situazioni difficili come la bassa percentuale realizzativa: Hellas al 9%, Chievo al 6%, un tiro (nello specchio) ogni 22 minuti per i primi, uno ogni 27 per i secondi. Il Verona, che tira 12 volte di media a partita, riesce ad essere più pericoloso nelle conclusioni: il 54% arriva dall’area di rigore (solo 46% per il Chievo). Per i clivensi la strada verso il goal è resa più impervia a causa della grande percentuale di tiri dalla lunga distanza (53% da fuori area). Gli uomini di Mandorlini sono superiori sia nel possesso palla (45% a 39%) che nei duelli aerei (53% a 47%). Singolare la situazione sulle palle inattive, che il Chievo sfrutta al meglio quando è in fase offensiva, realizzando quasi la metà dei suoi goal (5/11, 45%) ma allo stesso tempo in fase difensiva ne subisce un terzo (6/19, 31%).

Presumibilmente il Verona confermerà il 4-1-3-2 che ha sbancato Udine, con Moras nella parte di centromediano davanti alla difesa, un centrocampo muscolare con Lazaros, Tachtsidis e Hallfredsson, in attacco Toni e Nico Lopez (4 goal per lui). L’Hellas, infatti, è falcidiato dagli infortuni: ritrova Marquez, ma perde Agostini per squalifica e rischia di non avere Rafael tra i pali. Sull’altra sponda, Maran pare intenzionato a riproporre il 4-4-2 a lui caro: Izco in cabina di regia, Birsa spostato in fascia ma pronto ad accentrarsi per supportare il duo offensivo Paloschi-Meggiorini, con Maxi Lopez che scalpita per una maglia da titolare. Difesa schierata in linea con Frey, l’esperienza di Gamberini, la forza fisica di Cesar e il bosniaco Zukanovic, abile nel gioco aereo e da tenere d’occhio sui calci piazzati. Suggestiva la sfida in attacco tra Toni e Paloschi, due attaccanti abituati a segnare, due attaccanti che vedono bene la porta avversaria. Il primo continua a stupire (e a segnare) alla veneranda età di 37 anni, il secondo vive invece un momento di appannamento ma le sue doti non sono in discussione.

«Fossero solo i colori uguali il problema. Mi vorrebbero togliere anche Cangrande e la Scala. Se ne facciano una ragione: o gli va bene o posso anche non parlare con questi signori»
Luca Campedelli, Presidente del Chievo Verona

«Volevo ringraziare Campedelli. Ha ragione, i colori dobbiamo cambiarglieli noi con la forza dei risultati. E certamente proveremo a farlo»
Maurizio Setti, presidente del Verona

E anche se per molti veronesi doc, il derby vero è quello contro il Vicenza, questa partita inizia a diventare un piccolo classico in cui trovano posto la rivalità, i colori, la storia, i simboli rivendicati, le proposte di fusione, gli scambi verbali al vetriolo. Domenica, sulle sponde opposte dell’Adige, non si faranno troppi calcoli: c’è una città che gioca contro una parte di se stessa, una città contro un borgo, gialloblù contro gialloblù, Cangrande e la Scala, Romeo e Giulietta, Mussi contro Hellas. Il tutto in un piccolo, grande, derby.

 

Questo articolo è stato pubblicato da Contropiede.net e Ilgiornale.it

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