Bilbao calling a/r

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È appena finita una giornata durata ventiquattr’ore.
Un bus, due voli (di cui uno turbolento), il sole e il caldo di Barcellona, il clima atlantico dei paesi baschi.
E poi c’è la partita. È lì, fai finta di non pensarci, non guardi nemmeno l’orologio mentre passi da un bar all’altro a bere cañas e mangiare ottimi pintxos (l’equivalente basca delle tapas).
Piove a dirotto e piove serrano. Quando sei da queste parti, non puoi esimerti, e allora non resta che adeguarti.
Esci da un bar, piove.
Entri in un altro e smette.
Esci nuovamente e piove ancora più forte di prima.
L’orologio non lo guardi mentre sei in giro per Bilbao e ti sembra di essere a casa con tutto questo granata che invade le strade.
Ti senti a casa anche perché chi ti ospita, ti fa sentire a casa: un sorriso, una pacca sulle spalle, due chiacchiere e un saluto. Suerte.
Suerte, inteso come buona fortuna.
Non si smentiscono questi baschi.
Intanto la pioggia è aumentata.

L’ultima sosta e poi via allo stadio.
Imponente, enorme, ma asettico.
Il San Mamés, quello originale, era un’altra roba.
Non fraintendetemi, è bellissimo, ma è un edificio, l’altro era un monumento.
E qui le differenze non sono sottili, ci sono tutte le differenze del mondo: un mondo diverso da quello di quarant’anni fa, un mondo dove anche in una città come Bilbao, serve un edificio e non un monumento.
Serve, è funzionale, è nuovissimo assolutamente in linea con gli standard europei ma è meno caloroso del precedente. 

La partita è una altalena.
Lo spicchio granata urla a gran voce senza sosta.
Rigore. “Io non guardo” – dice il signore che sta dietro di me.
Io guardo eccome, e quando mi ricapita una roba del genere!!
Primo urlo.
Piove a dirotto.
Il Toro sembra perfino elegante con questa orribile maglia blu elettrico.
Il San Mamés si ricarica al goal di Iraola ma nemmeno il tempo di sistemarsi che il Toro è di nuovo in vantaggio.
Peppino imbuca per Darmian che crossa, Maxi di testa e l’inzuccata è vincente.

Tutto sotto il nostro settore.
Delirio e quindici minuti di eccitazione.
Alcuni tra i più ottimisti e meno scaramantici iniziano a decidere quale sarà la prossima méta.
Il tempo passa in fretta.
Incredibile, perché quando vorresti che tutto fosse finito, generalmente le lancette sembrano avere il freno a mano tirato.
Si ricomincia, l’Athletic spinge, il San Mamés un po’ meno e va a fiammate: Maxi Lopez si divora il 3-1, poi il palo di Williams (proprio sotto i miei occhi), ancora Maxi che sbaglia sotto porta e il pareggio di De Marcos.
2-2. Ad essere spettatore neutrale, una roba da urlo. Ad essere del Toro, un po’ meno.
Ma non c’è niente da fare perché quando Darmian la mette in porta per il 2-3, la frase di Roberto resta impressa nella memoria:”Eh no. Ce la meritiamo noi. E basta”.

Ha ragione Roberto, ce la meritiamo noi ma manca una eternità.
Guardo il tabellone e stranamente il tempo passa con insolita velocità.
Attaccano i rojiblancos ma il Toro tiene botta e sfiora il 2-4 con Martinez.
Poi si entra negli ultimi minuti di recupero.
E qui c’è una altra frase epica che mi ronzerà in testa per parecchio tempo è che fa capire che cos’è un tifoso granata.
Il tifoso granata è quello che sul 2-3, con gli avversari costretti a fare due goal, a 45 secondi dalla fine, ti guarda e dice: “Manca ancora una eternità”.
Una eternità.
Eppure solo al fischio finale ci scateniamo in un abbraccio collettivo.
Qualcuno piange, tanti si abbracciano.
È festa.
Poi succede quello che pochi si immaginano, quello che nessuno o pochi ritengono possa essere possibile.
La gente di Bilbao applaude il Toro che festeggia, noi che festeggiamo e la gente granata risponde: “Athletic! Athletic!!”.

Telefono a mio padre come telefonai da Monaco di Baviera nel 2006 mentre a Torino c’era il delirio per la vittoria contro il Mantova nei playoff di serie B.
Mai dimenticare da dove si è partiti, mai…
Urlo la mia gioia e intanto continuo a ricevere abbracci.
Poi squilla il telefono, è il mio amico Roby che cura una trasmissione radiofonica, e dice: “Raccontaci il San Mamés”.
Credo di non aver mai detto tante banalità e ovvietà come in questo caso, anzi, non ricordo nemmeno cosa ho detto mentre intorno a me si alza il coro “è successo veramente, è successo veramente!!”.
Poi inizia a scendere l’adrenalina e mi viene in mente la busta, il pronostico che tutti mi avevano chiesto.
L’ho lasciata in albergo, come un cretino, dimenticata, abbandonata lì nello zainetto.
Adesso, posso dirlo…c’era scritto 2-1 per l’Athletic.
E i motivi erano chiari: più esperienza, più malizia, più abitudine a giocare questi match, la Champions conquistata è disputata (qualificazione buttata proprio in casa), la finale di tre anni fa in Europa League e il San Mamés.
Insomma, non ci ho voluto pensare, e immaginavo che saremmo usciti da Toro…magari con il solito dramma a tinte fosche, e invece no.

Altre birre, un bocadillo di serrano all’una di notte e ancora gli sguardi che scintillano, ma che non hanno ancora compreso quanto accaduto.
Domani si torna.
Oggi aspettiamo il sorteggio.

-Fine-

 

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