Il viaggio degli eroi – Come tutto ebbe inizio – Prima parte

Premessa

Questo articolo nasce e prende spunto da molteplici istanze.
La prima, sicuramente, quella di raccontare una storia.
La storia di un movimento calcistico che dopo un periodo di crisi rinasce attraverso le cure di una federazione lungimirante.
La seconda, la fotografia di un paese che al culmine di un lungo periodo di recessione, compresa una lunghissima crisi governativa, si riscopre vivo e vegeto, mostrando al mondo il suo volto migliore.
La terza è il modo di raccontare questa storia attraverso gli archetipi presenti ne Il viaggio dell’eroe (C.Vogler, Dino Audino, Roma 1992), una guida valida per raccontare molti film Hollywoodiani, in special modo quelli di avventura o di fantasia, ma in generale questa pietra miliare scritta ad uso e consumo degli sceneggiatori di tutto il mondo è applicabile a storie come quella che sto per raccontare.

Il tutto mentre in Belgio piove.

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È il 10 luglio 2016 e davanti a 80mila spettatori, al triplice fischio finale dell’arbitro Rizzoli, il Belgio si laurea campione d’Europa, sconfiggendo in finale la Germania. Il primo ministro Charles Michel e Re Filippo di Belgio si abbracciano felici nella tribuna d’onore dello stadio di Saint-Denis: è un risultato storico.
Nella storia degli Europei, il Belgio è lo stato più piccolo ad aver conquistato il titolo di campione continentale.
Intanto a Bruxelles la gente festeggia uno di quei momenti che segnano la storia di un paese e di un popolo, anzi, di due: fiamminghi e valloni, così lontani, ma mai così vicini come stasera.

Potrebbe iniziare così un eventuale articolo sulla finale degli Europei di calcio che si svolgeranno tra un anno in Francia.
Dico potrebbe, perché il calcio non è una scienza esatta, ma se lo fosse e si potessero premiare talento, bravura e programmazione, immaginare il piccolo Belgio sul gradino più alto d’Europa non sarebbe certo una sorpresa.

Il mondo ordinario

«I francofoni saranno capaci di rispondere se le Fiandre decidessero un giorno per l’indipendenza».
Elio di Rupo, ex primo ministro belga

Elio Di Rupo

Composto da tre comunità (fiamminghi, valloni e minoranza tedesca) separate da una annosa questione linguistica e diviso in tre regioni (Bruxelles Capitale, Fiandre e Vallonia), il piccolo stato federale ospita luoghi ecumenici per eccellenza come la sede della Commissione Europea, il Consiglio dell’Unione Europea e solo alcune sedute del Parlamento europeo: curioso che un paese così frammentato sia il luogo deputato alle istituzioni che governano l’unione di più popoli.
In Belgio non esistono partiti politici attivi su scala nazionale e la regionalizzazione degli stessi ha contribuito a creare la crisi di governo più lunga di sempre: dal 2010 al 2012 541 giorni senza un esecutivo al comando, un periodo più lungo di quello della crisi irachena, tanto per capirci.
Eppure in questo periodo l’economia del Paese è stata una delle più sane dell’Unione europea, nonostante l’ingovernabilità e i continui tentativi di istituire un nuovo esecutivo: roba che noi italiani dovremmo essere locomotiva del continente, tanto per dire.
Il Belgio è anche il paese che nella crisi si affida a un immigrato, un figlio di quelle famiglie salite al nord per trovare lavoro e fortuna: Elio Di Rupo, di origine abruzzese, socialista, primo ministro a più riprese, primo premier francofono dopo trent’anni uno dei primi uomini politici a fare outing dichiarando la propria omosessualità.
Il Belgio è il paese delle mille birre, dell’antica tradizione tessile delle Fiandre, il paese delle miniere di carbone, di minatori e immigrati che arrivarono nel nord Europa durante i primi anni del Novecento; il paese del ciclismo e delle colonie (e del loro controverso sfruttamento durante gli anni del Colonialismo) che tanto continuano a sostenere il movimento sportivo belga, in particolare quello calcistico.
E nel momento più difficile, il Belgio ha saputo ricostruire con intelligenza e competenza, ripartendo dalle fondamenta di un movimento calcistico in piena crisi d’identità.
Se questi sono i risultati di una dolorosa traversata del deserto, potremmo affermare, benedetta sia la crisi.

L’incontro con il mentore
L’anno scorso, di questi tempi, il Belgio si apprestava a disputare nuovamente un Mondiale dopo un’assenza lunga dodici anni (ultima edizione disputata, Corea e Giappone 2002).

La nazionale dei Diavoli Rossi è tornata ai mondiali grazie ad un tecnico coriaceo e preparato ovvero Marc Wilmots, ex colonna di Malines e Standard Liegi prima e Bordeaux e Schalke poi: uno che in Italia viene ricordato per aver castigato l’Inter nella doppia finale di Coppa UEFA del 1997.
Il tecnico proveniente dal Brabante Vallone ha raccolto i frutti della notte più buia e più lunga di uno dei movimenti calcistici più interessanti e controversi del panorama europeo.

Marc Wilmots

Wilmots ha affiancato sulla panchina della nazionale prima Dick Advocaat, poi George Leekens e infine è stato promosso ct da maggio 2012 con vista sulle qualificazioni al mondiale brasiliano.
Nel suo passato anche un seggio da senatore nelle fila del partito liberale francofono: l’uomo delle tre carriere però abbandona presto quella di politico e il suo polemico addio al mondo delle istituzioni viene visto come un vero e proprio fallimento personale.
Del resto, il credo calcistico di Wilmots è in netto contrasto con la politica del suo paese: lui, da allenatore, ha puntato sull’unità, sul gruppo, su una comunità d’intenti, mentre le spinte secessioniste e le fratture politiche minano lo stato belga dal suo interno.

“Chi tradisce lo spirito del gruppo, lo butto giù dalla finestra. Ci sono delle regole che vanno rispettate e sono fondamentali per lo spirito di gruppo. Alla base c’è il gruppo, non i singoli.”
Marc Wilmots

Il testimone, Wilmots, lo raccoglie ufficialmente il 6 giugno 2012.
Le prime parole di Wilmots sono improntate alla continuità del progetto e in generale è un discorso sul futuro, sulla possibilità di prolungare l’esperienza ben oltre i due anni di contratto.
C’è una visione del futuro che si basa essenzialmente su una certezza: il progetto della federazione.
Non è spocchia. Wilmots ha accettato perché il ruolo è importante, perché è ambizioso, perché vuole migliorarsi, ma soprattutto perché vede il futuro.
Ovviamente sulla sua strada (e sul suo futuro) ci sono i Mondiali del Brasile. È quello il primo obiettivo della federazione, di Wilmots e della squadra.
Le qualificazioni al Mondiale brasiliano si riveleranno un trionfo: primo posto nel girone, Croazia battuta a domicilio e spedita ai pericolosi playoff continentali, un ruolino di marcia impressionante, con 8 vittorie, 2 pareggi, 0 sconfitte, 4 goal subiti e 26 punti in classifica.
Solo la Germania e l’Olanda hanno fatto meglio nei rispettivi gironi con 28 punti sui 30 disponibili.

Il richiamo all’avventura
Nei favolosi anni Settanta-Ottanta (e in parte i primi anni del Novanta), il Belgio sfornava campioni a ripetizione; giocatori con una straordinaria capacità di adattamento, pronti a disputare qualsiasi campionato di massima divisione europea e i club facevano la voce grossa nelle coppe grazie alle vittorie di Anderlecht, Malines e alle imprese sfiorate da Standard, Bruges e Anversa.

Dopo Pfaff, Gerets, Millecamps, Meeuws, Van der Elst, Ceulemans, passando per Van den Bergh, Vercauteren, Scifo e Grun la straordinaria fucina di talenti sospese momentaneamente la sua produzione, il campionato divenne poco competitivo e poco appetibile per gli sponsor. Ebbe inizio un lento ma inesorabile declino a livello internazionale.
Erano lontani gli anni in cui sotto le sapienti mani di quello straordinario maestro di calcio che era Guy Thys, in assoluto l’allenatore più importante della storia del calcio belga, i Diavoli Rossi erano una solida realtà del panorama internazionale.
Il Guru del fuorigioco esasperato, estremo, attuato fino alla linea mediana del campo, fece ammattire mezza Europa nelle qualificazioni e l’altra metà nelle fasi finali dell’Europeo in Italia, imbrigliando gli avversari e facendoli cadere nella tattica del fuorigioco almeno un miliardo di volte.

 

 

Un gioco non molto spettacolare, speculativo, che però portò risultati importanti negli anni Ottanta: secondi agli Europei (1980, sconfitti dalla solita Germania), qualificati alla seconda fase del Mondiale 1982 con un esordio da urlo, 1-0 all’Argentina di Maradona; qualificati all’Europeo del 1984 (tanto per dire, l’Italia campione del Mondo, quegli Europei li vide in tv) e infine, il prestigioso quarto posto di Messico 86, sconfitti in semifinale dall’Argentina e dalla vendetta compiuta in solitaria da uno straordinario Diego Armando Maradona.

«[…]Sinon, je crois bien qu’on serait revenu avec la Coupe Jules Rimet dans nos bagages ».
([…]Altrimenti, credo proprio che saremo tornati noi con la Coppa Rimet nelle nostre valigie)

Guy Thys

Varco della prima soglia
Il declino del calcio belga inizia idealmente nel 1988, anche se i Diavoli rossi continueranno a non mancare una sola edizione dei Mondiali (risultato massimo gli ottavi di finale), pagando invece dazio in Europa, dove solo grazie al fatto di essere paese ospitante, i belgi parteciparono di diritto all’edizione del 2000, saltando ben 6 delle ultime 7 edizioni della rassegna continentale.
Il Belgio non guadagna la qualificazione sul campo ad una fase finale degli Europei dal lontano 1984.

I primi vagiti della nidiata che fa sperare il Belgio calcistico vengono emessi durante l’Europeo Under21 del 2007 disputatosi in Olanda: un risultato di prestigio per i giovani Diavoli rossi che approdati in semifinale si guadagnano il pass per i giochi Olimpici di Pechino.
Un segno del destino? Forse sì, visto che l’alloro Olimpico è l’unico successo conquistato dalla federazione belga in tutta la sua storia: erano i Giochi del primo giuramento, quelli del finlandese volante Paavo Nurmi.
Era il 1920 e, in casa ad Anversa, arrivò l’oro.

Alle Olimpiadi di Pechino (2008) I ragazzi allenati da Jean-François De Sart raggiungono un’altra semifinale con annessa medaglia di legno a seguito della sconfitta contro il Brasile di Diego, Ronaldinho, Hernanes, Pato, Thiago Silva nella finale per il bronzo.
Facevano parte di quella squadra il portiere Bailly, considerato dai più il nuovo Preud’homme, il centravanti Mirallas, i difensori Vertonghen, Pocognoli e Vermaelen, i centrocampisti Dembelè e Fellaini, solo per citarne alcuni. 

Atto II – Prove, Alleati, Nemici

“Dieu n’était clairement pas avec nous aujourd’hui”.
(Dio, oggi, chiaramente non era dalla nostra parte)
George Leekens

Il 12 ottobre 2010 è una data significativa per il calcio belga.
Le qualificazioni agli Europei 2012 sono un’altra tappa di un viaggio solo apparentemente senza ritorno.
La squadra allenata da Leekens è un mix di giocatori giovani, più qualche vecchietto (Simmons, tuttora in attività) a fare da chioccia: l’ossatura è quella del torneo olimpico e prima ancora dell’Under21 del 2007.
Inizia a intravedersi qualcosa ma mancano coesione, voglia di sacrificarsi per un risultato comune e quel pizzico di esperienza necessaria per tirarsi fuori da situazioni difficili.
La sera è fresca allo stadio Re Baldovino di Bruxelles. I padroni di casa affrontano un’altra grande derelitta del calcio europeo, l’Austria, anch’essa in crisi di identità e risultati.
La partita è una incredibile girandola di emozioni e termina 4-4, con tre goal segnati negli ultimi sei minuti di gioco. Il Belgio in vantaggio numerico (11 contro 10) all’87esimo si trova sotto per 3-2. Poi succede l’imponderabile: goal di Ogunjimi, ed è 3-3. Nemmeno il tempo di gioire e Lombaerts segna al 90’ il 4-3, un risultato che potrebbe significare molte cose, in primis un ritrovato carattere e un trampolino di lancio verso la fase finale di Polonia e Ucraina.
Un segno del destino.
Ma al 93’, l’attaccante austriaco Harnik, con la collaborazione del non irreprensibile portiere Bailly, pareggia i conti e ricaccia all’inferno il Belgio e la sua nouvelle vague.
Questa sarà l’ultima partita internazionale di Logan Bailly.
Faceva freddo quella sera allo stadio Re Baldovino, mentre piovevano i fischi dei venticinquemila tifosi belgi delusi dall’ennesimo risultato negativo.

Leekens lascia la guida della nazionale nel maggio del 2012, il Belgio manca la seconda piazza utile alla qualificazione ai playoff per soli due punti e resta, ancora una volta a guardare.
È ancora dannatamente presto per la rivoluzione.

 

Fine prima parte – Continua

Questo articolo è stato pubblicato da Contropiede.net 

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