La pillola del giorno dopo le semifinali di Champions – Camera con vista su Berlino

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Una conferma, il Barcellona.
Una sorpresa, la Juventus.
Sarà questo l’ultimo atto della Champions 2015, a Berlino, il 6 giugno.

Partiamo dagli sconfitti.
Guardiola, in primis. Forse è davvero difficile confermarsi nonostante le 6 semifinali in carriera su 6 edizioni disputate, ma questo Bayern seppur privo dei suoi migliori giocatori (Alaba, Ribery e Robben) e con un Lewandowski eroico (giocare con frattura di setto e mandibola, dopo una bella commozione cerebrale non deve essere facile) ma a mezzo servizio, non ha saputo e potuto contrastare il Barcellona più pratico di sempre, proprio dai tempi di Guardiola.
Il tiki-taka, o come diavolo si scrive, era una roba per catalani onanisti, voyeuristi della prima ora, convinti che quell’infinita ragnatela di passaggi fosse la vita: invece era la morte. 
Luis Enrique senza troppi fronzoli ha preso la squadra, ne ha capito punti di forza e debolezze e ha compreso che sì, il tiki-taka, lui lo poteva superare, se non nei risultati, nello spirito, nello stile e anche nel pragmatismo.
Così ha colpito e affondato il Bayern: due verticalizzazioni, due goal. Una discreta serie di lanci lunghi che con Guardiola sarebbero valsi due-tre scudisciate sulla schiena e un vantaggio non da poco: avere tre attaccanti meravigliosi.
Verticalizzazioni che scavalcavano il centrocampo tedesco e permettevano ai tre magnifici frombolieri di attaccare una difesa impaurita, arretrante, scossa.
Messi, Suarez, Neymar. Che dire di più?

E così, Guardiola, che comunque ha già vinto a mani basse la Bundesliga, dovrà nuovamente porsi la domanda: ma il tiki-taka, o come diavolo si scrive, è morto o semplicemente non è replicabile in nessun altro luogo al mondo che non sia Barcellona?

Altri sconfitti, Carlo Ancelotti e il suo Real.
Anche questa volta, i detentori non riescono a fare il bis, non ci è mai riuscito nessuno e ci sarà pure un motivo.
Troppo brutto per essere vero all’andata, dove ha vissuto di rendita sul goal di Cristiano Ronaldo, pessimo ieri sera al Bernabeu, in una partita che si era incanalata nei binari giusti grazie al rigore molto sciocco, concesso da Chiellini su James.

Lì, il Real non ha piantato la banderilla e la Juve ha iniziato a crederci maggiormente, anche se in alcune fasi ha rinculato pericolosamente e Allegri ha titubato (troppo?) prima di fare i cambi giusti per rinforzare gli argini e dare fiato ad uno spento Pirlo.
Se devo essere sincero, la Juve non mi è piaciuta ma credo sia un dettaglio di poco o nessun conto.
Non mi è piaciuto l’atteggiamento fin troppo remissivo soprattutto in virtù del fatto che ogni qualvolta i bianconeri si affacciavano dalle parti di Casillas creavano più di un grattacapo alla difesa, ballerina, degli ex campioni d’Europa.
Sicuramente Allegri ne capisce più di me e ha preferito un equilibrio difensivo, piuttosto che un azzardo al tavolo verde del Bernabeu.
Allegri comunque ha dimostrato che si poteva dare qualcosa di più rispetto al passato (Conte), che in fondo con un calcio non spettacolare ma speculativo, si possono ancora raggiungere risultati e che il calcio all’italiana, ancora una volta, paga.

In maniera analoga, il Real non solo non mi è piaciuto, ma mi ha deluso.
Mi sarei aspettato un arrembaggio dopo il goal di Ronaldo. Mi sarei aspettato Ronaldo. Mi sarei aspettato Kroos. Mi sarei aspettato Bale.
E invece niente. Nessun guizzo, nessuna giocata geniale, nessuno spettacolo.
Martedì in fatto di spettacolo è andata decisamente meglio, ma la filosofia dei due club che erano in campo in Baviera è nettamente differente.
Carlo Ancelotti forse non sarà l’allenatore del prossimo Real 2015-16. Troppe le critiche, troppi i chiacchiericci di spogliatoio, troppe prime donne e poco gioco di squadra. Il Real vive di guizzi, troppo poco, soprattutto se non si vince.
Alla fine i bianconeri senza troppi problemi approdano alla finale di Berlino. Ed è sostanzialmente giusto così.

Più vado avanti a guardare Champions, più mi rendo conto dell’assoluta imprevedibilità degli eventi.
Per vincere una competizione così lunga (da settembre a giugno), bisogna fare i conti con tanti, troppi accadimenti.
La forma, gli infortuni, la forma degli avversari nel momento in cui li incontri, i direttori arbitrali, il clima…e potrei andare avanti ancora.
Il calcio, questo calcio, è figlio degli episodi.

Ne prendo ad esempio due, uno per semifinale.
Ovviamente, la “bellezza” delle mie affermazioni, sta nell’assoluta impossibilità di controprova, ma tant’è.
Mettiamo che invece di Alaba, Ribery e Robben, gli infortunati fossero stati Messi, Iniesta e Piquè: staremo a parlare di un fallimento del calcio di Guardiola?

Mettiamo che il colpo di testa di James, invece di essere sporcato da una impercettibile deviazione dello scarpino di Sturaro, avesse prodotto il 2-1 per le Merengues: staremo qui a parlare di un Ancelotti in procinto di essere spedito a casa a fine stagione?
Probabilmente sì, ma questa è un’altra storia.
Dite quanto vi pare, ma il calcio di oggi vive di questo.
Un sassolino nell’ingranaggio perfetto e tac. Addio.
Ne basta uno. Uno solo.

Anche e soprattutto in una partita secca.

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