Le 32 protagoniste – Puntata no.20 – L’Uruguay

La Squadra – La Celeste

L’Uruguay di Oscar Washington Tabarez ha raggiunto l’obiettivo di Russia 2018, grazie al secondo posto nel girone CONMEBOL di qualificazione, alle spalle del favoritissimo Brasile.
Un percorso condito da qualche sconfitta di troppo (saranno cinque alla fine) ma un ruolino casalingo che, di fatto, è stato la pietra fondante su cui costruire l’obiettivo mondiale: 7 vittorie, 1 pareggio e una sconfitta tra le mura amiche, significa 22 su 31 punti conseguiti in totale, segno che lo stadio Centenario è stato più di un fattore.

Questo è un momento di passaggio per il calcio uruguaiano. Il ricambio generazionale sta per compiersi e questo ha tutta l’aria di essere l’ultimo appuntamento per tutta una serie di senatori che proprio in Russia potrebbero arrivare al capolinea con la maglia della Celeste.
Suarez e Cavani, Godin e Maxi Pereira, Caceres e El Cebolla Rodriguez, senza dimenticare l’eterno Stuani (come faccia ad essere sempre tra i convocati è un mistero) e l’ex laziale Muslera sono gli over trenta, pronti a giocarsi le carte che mancarono nella mano, a Sudafrica 2010.
Formazione e rosa comunque di tutto rispetto per gli uruguagi.

Oscar Washington Tabarez è allenatore preparato e navigato. La sua storia con l’Uruguay ha quasi vent’anni: la prima esperienza sulla panchina dei due volte campioni durò dal 1998 al 2000.
Tabarez è tornato in sella nel 2006, trascinando il piccolo Uruguay al quarto posto nel 2010 e ha vinto una Copa America nel 2011 (la 15esima quella che vale il primato nell’albo d’oro).
Alla guida della Celeste, El Maestro,  ha collezionato 192 panchine, 94 vittorie, 48 pari e 50 sconfitte: allenatore-monumento del calcio uruguaiano, Tabarez ha alle spalle una lunga carriera che lo ha portato anche in Italia alla guida di Cagliari e Milan.

«Finché le forze mi assisteranno e avrò il piacere di allenare io resterò qui, al mio posto».

L’ombra di una malattia degenerativa si è allungata in maniera preoccupante sul Maestro, costretto suo malgrado ad aiutarsi con un mezzo elettrico per seguire allenamenti e partite del suo Uruguay.
Una lezione di straordinaria professionalità e di amore verso questo sport per il classe 1947, allenatore più anziano della competizione.
Qualcuno dice sindrome di Guillaume-Barrè, Oscar Tabarez parla di neuropatia cronica.
In ogni modo, Tabarez rassicura tutti. In Russia, ci sarà.

Cosa aspettarsi dall’Uruguay? Sicuramente un passaggio del turno da vincitore del girone A, di cui è il principale favorito.
Occhio però alle insidie: l’Egitto in primis e la Russia padrona di casa.
L’Uruguay è ben attrezzato per arrivare tra le prime 8 e per sognare qualcosa di più.

I protagonisti

Orfani di quel diavolo di Diego Forlan, sono rimasti loro due, la strana coppia, Cavani e Suarez, a tenere su, a suon di gol, la “baracca” uruguaiana.
Sono loro due i protagonisti assoluti della compagine sudamericana: un mix letale di forza fisica, scaltrezza, fiuto del gol, garra e voglia di vincere.

Se il primo sta vivendo il paradiso dorato della Ligue 1 con il Paris degli sceicchi, l’altro continua a segnare a ripetizione nel tridente blaugrana definito MSN.
In nazionale sono la temibile coppia che fa paura a tutte le difese avversarie.
Dai loro goal e dalla loro esperienza passano molte delle speranze uruguagie.

Dicevamo di un mix di esperienza e gioventù. Muslera, ex del campionato italiano, ora in Turchia al Galatasaray è portiere dotato di grandi capacità, non affidabilissimo è però nel pieno della maturità.

Diego Godin

La linea difensiva è guidata dal Capitano, Diego Godin, straordinario centrale difensivo che forma la cerniera con Gimenez (o con Coates). Sulle fasce ecco i marpioni: Maxi Pereira e Caceres (all’occorrenza anche centrale) oppure i giovani Gaston Silva (ex Toro) e Varela.

A centrocampo, l’imbarazzo della scelta. Rodrigo Bentancur (Juve), Nandez e De Arrascaeta sono in rampa di lancio ma occhio a Vecino (Inter), Torreira (Samp) e Laxalt (Genoa) per un reparto che parla italiano e appare come uno dei più interessanti del torneo.
Vecchia volpe passata anche alle nostre latitudini è El Cebolla Rodriguez. Lo chiamano così perché a piangere quando lo incontravano erano solo i suoi avversari.
Oddio, l’esperienza benfiquista prima e poi quella parmigiana, fanno propendere per un pianto continuo, non degli avversari ma dei tifosi. Giocatore in declino ma con colpi da fuoriclasse.

Dell’attacco abbiamo detto. Resta da dire che Stuani ha ancora una volta convinto il ct uruguaiano e sarà lui la prima riserva di Cavani e Suarez: non un grande bomber, ma il classico giocatore che piace più agli allenatori che non ai tifosi.

I record dell’Uruguay (clicca per vedere l’infografica)


Testa a testa – Il Gruppo A

Russia, Egitto e Arabia. Viste così non sembrerebbe altro che una tranquilla passeggiata con vista sugli ottavi. Eppure soprattutto le prime due appaiono come scorbutiche compagne di viaggio.
Occhio agli egiziani, vera mina vagante del girone.
L’Uruguay vanta buona tradizione con africani e sauditi, mentre contro la Russia è in netto svantaggio. Ai Mondiali, però, la situazione è equilibrata, 1 vittoria ciascuno.
Obiettivo quarti di finale, plausibile. Per sognare qualcosa di più bisogna sperare nel miracolo, o quasi.

Uruguay v Egitto
Bilancio totale: 1 match
Uruguay 1 vittoria
Pareggi –
Egitto –

Uruguay v Arabia Saudita
Bilancio totale: 2 match
Uruguay 
Pareggi 1
Arabia Saudita 1 vittoria

Uruguay v Russia
2 matches ai Mondiali:
Uruguay-URSS 1-2, Cile 1962
Uruguay-Russia 1-0, Messico 1970
Bilancio totale: 8 matches
Uruguay 1 vittoria
Pareggi 2
Russia 5 vittorie


Storie – Orientales, la patria o la tumba

Uno degli inni più emozionanti ed evocativi della storia.
Sicuramente uno dei più lunghi con i suoi sei minuti e oltre.
Le parole scritte dal maestro Acuna, nel 1833, restano impresse nella memoria anche di chi uruguagio non è.

Certo, il verso più forte, è il primo, una sorta di dichiarazione di intenti che mette in chiaro che il popolo Orientales (gli Orientali, perché un tempo l’Uruguay era una provincia dell’est del Rio de la Plata:

Orientales, o la patria o la tumba.
(Orientali, o la patria o la morte)

E basta vederli gli uruguaiani per capire che loro, quei versi, li perseguono in maniera pedissequa, senza remora alcuna.

Un paese che è la metà dell’Italia, una quantità enorme di mucche, che gli valse il soprannome di Svizzera del Sudamerica, l’Uruguay è un bacino inesauribile di calciatori.
Se si considerano i titoli del 30 e del 50, più le due Olimpiadi del 1924 e del 1928 e i 15 titoli sudamericani, il rapporto tra vittorie e bacino d’utenza risulta essere di difficile comprensione.
Un diamante grezzo incastonato tra le fauci delle superpotenze calcistiche sudamericane, Argentina e Brasile a cui spesso ha regalato solenni bastonature.

Maracanazo

Sicuramente il più grande sgambetto della sua storia calcistica, l’Uruguay lo giocò ai brasiliani.
Parliamo della finale (anche se finale non era) del campionato del mondo del 1950.
Stadio Maracanà di Rio, tutto è apparecchiato per il banchetto brasiliano che di lì a poco, avrebbe vinto la tanto agognata Coppa Rimet.

Sappiamo invece che l’Uruguay ribaltò il pronostico e sconfisse i padroni di casa, gettando nello sconforto un intero paese. Suicidi, infarti, delusione e silenzio irreale accompagnarono quello che venne ribattezzato il Maracanazo.

Era tutto previsto, tranne il trionfo dell’Uruguay.
Jules Rimet

I brasiliani erano certi della vittoria e sottovalutarono una squadra comunque molto forte, che poteva contare su giocatori del calibro di Maspoli, Varela, Ghiggia, Schiaffino.
Il risultato fu scioccante. Gli orientales prevalsero per 2-1 grazie al goal vincente di Ghiggia che molti anni dopo ebbe a dire:

A sole tre persone è bastato un gesto per far tacere il Maracanã: Frank Sinatrapapa Giovanni Paolo II e io.
Alcides Ghiggia

Quello che mi ha sempre colpito di questa tragedia sportiva è che si parla più della sconfitta del Brasile che non della vittoria dell’Uruguay.
Eppure ancor prima del successo celeste, mi piace far riferimento alle parole e ai gesti di alcuni calciatori uruguagi che smisero di festeggiare in segno di rispetto per il pubblico e per gli avversari.
Come se si dovessero scusare di aver arrecato un disturbo, un dispiacere.
Varela, l’artefice del Maracanazo, fu uno dei protagonisti per la sua straordinaria sicurezza nel gestire il pre partita. 
Capitano di quella squadra, uomo che incarnava perfettamente la prima frase dell’inno nazionale. Non avrebbe permesso a nessuno di portare a casa quella Coppa Rimet. E così andò.

Si dice che quella sera Varela passò da un bar all’altro a Rio de Janeiro e tutti piangevano, al punto che anche lui, uno dei vincitori empaticamente, provò grande compassione.
Uomini, prima di essere calciatori. 

Il Brasile da quel 16 luglio 1950 cancellò la sua maglietta bianca, per passare definitivamente ai colori attuali. Se non puoi batterli, almeno prendili con la scaramanzia.

I convocati dell’Uruguay a Russia2018

Portieri
Fernando Muslera (Galatasaray), Martin Silva (Vasco da Gama), Martin Campana (Independiente)

Difensori
Diego Godin e Jose Maria Gimenez (Atletico Madrid), Sebastian Coates (Sporting Lisbona), Maximiliano Pereira (Porto), Gaston Silva (Independiente), Martin Caceres (Lazio), Guillermo Varela (Penarol).

Centrocampisti
ANahitan Nandez (Boca Juniors), Lucas Torreira (Sampdoria), Matias Vecino (Inter), Rodrigo Bentancur (Juventus), Carlos Sanchez (Monterrey), Giorgian De Arrascaeta (Cruzeiro), Diego Laxalt (Genoa), Cristian Rodriguez (Penarol), Jonathan Urretaviscaya (Monterrey).

Attaccanti
Cristhian Stuani (Girona), Maximiliano Gomez (Celta Vigo), Edinson Cavani (Paris St-Germain), Luis Suarez (Barcelona).

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