Tanto tuonò che piovve – Di derby e di esoneri

Ci poteva essere risveglio più amaro dopo la serata di ieri sera?
Ieri sera è andato in onda l’ennesimo episodio della fiction derby, una fiction che vede il Toro vittima sacrificale (in particolar modo allo Stadium) ogni qualvolta si inizia a respirare l’aria della stracittadina.
Questo è il primo problema: affrontare questa partita con un divario tecnico ci sta, affrontarla come una scalata del Mortirolo con una graziella, no.
 
Ne è venuta fuori la solita “non partita”, per scelta e per la rosa ridotta all’osso dagli infortuni, costellata dal solito campionario di eventi straordinari e extrastraordinari che hanno determinato un rotondo 2-0.
La conseguente eliminazione lascia l’amaro in bocca a tutti i tifosi, eternamente divisi nelle fazioni: “giocare a viso aperto” e “giocare sparagnini”.
La differenza tecnica abissale, acuita anche dalle tante (troppe) assenze granata, diventa una voragine tattica se è vero che Allegri ha preparato la partita aggredendo il Toro sin dalla costruzione di gioco.
Abbiamo fatto fatica ad uscire e non abbiamo costruito gioco con squadre più deboli, figuriamoci con la Juve.
Ci sarebbe anche da obiettare che l’atteggiamento del Toro è stato veramente molle e quindi da chiedersi, per l’ennesima volta, come è stata preparata questa partita?
Male. Molto male.


Ho scelto tre momenti per fotografare il match di ieri sera.
1) Il gol dell’1-0, bello per esecuzione, nasce da un rimpallo quantomeno fortuito e fortunoso.
Qualcuno ieri sera obiettava che “se ti costringono a stare lì dietro prima o poi qualcosa succede”, certo, verissimo.
Ma qui si passa direttamente al sovrannaturale e alle leggi che regolano le vite di Gastone Paperone e Paolino Paperino.

2) Il gol del 2-0. Questo è uno dei gol paradigma delle sfide stracittadine. Fallo di Khedira su Acquah, palla che arriva a Dybala, rimpallo su Baselli, palla a Mandzukic e gol che chiude i giochi, ammesso che i giochi fossero mai stati aperti.
Entra in scena l’aiuto tecnologico con Doveri che conferma il gol del croato, Mihajlovic espulso e via al solito baillamme di proteste che a distanza di otto mesi dall’intervento di Acquah non fanno altro che aumentare le recriminazioni.

3) I cambi. Higuain, Khedira e Lichtsteiner da una parte, Boyé, Obi e De Luca dall’altra.
Chiaro, no?

In tutto questo c’è il dominio della Juve e un palo sull’unica occasione creata (saltando il centrocampo, con un lancio lungo) grazie ad un diagonale di Niang.
Poco, pochissimo.
L’unica cosa che imputo a Mihajlovic e al Toro di ieri sera è che il reparto meno forte della Juve (di ieri sera) era certamente la difesa, con Sturaro difensore a destra, Rugani (non brillantissimo) e Asamoah (altro adattato a terzino).
Forse, vista anche la partita ad eliminazione diretta si poteva osare qualcosa di più.
Certo è che al 70′ in tutto questo si era sull’1-0 (ripeto, bello ma fortuito) e non sul 5-0.

Buongiorno

Nella notte arriva la notizia dell’esonero a Mihajlovic. Ci svegliamo con questa novità. Quattro giorni del nuovo anno, un derby perso, un esonero, l’infermeria piena e un match (in casa) da non fallire tra due giorni.
Come dire, chi ben comincia?
Mihajlovic in un anno e mezzo non ha dato alla squadra lo straccio di un gioco ma quello che imputo al serbo è l’assenza di un progetto tecnico: ha scelto molti giocatori, ha imposto alla società alcune condizioni ma ha sostanzialmente fallito.
In più, molti dei giocatori che dovevano essere decisivi o essere i trascinatori di questa squadra stanno latitando: motivatore sì, anche apprezzato (così pare) dai giocatori nonostante i suoi metodi burberi, ma con pochissimi risultati portati a casa sotto l’aspetto caratteriale.
Mettiamoci anche che il Mister non sta aiutando la società a far crescere il capitale che ha a disposizione: un capitale che si sta svalutando a vista d’occhio.
Se aggiungiamo alcune scelte di mercato scellerate (Niang, Benassi) il quadro è completo.

Confusione tattica, tecnica, gestionale.


Non ero certo un ammiratore di Mihajlovic e non lo ritengo tuttora un allenatore in grado di far decollare una squadra.
Le sparate su Baselli (l’anno scorso), su Ljajic (quest’anno e l’anno scorso), quelle su Belotti (!!), l’involuzione di Boyé, la pessima gestione di Niang (tecnica e umana), Berenguer e Edera: troppi casi non risolti in maniera coerente.
Se poi parliamo di grinta, beh, non è la mia priorità vedere un allenatore che sbraita e si agita. Preferisco che il tremendismo resti nei libri di storia e che la grinta in campo non sia dettata da belle parole ad uso dei tifosi più caldi.
In campo non ci va la storia, in campo ci vanno giocatori organizzati e ordinati, disciplinati tatticamente e soprattutto, in campo servono giocatori che si riconoscono nel progetto tecnico e che sono parte di esso.
Tralascio la questione Anna Frank, le frasi sessiste e altre uscite ad effetto, fanno parte di un personaggio che non apprezzo e che non merita ulteriori discussioni.

E adesso?

Viene da chiedersi se l’esonero sia più o meno tardivo e soprattutto bisognerà capire chi avrà il compito di risollevare le sorti del Toro.
Questo è il punto più spinoso e anche quello più difficile da dirimere.
Cairo avrebbe potuto giocarsi la carta esonero molto prima.
Dopo il Verona, dopo la partitaccia di Crotone, la sconfitta di Firenze…ma sono sempre arrivate partite che facevano ben sperare (Inter, Milan, Cagliari, Lazio in campionato, Roma in Coppa Italia) e che non hanno fatto altro che rimandare la decisione.
Sto cercando di capire se fosse o meno il caso di mandare via Sinisa.
Da un lato c’è un girone di ritorno e una valanga di punti in ballo, dall’altro ci sono le incognite legate al nuovo allenatore che arriverà.
Un mister che avrà la necessità di fare i conti con una classifica deficitaria, molti giocatori infortunati, un progetto tecnico non suo e una società storicamente non prontissima nel mercato di gennaio (per usare un eufemismo).
Forse sarebbe stato meglio costruire il Toro in maniera più completa, proprio per evitare a Mihajlovic (non brillante stratega e nemmeno grande inventore) situazioni tattiche di difficile definizione.
Una punta in più, un terzino in più, un centrocampista in più. Non serviva molto per colmare le lacune di una rosa che appare più forte di quella dell’anno scorso, ma che non riesce a mascherare la pochezza di un allenatore che riceve il suo quarto esonero in 10 anni di carriera.

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