Grazie di tutto, Mister

E adesso che è arrivata l’ufficialità, mi sento orfano.

Adesso che non è più un semplice “si dice”, non è più una “voce”, uno “spiffero”…
Ora che Ventura non è più l’allenatore del miglior Toro degli ultimi vent’anni credo sia necessario, e forse non sufficiente, pronunciare una parola tanto difficile quanto necessaria: grazie.

È difficile dire grazie perché è una delle parole più difficili da pronunciare, ma è anche la più bella.
La ringrazio Mister e mi creda, se a dirglielo, è uno dei primi scettici della compagnia che la accolse in quell’estate del 2011.
Ero scettico e non faccio fatica ad ammettere che fui deluso per una scelta che mi sembrò di secondo livello: una scelta di serie B.
Manco fossimo il Real Madrid caduto in disgrazia per caso e solo momentaneamente in difficoltà nella risalita in quelle posizioni che “competono” alle grandi squadre.
Guardai il suo curriculum fatto di tanta gavetta e tanta provincia, qualche promozione, tante delusioni e qualche esonero.
La reputavo vecchio, non tanto anagraficamente, quanto calcisticamente.
Poi arrivarono i primi acquisti e rimasi fortemente deluso (un’altra volta!) dai nomi che avrebbero composto la rosa.
Non capii.

Ero sugli spalti quella sera contro il Lumezzane, ad agosto, per quella striminzita vittoria di quella “specie” di Toro, quell’embrione sceso in campo in quella calda serata di Coppa Italia.
La gente non capiva quel gioco fatto di passaggi all’indietro e qualcuno mugugnava: Mister, sembra incredibile, ma quelli che mugugnavano contro il Lumezzane hanno forse (e dico forse) finito oggi, leggendo il comunicato stampa che ufficializza il suo addio.
Poi iniziò il campionato di B e arrivarono vittorie su vittorie. Si iniziava a intravedere la sua mano.
Ci gasammo parecchio per quel modulo 4-2-4 che esaltava squadra e tifosi.
Arrivammo secondi per una sciocchezza, l’ultima partita con l’Albinoleffe e, indovini un po’ Mister?, qualcuno ebbe da ridire.

La serie A fu un salto difficile da compiere. Facemmo parecchia fatica ma ci salvammo.
Salvarsi era vitale e necessario per ricostruire piano dopo piano, quel monumento che era stato raso al suolo dalle precedenti gestioni tecniche.
Poi arrivarono le soddisfazioni, anno di grazia 2013-14 e 2014-15.
La costruzione di un amore è una canzone di Ivano Fossati, genovese come Lei, che recita:

La costruzione del mio amore
mi piace guardarla salire
come un grattacielo di cento piani
o come un girasole

Ed io ci metto l’esperienza
come su un albero di Natale
come un regalo ad una sposa
un qualcosa che sta lí
e che non fa male

Lei Mister l’esperienza la mise tutta al servizio di una squadra di uomini.
La sensazione che ce la potessimo giocare con chiunque cresceva di partita in partita: giocare e vincere.
Come se quella costruzione avesse portato anche una grande consapevolezza dei propri mezzi.
Vede Mister ricordare il Suo lavoro limitandosi a parlare di Bilbao, del derby vinto dopo vent’anni, della serie B abbandonata al primo tentativo, sarebbe limitato, ingeneroso e non preciso.
Il Suo lavoro ha ricreato una squadra. Ha ricompattato un ambiente, una tifoseria, ha ricreato quella cellula di cui parlava nella Sua conferenza stampa di presentazione.
Il Suo lavoro, ci ha ridato aria dopo anni afasici segnati esclusivamente da delusioni.

Ci ha restituito l’orgoglio e soprattutto ci ha fatto vincere in casa e fuori casa sfatando tabù secolari.
Ci ha fatto capire il significato e l’importanza di essere Squadra dimenticando il singolo: ha allontanato chi non la seguiva, sempre per il bene della squadra e sempre per il bene della squadra ha fatto scelte impopolari.
La Sua capacità di scovare talenti e di farli crescere ha permesso importanti operazioni di mercato che hanno stabilizzato la società senza indebolire la squadra.
La ricorderemo per aver gettato le fondamenta di una squadra che deve tornare dove le compete, non certo per diritto divino come molti credono.

Le abbiamo, le ho, voluto bene Mister e La ringrazio per quanto fatto.
Ora viene il bello.
Quanti capiranno cosa ha lasciato qui a Torino, o meglio, (quelli che vorranno capirlo) si renderanno conto della Sua impronta solo adesso che Lei non è più l’allenatore del Toro.
Le hanno rimproverato il Suo passato, il Suo scarso attaccamento alla causa, Le hanno detto anche che ha guadagnato più Lei dal Toro che il Toro da Lei…
Non lo so, magari hanno ragione i suoi detrattori.

Peccato lasciarsi così, al termine di una stagione che poteva (e doveva) essere migliore.
Ma le storie d’amore finiscono. Anche quelle tormentate come questa e forse, dico forse, è giusto così.
Si era rotto qualcosa e lo avevamo capito tutti, estimatori e detrattori.
E lo aveva capito anche Lei.
Il linguaggio del corpo non mente e le Sue parole dopo le tante (troppe) sconfitte parlavano chiaro.
Dispiace lasciarsi così perché questi cinque anni sono stati un’altalena di emozioni.
Credo, senza timore di smentita, che Lei sia il più dispiaciuto di tutti noi perché avrebbe voluto fare meglio e di più.
Ci si è messa di traverso un po’ di rogna con tutti quegli infortuni e poi è sopraggiunta la stanchezza tipica di chi sa che sta per lasciare, per abbandonare l’amato.
È andata così Mister.
E adesso buona fortuna.
Ne abbiamo bisogno noi che passiamo dalle mani sicure di un nocchiero esperto a quelle di un allenatore istintivo, giovane e vulcanico.
Ne avrà bisogno Lei se andrà su quella panchina che sembra essere un premio alla carriera.
Ce la farà Mister e li conquisterà piano piano.

Grazie Mister. Grazie per la libidine e per quella mano che cinque anni fa ci ha tirato fuori dalla melma.
Sembra passato un secolo.
Grazie ancora di tutto.

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