Intervista a Sandro Mazzola

L’ascensore sale all’ultimo piano di un bel palazzo signorile. E’ una giornata di sole e Sandro Mazzola mi apre le porte di casa sua, un appartamento luminoso pieno di cimeli, fotografie della sua carriera e della sua famiglia a pochi passi dalla Villa Reale di Monza.
Sandro, quattro figli, una valanga di nipoti, un papà volato via troppo presto, tante storie da raccontare.
Mi viene incontro in salotto e poco dopo, davanti a due foto d’epoca che lo immortalano con papà Valentino, sorseggiamo un caffè: “Posso fare solo trenta minuti.”
Iniziamo male, penso, ma abbozzo. Mi guarda, sorride sotto lo storico baffo ingrigito dall’età e dice: “Intendo che potrei giocare trenta minuti. Da mezzala, ovviamente.”
Inizia così un viaggio pieno di ricordi emozionanti e aneddoti divertenti, unici perché raccontati dall’uomo prima che dal campione.

Nel nome di papà

Sono qui perché il 26 gennaio 2019, capitan Valentino compie 100 anni e questa intervista vuole essere un piccolo omaggio.
Il primo ricordo che ho è che scendevo in campo con il Grande Torino, entravo in campo con papà, mano nella mano. Ho sempre pensato fosse altissimo, in realtà era un metro e settantasei o giù di lì. Poi, il boato dello stadio Filadelfia. Era una cosa fantastica, incredibile. Lo sentivi dagli spogliatoi.
Dal tunnel sentivo il clamore, il frastuono assordante di quel catino bollente.

Qualche anno dopo, tornai al Fila da giocatore per una partita del campionato ragazzi.
Zoso, storico magazziniere del Toro, mi fece vedere l’armadietto che era di papà e accanto al suo, il mio. All’epoca del Grande Torino avevo un piccolo spazio, dove avevo la divisa piegata e pronta per essere indossata e gli scarpini.
Mi venne da piangere. Giocai la peggior partita della mia vita. Non la vidi mai. Guardavo Superga lassù sulla collina e alla fine della partita, Meazza, allenatore dell’Inter, mi mise una mano sulla spalla e disse: “Ho capì tütt, Sandrino, preoccupes no”. (Ho capito tutto, Sandrino, non ti preoccupare)

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Quando iniziamo a parlare di papà Valentino e del Grande Torino, la voce s’incrina. Sandro si commuove.
Mio padre era un papà affettuoso. Mi portava sempre con lui. Ricordo le passeggiate in centro a Torino. Tutti lo salutavano e lo guardavano con ammirazione. Ero troppo piccolo per capire chi era Valentino.
Dopo la tragedia mi portarono fuori città. Io chiedevo sempre di lui e mi dicevano che stava per tornare, che era in viaggio. Solo dopo mi raccontarono la verità.

Valentino è il suo rimpianto più grande, la sua debolezza ma anche la sua forza. Così quando passiamo a parlare del lato squisitamente tecnico, Sandro Mazzola, fieramente, s’illumina.
Mio padre poteva giocare ovunque, in qualsiasi zona del campo. Aveva tecnica, forza, rapidità.
Sapeva fare tutto, era un centrocampista che vinceva la classifica cannonieri.
La cosa che mi impressiona tuttora è che giocava a testa alta, con il pallone incollato al piede.

Ricordo che a diciotto, vent’anni, quando mi invitarono alla Rai, chiesi di visionare i filmati del Grande Torino. Li tenevano in uno scantinato freddissimo. Glieli chiesi, me li prestarono e ne feci delle copie.
Che intesa, che scambi, che classe! Lui, Loik e Gabetto. Tic-tac-pum-goal! E non mi si venga a dire che era un calcio diverso perché non tutti hanno quella tecnica e, soprattutto, quella rapidità di pensiero. Ho giocato contro i più grandi ma tocco di palla e visione di gioco così, mai visti.

Capitan Valentino
Capitan Valentino
Un amore a tinte nerazzurre

I ricordi si mischiano come i colori. Una carriera a tinte nerazzurre, un amore unico che ha vacillato solo davanti ai colori granata.
Non ci fu né spazio, né possibilità di vedere un altro Mazzola al Toro. L’unica maglia granata che ho vestito era quella che indossavo quando accompagnavo i giocatori in campo da bambino. Ogni volta che incontravo il Toro nelle giovanili, speravo sempre che prima o dopo la partita mi avvicinasse qualche dirigente granata per chiedermi se volessi trasferirmi.
Non se ne fece mai nulla. Forse pensavano che il peso di quella maglia mi avrebbe schiacciato, forse mi ritenevano scarso.
Quando mia madre si è risposata a Milano, ci trasferimmo e Veleno Lorenzi mi portò all’Inter.
Sul finire della carriera, avevo fatto sapere che mi sarebbe piaciuto chiudere con il Toro ma evidentemente anche in quel momento, non era destino.

Ho avuto tanti maestri, da Meazza a Lorenzi, Herrera, Ferrari, ma l’esempio di mio padre è stato fondamentale per la mia carriera. Portavo un cognome pesante ma per essere come lui non bastava diventare un campione. Io volevo essere un esempio di lealtà, correttezza. Rispettavo compagni e avversari sempre, perché era quello che mi avevano raccontato di mio papà.
Quasi sempre (ride).

Sandro Mazzola con Meazza e suo fratello Ferruccio

Una volta durante una partita di ragazzi, un avversario mi picchiava di continuo e ad un certo punto non ci ho più visto e l’ho spinto via.
Meazza alla fine della partita mi disse: “Ohé, tì, Pastina. Végn chì! Regordes, chi robb chì se fann mai. S’el te pica, l’è perché l’è meno brau de tì. E al
ôra tì te devet sugutà a driblall e poeu casomai a fin partidà te ghe fét inscì, te capì? (Ehi, tu, Pastina. Vieni qui. Ricordati che queste cose non si fanno mai. Se ti picchia è perché è meno bravo di te. E allora tu devi continuare a dribblarlo e poi, casomai, alla fine della partita fai quello che devi fare. Hai capito?)

Meazza probabilmente è la persona a cui devo di più, calcisticamente parlando. Mi ricordo che d’inverno dirigeva gli allenamenti in borghese e noi ragazzi aspettavamo la primavera perché si metteva in tuta e faceva la partitella con noi e io, calciare con entrambi i piedi, con quella precisione, quella forza non ho mai visto nessuno. Nemmeno Pelè o Di Stefano.

Questione di valori

Sorride quando ripensa alla corte, incredibilmente sfacciata, della Vecchia Signora che piombò a domicilio per convincerlo a trasferirsi sotto la Mole.
Un giorno finito l’allenamento ad Appiano Gentile, nel parcheggio, vedo un’auto targata Torino. A bordo c’è Mattrel, l’ex portiere della Juve. Mi passa al telefono Boniperti che mi offre, per voce dell’Avvocato, una concessionaria FIAT, un’agenzia assicurativa e il triplo dello stipendio che prendevo all’Inter.

Era la prima volta che vedevo un’auto con il telefono. Poi disse: “Andavo al Filadelfia, di nascosto, per vedere giocare tuo padre. Mi raccomando, non dirlo a nessuno!”
Quando dissi a mia madre della proposta della Juve, la risposta fu lapidaria: “To pà se rivolta ne la tomba! El fioeu del capitan del Toro giuga ne la Juve? L’è no pusibil!” (Tuo padre si rivolta nella tomba. Il figlio del Capitano del Toro, che gioca nella Juve? Non è possibile)

Era un calcio diverso, c’erano valori differenti. Per noi ragazzini, la maglia era tutto. Già solo prendere possesso della maglia era qualcosa di magico. Andavi al campo alla periferia di Milano, c’era il magazziniere che ti dava la valigetta di metallo con le strisce nerazzurre. Che orgoglio.
Ti sceglievi le scarpe, usate, da un cestone enorme. Cercavamo quelle più morbide, quelle in buono stato.
Chi era fortunato aveva il papà che gliele comprava nuove, ma a quei tempi non erano in tanti.
C’era anche più attenzione per i giovani che esordivano presto in prima squadra ed erano una risorsa anche in ottica nazionale. Adesso non c’è pazienza, mentre i giovani vanno aspettati. Oggi si cerca il calciatore già pronto però così non si crea lo spirito di appartenenza.

Sandro Mazzola riceve la maglia di papà Valentino da capitan Bearzot
Sandro Mazzola riceve la maglia di papà Valentino da capitan Bearzot

Il viaggio a ritroso tra le figure mitiche che lo hanno accompagnato nell’arco della sua carriera non può non riguardare uno dei personaggi che hanno fatto la storia del calcio italiano, Helenio Herrera.
Il Mago mi faceva giocare alla Cruyff. Però dieci anni prima dell’avvento del calcio totale dell’Ajax. Fu lui l’inventore del calcio moderno e come tutti i grandi rivoluzionari, all’inizio non venne capito. Molti senatori all’Inter dissero che Herrera non sarebbe durato due mesi.

Per prima cosa, Herrera cambiò i metodi di allenamento, basò tutto sulla velocità, stravolgendo i vecchi schemi. Mi vengono in mente pochi allenatori in grado di portare un vento di novità: Herrera, Liedholm, Radice e Sacchi direi che sono stati tra gli innovatori. Adesso temo non ci sia più spazio per inventare nulla e anche i calciatori sono diversi. Tra i nostri allenatori adesso c’è Mancini che ha basato la rinascita della nazionale su un’idea ben precisa, privilegiando il gioco palla a terra, con giocatori che parlano lo stesso linguaggio tecnico.

Mazzola insieme al Mago Herrera
Mazzola insieme al Mago Herrera

L’occasione è troppo ghiotta e anche se questa domanda gliel’avranno fatta milioni di volte, non mi tiro indietro. Non sarà originalissima, ma tant’è. Quindi lei e Rivera potevate coesistere?
Io e Rivera abbiamo giocato tantissime volte insieme. Tutt’intorno si era creata la necessità di un dualismo. Non potevi nemmeno scherzare con i giornalisti, rilasciare una dichiarazione scherzosa o vagamente allusiva, rischia di diventare un boomerang. Quando giocavamo all’estero, i giornalisti che ci intervistavano dicevano: “Abbiamo chiesto a molti nostri allenatori e loro vi farebbero giocare sempre insieme.”
Dualismo…
ma ve lo ricordate il Brasile del 1970? Quella squadra giocava con cinque numeri dieci.

Rivera e Mazzola. La famosa "staffetta"
Rivera e Mazzola. La famosa “staffetta”

La voce si incrina, un po’ di rammarico e la smorfia che precede le parole, dice tutto.
Quella contro il Brasile è l’unica partita che vorrei rigiocare anche adesso. La finale del Mondiale del ’70 con più preparazione e meno stanchezza, anche psicologica. Dopo la semifinale con la Germania eravamo cotti. Non aver vinto il Mondiale è il mio rimpianto più grosso.

La carriera dopo il calcio giocato

Il nastro dei ricordi si srotola senza la minima incertezza. Il calciatore che diventa dirigente, la vita che cambia, i ruoli che si invertono, i rimpianti, le responsabilità e le difficoltà.
Quando l’Inter mi chiese di diventare dirigente, risposi subito di sì. Avrei fatto anche il magazziniere.
Certo che le cose cambiano e anche radicalmente. Se possibile hai ancora più responsabilità.
Ecco perché ci rimasi male quando non riuscii a portare a casa giocatori importanti. Un nome su tutti? Cruyff. Andai ad Amsterdam in incognito, con cappello e impermeabile, sembravo una spia.

Allora visto che la passione continua ad essere forte e le partite sono il suo spettacolo preferito – anche per via dei nipoti che lo inchiodano al divano- Mazzola ci dà la sua ricetta per migliorare il calcio e i calciatori.
Bisognerebbe partire dagli istruttori, dai settori giovanili, dalla tecnica. Prima tanta tecnica, perché per la parte atletica c’è tempo. Certe volte si vedono calciatori che stoppano un pallone e la palla gli va a due metri. Ferrari mi allenò per un mese a palleggi contro il muro. Il secondo mese a mirare i quadrati con i numeri. Il calcio è cambiato tanto dalle partite all’ultimo sangue come quelle dell’Intercontinentale. In alcune cose è cambiato in meglio, poi per certi versi invece…ci troviamo a fare i conti con il razzismo, i cori beceri, gli striscioni offensivi.

Cultura sportiva

Proprio su quei maledetti striscioni apparsi allo Stadium durante un derby Juve-Toro, gli ricordo il suo sfogo e le sue lacrime durante una intervista radiofonica di qualche anno fa.
Devo dire che solo in Italia succedono queste cose e questo accade perché continuiamo a non creare una cultura sportiva. Poi, parlando più in generale mi sembra che ci sia troppo lassismo nei confronti di chi si macchia di questi fattacci.
Come pensiamo di educare le nuove generazioni se non diamo lo straccio di un esempio?
Quando andai a Lisbona con la Nazionale, ad anni di distanza dalla tragedia, tutti parlavano del Grande Torino con rispetto, segno che quella squadra terribilmente moderna nel gioco e nei suoi interpreti, lasciò un ricordo indelebile. Un ricordo vivido che tuttora gli appassionati e gli sportivi apprezzano.

Non voglio chiudere l’intervista con brutti ricordi e allora la mia ultima domanda va dritta al cuore. Se il Toro decidesse di organizzare un evento per ricordare il centenario della nascita di suo padre…Non riesco a finire la frase, mi guarda in silenzio, poi fa un cenno con la mano.
Mi piacerebbe moltissimo. Sarebbe un sogno perché vorrebbe dire che il ricordo di mio padre è ancora vivo. Il ricordo del Capitano di una squadra piena di campioni. Sì, ci verrei a piedi.

Mi mostra ancora due foto, firma un vecchio album di figurine e ci salutiamo.
Siamo sul pianerottolo, l’ascensore sta per arrivare.
Il cruccio più grande? Non averlo conosciuto di più. Ho sempre sognato che mi dicessero che ero bravo quasi quanto lui.

 

L’intervista è stata pubblicata dal mensile Stile Toro magazine nel numero di gennaio 2019. Per informazioni https://www.edizionieffedi.it/catalogo/stile-toro  

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