Ombre e nebbia – Il Torino FC 2015/16 – Terza e ultima parte

(segue dalla seconda parte)

Il finale di stagione
Giocare la miglior partita del campionato e perdere. Questo è stato il match di Roma contro i giallorossi.

Il match perfetto, perso per le solite distrazioni su calcio piazzato.
Partiamo bene, giochiamo a testa alta, sfruttiamo l’ampiezza, insomma, giochiamo e lo facciamo alla grande.
Andiamo in vantaggio grazie a Belotti che si guadagna e realizza l’ennesimo rigore di questa stagione.
Poi però su calcio d’angolo, Perotti trova Manolas (che anticipa Moretti, impeccabile fino ad allora) ed è 1-1 per l’ennesimo goal subito sugli sviluppi di calcio d’angolo.
La partita è aperta e può vincerla chiunque.
Andiamo nuovamente in vantaggio grazie al primo goal stagionale di Josef Martinez, 1-2.
Mancano meno di dieci minuti al termine del match.
Entra Totti, siamo all’86esimo.
Non passano nemmeno trenta secondi che il loro capitano beffa il nostro: Glik dorme e Totti in spaccata pareggia.
2-2.
Arbitra Calvarese che nel corso della partita ha negato due rigori netti alla Roma (uno per tempo) e che per “farsi perdonare” non trova di meglio che assegnare ai giallorossi l’unico che non c’è.
Cross e palla che batte sulla schiena di Maksimovic (che ha le braccia dietro il corpo), Calvarese quasi non ci crede, et voilà, rigore.
Rigore, che manco a dirlo, viene trasformato da Totti.
In meno di 7 minuti, Er Pupone ci ribalta.

Ha ragione Ventura nel dopopartita: “Se non vinciamo partite come queste, non vinciamo più.”
Perdiamo 3-2 la partita più bella della stagione: più bella per come è stata interpretata, più bella per come è stata condotta e gestita, più bella per le trame e per la grinta dei ragazzi.
Però perdiamo e non ci sono santi.

Proprio nella settimana che ci conduce alla partita casalinga contro il Sassuolo, il Comune di Torino si ricorda di noi e in un duplice momento di lucidità decreta che: lo Stadio Olimpico sarà intitolato (anche) al Grande Torino e che il 4 maggio, anzi ogni 4 maggio, la Mole, simbolo di Torino, si tingerà di granata per ricordare la tragedia di Superga.
Incredibile. Lo Stadio Olimpico, già Comunale, si chiamerà Stadio Olimpico Grande Torino.
Un po’ lungo ma suggestivo.
Non ci sono né targhe né cerimonie che certifichino il tutto ma il Comune ha fretta e si procede con inaspettata celerità, molto lontana dalle lungaggini burocratiche a cui siamo abituati.
I maligni mugugnano e ricordano che a breve ci saranno le elezioni: a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.
Tant’è, il 24 aprile si gioca la prima partita al Grande Torino e come se non bastassero le delusioni annuali, ci roviniamo la festa con una prestazione opaca e solo in parte sfortunata.
Andiamo subito sotto ma pareggiamo dopo poco. A Sansone risponde Peres per l’1-1 che sembra rimettere in piedi una partita a suo modo storica. Tutto in meno di dieci minuti.
Bruno Peres scrive un’altra pagina di storia del Toro: dopo il goal allo Stadium che interruppe una lunga anemia nei derby, ecco il primo goal nel “nuovo” stadio.
Martinez continua il suo litigio con la porta avversaria e si divora il possibile 2-1 mandando sulla traversa una ghiottissima occasione.
Come spesso accade quest’anno, l’episodio ci condanna e il Toro sparisce dal campo.
11 ectoplasmi in maglia granata si aggirano per il campo mentre il Sassuolo gioca a suo piacimento e ci infligge la 7a sconfitta interna della stagione.
A suo modo, questa partita la ricorderò a lungo anche io, visto che questa partita ha segnato “l’esordio” di mio figlio allo stadio: io, lui e mio padre insieme. Cose difficili da dimenticare.

Si va a Udine con pochissimi stimoli e Ventura sperimenta quello che lui chiama il “Toro del futuro”. Giocano tra gli altri, Silva, Martinez, Jansson e Zappacosta: quattro tra i meno utilizzati della stagione ma indiziati di un ruolo da protagonisti (e titolari) della squadra che verrà.
Stride l’assenza nell’undici iniziale di Capitan Glik.
L’Udinese sfiora il vantaggio e poi viene sommersa da una marea granata. Finisce 5-1 (record annuale) con doppietta di Martinez, gol di Belotti (a cui ne vengono annullati due, di cui uno molto dubbio), Acquah e Jansson in cui si va ad incastrare il gol della bandiera di Felipe.
Si scatenano e si sprecano i commenti. Finalmente i giovani, ecco i giovani, bisogna avere pazienza: il tutto al netto di un’Udinese disastrosa. Di certo c’è la voglia di mettersi in mostra di alcuni rincalzi.
Uno su tutti, Martinez che dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, grandi doti di contropiedista: quando si gioca fuori casa e gli spazi sono ampi, il venezuelano può fare la sua parte.
I problemi per Josef nascono quando il Toro deve “fare” la partita e su questo bisognerà lavorare e non poco.
Martinez ha iniziato a segnare quando ha giocato con un minimo di continuità e senza troppa pressione: stiamo parlando di un classe 1993 pagato oltre 3 milioni, e sembra altresì evidente che in società ci credono eccome ma appare chiaro che ha bisogno di giocare di più.

Quella che si va ad inaugurare dopo la goleada di Udine è la settimana che porta al 4 maggio.
La folla a Superga è quella delle grandi occasioni e vengono fuori, immancabili e quanto mai giustificate, le polemiche su cosa sia diventata questa ricorrenza.
I più ricordano che il 4 maggio, non si festeggia niente ma si commemora il ricordo di una squadra ineguagliabile.
E allora perché il piazzale della Basilica sembra la fiera della porchetta? Perché abbiamo perso di vista il senso di questa giornata e perché, aggiungo io, permettiamo uno scempio simile? Le bancarelle, lo zucchero filato, i panini…
La squadra sale al Colle, Glik legge i nomi degli Invincibili e fortunatamente non ci sono contestazioni a squadra o società.
A Superga si sale per ricordare e omaggiare, punto e basta.

A Superga ci va anche Sarri. Casualità vuole che come l’anno scorso nello stesso periodo, il tecnico napoletano sia nostro ospite.
Affrontiamo il suo Napoli e il tecnico campano, come sua abitudine, sale al Colle ad omaggiare i Campioni: come se non bastasse, nel dopo partita Sarri rispondendo ad un giornalista, non manca di ricordare l’importanza storica del Grande Torino.

Il Napoli domina il primo tempo e solo nella ripresa il Toro ci prova con più convinzione. Higuain, Callejon e Peres sigillano il 2-1 per gli ospiti che determina l’ottava sconfitta casalinga della stagione. Veramente troppe.

Non resta che cercare di vedere, se non il bicchiere mezzo pieno per il troppo ottimismo almeno quello che resta del bicchiere e capire se, il progetto, in un anno così fallimentare può essere una delle poche cose a cui aggrapparsi per sperare in un futuro migliore.
E visto che il futuro è un’incognita, ci si rituffa ancora una volta nel passato, ricordando il quarantennale dell’ultimo scudetto granata. Era il 1976. Sembra un’eternità non solo in termini di tempo.
Se ne ricorda anche la RAI con uno speciale che strappa più di una lacrima.

A Empoli va in scena l’ultima di una serie di delusioni, l’ennesima partita condita da disattenzioni e un pizzico di sfortuna.
Quella frase di Ventura “Meno male che è finito il campionato” fa il paio con le dichiarazioni di fine partita: un pizzico di fatalismo (ok, i pali) ma la sensazione è che quest’anno ci sia stata una sorta di incapacità nel far girare a proprio favore gli episodi cardine dei match.
Ecco cosa è mancato al Mister e ai ragazzi. Cinismo.
Esperienza. Un pizzico di cattiveria. Un’idea. Un po’ di fantasia. Un po’ di faccia tosta.
Il modulo o l’interpretazione dello stesso lo decide l’allenatore in base agli uomini che ha (e che ha voluto, o che la società gli ha fornito) ed è certo che questo è stato il peggior anno di Ventura al Toro e qualcosa vorrà pur significare.
Se qualcosa va cambiato, ci sono 3 mesi a disposizione per farlo.

Conclusioni
C’è un numero che mi ronza in testa leggendo la formazione iniziale di Torino-Napoli. Il 7.
7 come i 7/11 che hanno iniziato la partita e che hanno meno di 25 anni.
Tolti Padelli, Vives, Bovo e Peres (che di anni ne ha 26), gli altri in campo erano: due 1993 (Belotti e Martinez), due 1994 (Benassi e Silva), un 1991 (Jansson) e due 1992 (Acquah e Zappacosta).
Se poi consideriamo che nel secondo tempo sono entrati un 1990 (Immobile) e un 1992 (Baselli) possiamo dire che la linea verde è IL punto di partenza.
Discuto di questo con gli amici nei giorni che ci accompagnano verso la fine di questo campionato.
Discutiamo del futuro, della prossima stagione, delle incognite che ci accompagneranno durante la prossima campagna acquisti estiva.
Discutiamo di chi va tenuto e chi va ceduto.

In questa lunga analisi però vanno messi sul piatto della bilancia tutti gli accadimenti di questa annata.
In primis gli infortuni che ci hanno privato di Maksimovic, Avelar e Obi. 
Gli infortuni hanno costretto Ventura a fare scelte obbligate che erano difficili da preventivare.
Probabilmente Ventura pensava di far giocare meno giocatori come Molinaro e Vives, tanto per citarne due che hanno tirato la carretta oltre ogni previsione, confinandoli ad un ruolo di chioccia e non di titolari praticamente inamovibili.

Forse immaginava che Baselli avrebbe retto maggiormente l’urto con la sua prima stagione da titolare.
Le contemporanee assenze di Farnerud e Obi hanno aggravato la situazione in mezzo al campo dove rispetto all’anno scorso, non avrei mai pensato di dirlo (!), abbiamo pagato oltremodo l’addio di El Kaddouri che, in termini di fantasia, imprevedibilità e qualità, seppur a corrente alternata, dava il suo apporto.

Ma il principale nodo da sciogliere è quello legato alla permanenza di Ventura sulla panchina granata.
Dire addio a Mister Libidine significherebbe sbugiardare questi anni di costruzione o semplicemente cambiare marcia per far decollare il progetto: le sirene non mancano e la panchina della nazionale è vacante. 
Più di un segnale è stato mandato alla società e ai tifosi (“I matrimoni si fanno in due”) e Ventura sa che una parte del tifo granata non lo vede di buon occhio; Cairo (a parole) lo ha confermato più di una volta ma l’incognita sul futuro del Mister è legata anche a cosa accadrà durante il mercato estivo.
Quali, e quanti, “gioielli” verranno ceduti?
Glik? Maksimovic? Peres? Tutti e tre? Nessuno?
Difficile che restino tutti ma il borsino delle partenze mette in testa il più insospettabile dei tre, il capitano Kamil Glik.
Per il polacco l’annata è stata deludente sotto tutte le aspettative e sotto tutti i punti di vista: 0 gol, tanti errori, tante disattenzioni; l’indizio numero uno, gli Europei e tutto ciò che ne consegue.
Il mercato sarà indicativo anche dell’evoluzione di questo progetto.
Immobile verrà riscattato? Ventura, o chi al suo posto, cambierà il modulo in base ai nuovi arrivi? Si continuerà con il 3-5-2?
Sicuramente serviranno innesti freschi nei ruoli nevralgici (centrocampo e difesa) e ci potrebbero anche essere sorprese derivanti anche dalle nuove norme federali che obbligheranno le società ad avere in rosa prodotti del proprio vivaio.
In tal senso il Toro sembra pronto.
Siamo finalmente usciti da un empasse che durava da troppi anni e se la vittoria dello scorso campionato primavera va di pari passo con gli ottimi rendimenti dei giovani in prestito, tutto fa pensare che la strada sia quella giusta.
Ora però i giovani devono giocare. E bisognerà aspettarli rischiando qualche sconfitta in più: i loro nomi? Aramu, Chiosa, Parigini, Alfred Gomis e Barreca, tanto per citare i più interessanti.

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Ai saluti sembrano arrivati Farnerud, grande professionista e grande uomo, Maxi Lopez, uno che comunque ha scritto la storia recente di questo club nel bene e nel male e Gazzi, uscito dai radar di Ventura già da tempo. 
Che stiano cambiando le cose lo si deve anche alla ricostruzione dello Stadio Filadelfia e all’acquisizione del centro sportivo Robaldo dove (finalmente) troveranno spazio tutte le squadre del settore giovanile granata.
Segnali. Piccoli cenni di speranza in una annata che potremo definire nebulosa; un’annata di transizione che segna un passo indietro nei risultati sportivi ma che ha l’effetto di un raggio di sole sull’asfalto appena bagnato.
Ha piovuto, ok…ma il sole fa capolino dalle nubi.
Solletica poco le fantasie dei tifosi il premio relativo al Financial Fair play che vede il Toro vincitore come chiaro esempio di una gestione virtuosa: non è un trofeo ma è anche questo è un segnale positivo.
Sarà un’estate lunga.
Il sogno di molti, a parole, è quello di vedere un Toro composto per lo più dai giovani del vivaio. Questo da sempre è stato un marchio di fabbrica del Toro ed è anche un vanto non da poco.
I giovani però hanno bisogno di spazio e di tempo. Sapremo aspettarli con pazienza? Sacrificheremo ancora qualche risultato capendo che quello che ci attende è il nostro futuro?
Il prossimo campionato sarà la cartina tornasole del progetto: Belotti dovrà alzare l’asticella, Baselli prendere coraggio e guidare la squadra, Benassi garantire quantità e qualità, Zappacosta dovrà migliorare nella fase offensiva e soprattutto dovranno arrivare giocatori in grado di limitare al minimo il minutaggio dei senatori.
Ora non resta che aspettare le decisioni di Ventura e le mosse della società.
I nomi che circolano mi spaventano per differenti motivi.
Però dalle novità è lecito aspettarsi il meglio e gli esempi e le sorprese in questo calcio del terzo millennio non mancano: forse non diventeremo il Leicester ma possiamo lavorare per essere il Toro.
Sarebbe già qualcosa.

I numeri della stagione

Posto: 12esimo
45 punti

12 vittorie
9 pareggi
17 sconfitte (8 casalinghe)

52 goal segnati
55 goal subiti

LA ROSA (in giallo i top 3 – con qualche ex aequo – per ogni statistica)

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