Live – Le nuvole su Torino-Chievo


Quando ho aperto le finestre questa mattina, le nuvole coprivano tutto e la pioggia cadeva copiosa.
Il cielo grigio, con minacciosi riflessi neri mi ha ricordato l’ultima scena di un film meraviglioso: A serious man dei fratelli Coen, in cui il ragazzo, in maniera coraggiosa affronta, sotto un cielo tempestoso, l’arrivo di un tornado, ascoltando Somebody to love dei Jefferson Airplane.
Un finale lungimirante, criptico, inquietante che proietta lo sguardo verso il futuro del mondo e dell’uomo.

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Senza troppo filosofeggiare mi sono prosaicamente limitato a pensare che la pioggia sarebbe stata manna per le mie piante e in seconda battuta che almeno per qualche giorno l’inquinamento ci avrebbe dato un po’ di tregua.
Il terzo pensiero è stato che avrei dovuto indossare il kway per andare allo stadio a vedere la partita dell’anemico Toro di questo periodo.

Mi sono messo subito a cucinare per il pranzo della domenica e nel frattempo ripensavo alle ultime prestazioni granata cercando di trovare la chiave di volta che potesse riportare il Toro a ridosso della zona Europa League.
Cucino pesce mentre leggo un po’ di notizie sulla partita.
Innanzitutto leggo che la tradizione è dalla parte del Toro: 7 partite in serie A, 5 vittorie e 2 pareggi. Una sorta di amuleto.
Il Chievo arriva da tre sconfitte consecutive, è in crisi di risultati ed è decimato dagli infortuni.
Il pranzo della domenica quando vado allo stadio rischia sempre di essere un rapido passaggio tra le portate e alla fine mi dispiaccio un po’ perché in fondo la bellezza del cucinare è anche quella di poter gustare tranquillamente e fino in fondo sapori e ingredienti.

Oggi però, ho deciso che me la prendo comoda. In fondo da casa, a piedi, sono solo venti minuti a passo sostenuto. Prima abitavo più distante e dovevo prendere due mezzi.
Lo stadio Olimpico, quello che mio padre chiama ancora Comunale, è in una zona dove non si parcheggia facilmente quindi andare in auto non se ne parla proprio e alla fine, nonostante la pioggia odierna, andare a piedi non mi dispiace affatto.
Lo stadio è nel quartiere Santa Rita, uno di quei quartieri di Torino in cui proprio non riuscirei a vivere: troppo caos, troppa gente, palazzi giganteschi e vicini l’uno all’altro.
Anche se non fa molto freddo, mi sono coperto e, sotto la pioggia, il mio kway diventa subito di un color granata ancora più scuro. Al collo porto una sciarpa regalatami da un carissimo collega juventino.
Non credo tanto alla scaramanzia ma quando me la diede il Toro conseguì tredici risultati utili in serie A: non capitava da secoli, e lo interpretai come un segno del destino. Da allora, la porto sempre con me.

Mentre mi avvicino allo stadio respiro con fastidio l’aria di contestazione che aleggia intorno alla squadra e i presagi di quel cielo mattutino iniziano a spostarsi sull’Olimpico.
Non è stata una settimana facile. Prima lo scialbo pari con il Verona, poi quello amarissimo con la Samp, il tutto condito da un ambiente terribilmente pessimista che rimpiange quanto fatto fino ad ora, quello che sarebbe dovuto essere e non è stato.
L’inizio della stagione era stato foriero di buone prospettive: acquisti giovani e promettenti, buoni risultati, vecchia guardia sempre all’altezza della situazione.
Insomma ci eravamo illusi un po’ tutti.
Poi il giocattolo si è rotto, o almeno qualcosa è andato storto. I giovani hanno faticato più del dovuto a inserirsi, i risultati per un motivo o per l’altro hanno iniziato a non arrivare e la vecchia guardia ha iniziato a mostrare i segni dell’usura.
Una tempesta improvvisa che è iniziata con il derby di campionato perso al 94′, proseguita con quello di Coppa Italia da cui si sono sollevati i primi venti di contestazione e di delusione: sono state due sconfitte che abbiamo pagato soprattutto a livello psicologico.

Durante il mercato di gennaio è tornato sotto la Mole, Ciro Immobile, capocannoniere al Toro non più di due stagioni fa, figliol prodigo accolto entusiasticamente da tutto l’ambiente.
Il fattore Immobile è un atout che scompagina e riscrive le gerarchie offensive. Ero curioso di vedere le scelte di Ventura e non riuscivo a capacitarmi di come Immobile e Belotti (l’acquisto più caro dell’era Cairo) potessero coesistere.
Con Quagliarella epurato, Maxi Lopez in versione extralarge, Martinez nei panni del miglior Luther Blissett, Ventura ha scelto di farli giocare insieme da subito in Toro-Frosinone.
L’Immobile granata versione 2.0 è un giocatore che gira al largo, svaria sul fronte offensivo e lascia al Gallo Belotti l’onere di presidiare l’area di rigore.
Meno bomber più seconda punta.
I risultati si sono visti subito: Belotti ha segnato 5 gol nelle ultime 6 partite e Immobile ha servito parecchi assist in una sorta di esperimento che al momento sembra dare i suoi frutti.

Oggi non ho seguito il riscaldamento delle squadre, cosa che normalmente faccio con grande attenzione, ma quando ho visto la formazione titolare ho capito che quelle nuvole erano gonfie non solo di acqua ma anche di sorprese.
In campo dal primo minuto ritornavano Avelar a sinistra e Obi nel ruolo di mezzala: difesa a tre, Gazzi centrale di centrocampo e in avanti la coppia di cui sopra.
Il Chievo sembra meno Chievo del solito. Innanzitutto ci sono due punte molto interessanti e mobili come M’Poku e Inglese, un trequartista, Birsa, alle loro spalle e un terzetto di centrocampisti molto fisici a rompere e provare rapide ripartenze.

Il Toro parte bene. Qualche schermaglia iniziale, un bel tiro di Bruno Peres, poi uno di Benassi e finalmente il gol: discesa di Immobile che centra basso. Benassi irrompe e porta in vantaggio il Toro.
Sembra l’inizio di un buon pomeriggio e invece il cielo continua ad essere piuttosto scuro e minaccioso.
Il Chievo si rintana tutto nella sua metà campo. Sono in undici dietro la linea della palla, però davanti si muovono bene e non sono monotematici come altre volte.
Il pareggio clivense è un autogol di Bruno Peres: fortuito, sfortunato, incosciente.
A questo punto la manovra del Toro diventa ancora più lenta del solito, prevedibile più di una fiction Rai, avulsa dal concetto di gioco di squadra che è sempre stato il marchio di fabbrica di Ventura.
Facciamo fatica, anche perché il Chievo si chiude a riccio, organizzatissimo, e noi continuiamo a sbattere contro un muro di maglie gialloblù.
Nessun giocatore si prende la responsabilità di saltare l’uomo o provare una giocata intelligente, è difficile trovare un pertugio ma nessuno salta l’uomo, creando superiorità numerica. Manca anche un pizzico di lucida follia.
Il Toro sembra un disco incantato, continua ad avere il possesso palla senza creare occasioni pericolose, muove lentamente il pallone da destra a sinistra permettendo agli avversari di sistemarsi molto rapidamente.

I cambi Ventura se li gioca in maniera alquanto discutibile: Farnerud per Obi, poi dentro Maxi Lopez (sempre più biondo) fuori Belotti e due minuti dopo il goal dell’1-2, in Vives e out il migliore in campo, Benassi.
Rivedere Farnerud in campo mi ha fatto piacere. Due crociati in due anni per un giocatore tecnicamente e tatticamente dotato, professionista serio, sono stati una punizione troppo pesante.
Immobile gira a vuoto, Maxi Lopez inizia la sua battaglia personale con l’arbitro Rocchi, Avelar in preda al panico continua ad appoggiare all’indietro gli sporadici cambi di gioco che riusciamo a fare, senza mai tentare un cross che sia uno o l’uno contro uno con il difensore avversario.
Di buono, per il brasiliano, c’è solo il minutaggio completo che almeno consente a Ventura di averlo nuovamente a disposizione.
Bruno Peres perde qualche pallone di troppo, Gazzi continua a lottare ma chiedergli anche di verticalizzare, e bene, sarebbe veramente troppo.

Il cielo è sempre più gravido di pioggia e le profezie scambiate nel pre-partita con il mio amico Leo sono da buttare.
Non abbiamo più le forze per pareggiare.
Si vede, è palpabile.
La manovra è troppo lenta. Il giro palla sempre di più. Il Chievo continua a pressare altissimo i nostri portatori di palla.
La partita finisce e il pubblico invita Ventura, anche in maniera piuttosto perentoria, a farsi da parte.
Fa specie che uno dei primi cori decisi, all’indirizzo del Mister, parta proprio dalla tribuna.
Glik non va sotto la Maratona, dei giocatori che applaudono i tifosi ricordo solo Gazzi e Padelli. Forse c’è anche Maxi ma non ne sono sicuro.

Decido che per oggi ne ho abbastanza.
Saluto gli amici, salto il classico baretto post partita e ritorno a casa.
I pensieri vagano mentre ascolto i commenti della gente che esce dallo stadio.
Sono troppo deluso e non ho nemmeno voglia di sentire i commenti di Domenica Sport nelle mie cuffiette.
Penso già alla prossima partita contro il Palermo e provo ad immaginare per l’ennesima volta come si può venir fuori da questa involuzione generale.
A Ventura spetta il compito più difficile.
Se lo conosco, non tornerà sui suoi passi, pertanto non credo ad un ritorno al 4-2-4 o un passaggio al 4-3-3: il modulo non è una priorità, non contano i numeri, conta l’atteggiamento, la personalità.
Eppure qualcosa bisognerà fare.
Penso a Baselli più vicino alle punte e non nella posizione di mezzala (che peraltro all’inizio della stagione aveva dato ottimi risultati), magari potendo contare sia su Farnerud e Obi in grado di dare sostanza al centrocampo.
Oppure liberare Bruno Peres dai compiti di copertura e sguinzagliarlo in avanti: avere un esterno rapido in grado di arrivare sul fondo potrebbe servire.
Fantacalcio. Discorsi da bar.

Cammino e ripenso al film dei Coen.
Una commedia in cui non si ride con tutti i personaggi imprigionati tra il satirico, il grottesco e il dramma.
Nulla sembra andare per il verso giusto.
Sembra la fotografia del Toro di quest’anno: non ci si diverte e la situazione mescola satira, grottesco, dramma sportivo.
Nulla sembra andare per il verso giusto.

Il cielo è sempre più nero e fosco all’orizzonte e le riflessioni sul Toro si perdono tra dubbi e incertezze su un futuro altrettanto nero.
Torno a casa, fradicio e infreddolito.
Un anno fa o giù di lì, sotto un cielo ben peggiore di questo, sotto una pioggia torrenziale ero a Bilbao al San Mames ad assistere all’impresa del Toro in Europa League.
Sembra passato un secolo.
Di quel viaggio e di quell’impresa scrissi un piccolo diario.
Mi viene in mentre una frase che disse Ventura alla vigilia di quella campagna europea e che appuntai: “In questo l’Europa ci può aiutare: se ti riesce una giocata, un gol, in campo internazionale, poi fai le cose con più tranquillità in Italia. Di certo, se andiamo in Europa League, non avremmo l’ansia del risultato, ma la voglia di confrontarci sì”.
Sarebbe importante ritrovare quella spensieratezza.
Sarebbe bello ritrovare lo spirito di Bilbao per uscire da questa tempesta.

Questo articolo è stato pubblicato in versione ridotta su Rivista Undici

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