Rod, il 1969, Nole e il Grand Slam

Australian Rod Laver, seeded number one, returns against Jan Leschly of Denmark in play at Wimbledon, June 27, 1969. Laver triumphed, 6-3, 6-3, 6-3. (AP Photo/Bob Dear)



“E anche questo, è andato.”
Non so se Rod Laver fosse a Parigi ieri, forse sì. 
Però mi piace pensare che sul secondo match point di Stan Wawrinka contro Nole Djokovic, il settantasettenne australiano abbia tirato, ancora una volta, un sospiro di sollievo.
Magari sin dalla fine della sua meravigliosa carriera Laver ha sperato che qualcuno spezzasse l’incantesimo e realizzasse una tra le imprese sportive più difficili di sempre: completare il Grande Slam. Anche solo per sentirsi meno solo, meno monumento di un sport meraviglioso e difficile come è il tennis.

«Mi chiedo se un tennista avrà mai una stagione come la mia nel 1969. Lo dubito.»
Rod Laver

Il Grande Slam è una espressione mutuata dal bridge che consiste nel vincere in una partita tutte e 13 le “mani”: il tennis prima e il golf dopo hanno preso spunto e assegnano con questo nome la vittoria di tutti e 4 i cosiddetti majors. Per il tennis parliamo di vincere tutti nello stesso anno, Australian Open (Melbourne, prima su erba ora su cemento), Open di Francia (Roland Garros, terra rossa), Wimbledon (The Championship, erba) e Open degli Stati Uniti (US Open, prima Forrest Hills sull’erba, poi Flushing Meadows sul cemento).

Prima di Laver, nel 1938, Donald Budge riuscì a vincere tutte e quattro le prove, ma lo fece nei dilettanti. Per questo motivo, proprio Rod Laver è stato l’unico tennista a realizzare il Grande Slam. A dire la verità, anche lui lo realizzò nel 1962 sempre tra i dilettanti, ma nel 1969 il tennis annoverava tutti i migliori, dilettanti e professionisti, e per questo, l’impresa del ’69 è da considerarsi leggendaria.
In quell’anno, mentre nei giradischi di tutto il mondo spopolavano My way di Frank Sinatra e Don’t let me now dei Beatles, Laver vinse 18 dei 32 tornei di singolare, con uno score di 106 incontri, con 90 vittorie e 16 sconfitte.
Per realizzare il Grande Slam, Laver vinse in Australia battendo in finale lo spagnolo Gimeno (3 set a 0), ma la partita più difficile la affrontò in semifinale contro Roche che lo impegnò fino al quinto set (7-5, 22-20, 9-11, 1-6, 6-3).
In Francia, a Parigi, Laver sconfisse il suo compagno di Davis, l’australiano Ken Rosewall in tre set (6-4, 6-3, 6-4).
Un altro australiano provò a sbarraragli la strada verso la conquista dello Slam e sull’erba di Wimbledon fu John Newcombe a rimanere sconfitto in 4 set 6-4, 5-7, 6-4, 6-4.
Incredibile a dirsi, ma anche agli US Open l’avversario che si oppose a Laver era ancora una volta australiano. A New York, Tony Roche vinse il primo set per 9-7 ma dovette cedere al ritorno di Laver che lo piegò agevolmente grazie ad un netto 6-1, 6-2, 6-2.
Nelle quattro finali degli Slam del 1969, Laver perse complessivamente solo due set e sempre nella strada verso la conquista dei titoli fu costretto al quinto set solo cinque volte, di cui due recuperando da una situazione di svantaggio 0-2.

Domenica scorsa a Parigi, Nole Djokovic si giocava una fetta importante nella sua corsa al Grande Slam.
In questa metà stagione, il cammino di Djokovic è costellato da un record di 43 partite giocate, con 41 vittorie e 2 sconfitte, l’Australian Open di gennaio vinto in finale contro Andy Murray e un Roland Garros condotto senza problemi sino alla semifinale (sempre con Murray) vinta dopo una sospensione per pioggia e oscurità al termine di 5 set vibranti.
Djokovic sta giocando un tennis incredibile. Continua a non piacermi lo stile, ma nel suo corri e tira, il giovanotto di Belgrado è insuperabile. A Parigi Nole ha battuto Nieminen, Muller, Kokkinakis, Gasquet, Nadal e appunto Murray.
Sulla sua strada c’è Stan The Man Wawrinka e sinceramente, viste le ultime sfide tra i due, speravo che lo svizzero di origine polacca, avrebbe potuto creare qualche grattacapo a Djokovic.
Come molti sapranno, Wawrinka non solo ha creato qualche grattacapo, ma ha giocato un tennis meraviglioso che gli è valso il titolo, il secondo slam della sua carriera dopo l’Australian Open del 2014.

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Nole Djokovic anche quest’anno non ha conquistato l’unico slam che manca alla sua ricca bacheca (non ha mai vinto Roland Garros) e nemmeno quest’anno il Grande Slam verrà realizzato da nessuno.
Io, come molti appassionati, domenica, ho tirato un sospiro di sollievo.
Innanzitutto perché ha vinto un meraviglioso tennista, dotato di un rovescio ad una mano che dovrebbe essere studiato nelle scuole e quando parlo di scuole non intendo solo quelle di tennis.*
In seconda battuta perché Djokovic era lanciato verso l’impresa. Con Federer oramai incapace di disputare partite 3 su 5 ogni due giorni, Nadal ridotto al fantasma di sé stesso, Murray troppo discontinuo e la pletora delle “promesse” mai sbocciate in ordine casuale Dimitrov, Raonic, Kokkinakis, Thiem, Kyrgios, i perdenti di successo, quelli che io chiamo “i giocatori dei quarti” (perché più in là dei quarti non ci vanno) Ferrer, Tsonga, Nishikori, Berdych incapaci di un solo guizzo in carriere fatte di aurea mediocritas, il serbo aveva la strada spianata per entrare nella storia del tennis con la T maiuscola.

Per fortuna, e lo dico per il tennis, almeno per l’anno di grazia 2015 questo non accadrà.
Del resto non è accaduto a giocatori ben più forti e più tecnici di questo Djokovic: solo per citarne alcuni come McEnroe, Lendl, Becker, Edberg, Agassi, Sampras e uno dei più tristi randellatori dell’epoca moderna, Jim Courier, uno che avrebbe dovuto giocare a baseball ma si ritrovò una racchetta in mano.
Ecco, il tennis che sta per diventare orfano di Roger Federer (capiterà da un momento all’altro) non merita all’interno di un’epoca così povera, una tirannia muscolare di siffatta maniera.

Ieri abbiamo avuto due piccoli segnali di fallimento da parte dell’indistruttibile serbo: la racchetta spaccata nel secondo set e le lacrime (di commozione o di frustrazione, io dico la seconda) al termine della partita durante la premiazione.

E se il Dio del Tennis riterrà di premiare un suo adepto facendogli realizzare questa impresa, lo preghiamo fin da ora di regalare al prescelto la classe, il tocco, un rovescio ad una mano e l’agilità di sfiorare appena il terreno, che è la caratteristica dei fenomeni.

*A proposito si guardi questo storytelling sul rovescio di Wawrinka realizzato dal New York Times
http://www.nytimes.com/interactive/2014/08/22/magazine/stan-wawrinka-backhand.html

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