Peppino Vives – L’elogio della lentezza

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Penso che con i sacrifici e lavorando in silenzio siamo riusciti a raggiungere un obiettivo importante per tutti noi. Per il sottoscritto, come per tutta la squadra, questa è stata indubbiamente una stagione positiva.
Giuseppe Vives, maggio 2011

A guardarlo così, da vicino, più che un calciatore sembra un impiegato del catasto, un dipendente pubblico dalla vita sedentaria e tranquilla.
Al massimo, Peppino Vives potrebbe essere il ragioniere con le mezze maniche e la marrenn’ piena di pasta al forno cucinata dalla gentile e amorevole consorte.
Invece Peppino di mestiere fa il calciatore e lo fa nel centrocampo di una delle squadre più in forma del campionato: il Torino di Giampiero Ventura.

La prima volta che il suo nome venne alla ribalta, fu grazie al Lecce di Zeman.
Il tecnico Boemo lo volle alla sua corte e il mio primo pensiero fu: “Ma da dove spunta ‘sto argentino??”.
Un amico meno informato di me, mi disse: “Guarda che è uruguaiano.”
E così quel centrocampista “sudamericano” fu uno dei titolarissimi della squadra salentina tra il 2006 e il 2011, in un continuo saliscendi tra A e B.

A distanza di qualche anno, quell’oscuro (a me) centrocampista si trasferì al Toro.
Fu così, con grande sorpresa, che appresi che quel ragioniere altro non era, che un mite napoletano trapiantato nel Salento dopo una carriera partita dai dilettanti e approdata in C2 prima e in C1 poi.
A Torino è stato protagonista della promozione granata 2011-2012, totalizzando 28 presenze e due reti: la prima al Pescara con un pallonetto tanto bello quanto semplice nella sua realizzazione.
Per capire il Vives uomo, basta guardare la sua faccia durante l’esultanza per il goal.

Giuseppe Vives è uno di quei calciatori che se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo.
La sua carriera è quella di un onesto pedatore capace attraverso il lavoro di raggiungere risultati inaspettati: Vives non ha certo il fisico di un atleta del terzo millennio tutto muscoli e dinamismo, è un centrocampista vecchio stampo che riesce bene in entrambe le fasi nonostante l’andamento lento e ragionato, i suoi 178 centimetri di altezza e un fisico assolutamente normale.
Diciamo che Vives si sarebbe trovato a suo agio con i ritmi più compassati degli anni Ottanta, magari in un ruolo di mezzala, un 8, seguendo la numerazione di una volta.

Riduci la velocità, vai più piano, e agisci in modo completo. Ad esempio smetti di camminare come cammini adesso. Cammina piano, respira piano, parla piano. Tutte le attività, di ogni genere, dovrebbero essere fatte a una velocità più lenta della metà.
Osho, Elogio della lentezza

Non veloce, nè particolarmente dinamico, senza particolari mezzi tecnici, Vives è dotato di una grande intelligenza tattica e senso della posizione, migliorate a dire il vero, proprio sul finire di una carriera che a 35 anni gli sta regalando grandi soddisfazioni.
La sua zazzera nera, lo sguardo sospeso, il petto in fuori e l’espressione di chi sa quello che sta facendo ma in fondo non ne è troppo convinto nemmeno lui, Peppiniello Vives è il prototipo del professionista modello.
Mai una parola fuori posto, grande applicazione, grande spirito di abnegazione, qualche colpo di genio e tanta sostanza, senza strafare, che a strafare si rischia di fare (o di dire, vedi intervista) qualche scemità.

Umile e conscio dei propri limiti, Peppino Vives in serie A, in questa serie A, ci sta alla grande, e si è ritagliato un ruolo di primo piano agli ordini di Mister Ventura che non solo non si dimentica mai di sottolineare l’importanza di uno dei suoi fedelissimi, ma vi rinuncia a fatica.

Vives giocava quasi terzino nel Lecce: mentre al Toro ha fatto la mezzala, il mediano, il metodista, il centrale difensivo in Serie A, ci manca solo che dia il bianco ai muri… Eppure è uno di quelli meno lodati di tutti, forse perché ha fatto questo. Andrebbe venerato, perché l’ha fatto per il Toro: ha anteposto il Torino a se stesso.
Giampiero Ventura, allenatore del Torino

L’elogio della consapevolezza, senza andare oltre i propri limiti fisici e allo stesso tempo superarsi in termini di performance, di qualità: Vives è l’usato sicuro, garantito; è il macellaio che non ti frega, il panettiere o il salumiere che ti tiene da parte la merce migliore, il barista che sa come vuoi il tuo caffè.

L’ultima partita casalinga del Toro contro il Palermo di Iachini è un ottimo esempio per capire il Vives calciatore.
Come spesso accade a Vives quando occupa la posizione di centrocampista centrale, il numero 20 granata non sempre si fa trovare libero per ricevere il pallone e impostare l’azione: credetemi, ne ho viste tante di partite del Toro con Vives in quel ruolo.
A volte è difficile comprendere perché si vada a nascondere sulla linea di passaggio.
Semplicemente Vives non è il tipo di centrocampista che reclama il pallone, non si abbassa verso la difesa, ma fluttua alle spalle del primo attaccante avversario: gioca a nascondino, anche se avrebbe l’opportunità di ricevere la palla e spesso durante larghi tratti della partita, Vives il pallone lo tocca soltanto in fase di contenimento, dove è veramente l’uomo in più della squadra di Ventura.
Alla fine del match con il Palermo, conteremo 6 tackles vincenti, 66 tocchi palla (e 56 passaggi, per una percentuale di successo del 78%): solo il terzetto difensivo ha toccato più palloni e ben sappiamo come sia importante il giro palla dei tre dietro (Glik, Moretti e Bovo in questo esempio) nell’economia del gioco granata.

E se Ventura dopo la prima partita a Frosinone (4 minuti appena), lo inserisce sempre tra i titolari (sempre 90′ dalla seconda di campionato ad oggi), Vives lo ringrazia con prestazioni che altrove sarebbero certificate con elogi sperticati su giornali e televisioni.
No, Peppino Vives non è e non sarà mai Pirlo, Iniesta o Xavi, non ha l’appeal dei bellocci da copertina, non è un uomo immagine e non ha l’eloquio di un guru o di un maitre-a-penser: peraltro chi scrive questo articolo sa bene il valore in termini assoluti di Vives.
Ma Peppino Vives non farà mai notizia, perché non può fare notizia.

Dicevamo che proprio in questo scorcio di carriera, una carriera che sta volgendo al termine, Vives sta raccogliendo i frutti del suo lavoro: Ventura lo ha eletto come uno dei leader silenziosi dello spogliatoio, i tifosi ne esaltano le doti di sacrificio e dal campo arrivano prestazioni di livello assoluto.
L’anno scorso in ottobre, l’autorevole sito whoscored.com lo inserì in una top11 settimanale, dei migliori campionati europei, in un centrocampo a 4, in una squadra composta tra gli altri da Lloris, Lahm, Alexis Sanchez e Aguero solo per citarne alcuni.

top11

Nell’estate del 2014, il Toro torna in Europa dopo un lungo digiuno e Vives fa il suo esordio in una coppa Europea.
Non un grande battesimo per il centrocampista napoletano, espulso alla prima partita contro i modesti svedesi del Brommapojkarna: Vives ha raccolto in tutto sette presenze nella cavalcata europea dei granata fermati poi negli ottavi dai più esperti russi dello Zenit.
Peppino Vives è stato uno degli eroi e dei grandi protagonisti della notte del San Mames: proprio su di lui è stato commesso il fallo del rigore che poi Quagliarella realizzerà per l’1-0, proprio lui recupera un pallone e serve Darmian in fascia, sul cui cross Maxi Lopez insaccherà per il momentaneo 2-1.
Chi lo avrebbe mai detto, dopo tanta gavetta, da Giugliano fino a San Pietroburgo alla bella età di trentaquattro anni??

Da cinque anni a questa parte, i tifosi granata, sempre molto critici verso i propri giocatori, hanno imparato a conoscere ed apprezzare il grande cuore di questo giocatore che è stato fondamentale ancora più dei goal di Immobile, delle sgroppate di Cerci e degli stacchi di testa di Capitan Glik. Se Glik è il Capitano ideale di questa squadra, Vives ne è il Capitano morale: sempre dietro le quinte, sempre in silenzio, sempre pronto, sempre a disposizione.

Oramai trapiantato a Torino, con un rinnovo promesso dalla società e in piena simbiosi con Ventura, non stentiamo a credere che l’apertura della scuola di calcio di Afragola (sotto l’egida del Torino e denominata appunto Torino Academy), gestita insieme a suo fratello Raffaele e all’amico, Giuseppe Della Corte non è altro che l’ennesimo tassello che mostra il grande attaccamento del giocatore napoletano ai colori granata.

Perché a uno come Peppino Vives gli si vuole bene per forza, perché più di così, si muore, perché nonostante tutto c’è sempre, perché cosa gli vuoi chiedere di più?
Perché a uno come Peppino gli si perdona tutto.

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