Finalmente, Fila!

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È una sera strana. Si respira un’aria particolare, frizzante, fredda e umida dopo le piogge di questi ultimi giorni.
Domani è un giorno speciale e i giorni speciali vanno festeggiati come si deve.
Domani è il giorno del Fila, il Filadelfia, il Tempio degli Invincibili.

Il mio primo ricordo del Fila è legato ad un pomeriggio padre-figlio: non ricordo come mai e quando accadde di preciso (mi sembra fosse l’autunno del 1981) ma mio padre in uno dei rarissimi permessi o giorni di ferie fuori stagione mi portò agli allenamenti della prima squadra.
In cortile si giocava a palla, sembrava più un oratorio che un campo di allenamento di una società di serie A: scordatevi Milanello, Appiano Gentile, Trigoria e così via.
Il Fila era qualcosa di talmente familiare da apparire quasi fuori dal contesto del professionismo.

Attesi con papà l’uscita dei calciatori.
Era un Toro operaio quello del 1981-82. Dopo l’allenamento, appena uscito dagli spogliatoi, Danova mi accarezzò la testa mentre Zaccarelli, con il suo baffo impeccabile e i modi gentili, scambiò quattro chiacchiere con i tifosi e successivamente mi firmò un autografo.
Poi uscirono alla spicciolata Dossena, Sclosa, il giovanissimo Francini e poi Terraneo e poi e poi…
E poi papà vide Pulici e gli strinse la mano.
Pulici mi chiese qualcosa, non ricordo, poi cortese come sempre, si allontanò.

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Poi crebbi e il Fila era sempre là, fucina inesauribile di talenti, qualcuno perso per strada, ma tanti, tantissimi divenuti campioni.
E furono allenamenti, storie, lunghi viaggi a bordo del tram per raggiungere il campo, sedersi sugli spalti e vedere i miei beniamini da vicino, senza filtro.
Non si pagava al Fila. Nessuno si è mai sognato di far pagare un ingresso per poter condividere quel momento in cui i tifosi potevano stare accanto ai giocatori.

Poi un giorno in auto, questa volta, raggiunsi il Fila per avere una foto ricordo con Tarzan Annoni: l’avevo promessa alla mia fidanzatina dell’epoca che stravedeva per me e per quel difensore tanto arcigno: l’amore finì presto e la foto non so che fine abbia fatto.
Era un Toro che stava per iniziare un declino inesorabile.
Il crac Borsano, poi l’avvicendamento di presidenti banditi, incompetenti, disgraziati, approfitattori che non fecero altro che accompagnare il Toro verso la via d’uscita, quella che per alcune società ha significato l’addio al calcio professionistico.

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Non ho mai amato i complotti e la dietrologia è uno stile che poco apprezzo ma se mi volto a guardare indietro gli anni che vanno dal 1992-93 fino al fallimento del 2005, beh, a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.
Quel declino trovò facile  sponda in amministrazioni conniventi che portarono il Toro e la sua gente di fronte ad una doppia demolizione.
La prima quella più lenta e sottile fu quella del Torino Calcio, la seconda vergognosa non meno della prima, ma spietata e votata ad una oscura ragione di stato, fu quella che vide arrivare un bel giorno, le ruspe al Fila.
Non ci fu nulla da fare. Mi sarei immaginato tifosi aggrappati alle mura, gente sdraiata davanti ai mezzi meccanici: nulla di tutto ciò. Ci avevano anestetizzato, reso inermi, messi in un angolo, colpiti nei nostri sentimenti più forti.

Lo so, sembra retorico parlare in questi termini di uno stadio e di una squadra però quanto avvenuto allo stadio Filadelfia è qualcosa che definire diabolico è poco.
Poi è successo che la gente del Toro, quella che va allo stadio, che mastica pane e Toro tutti i giorni, quella che non ha mollato di un centimetro in questi anni, è riuscita con grande fatica a venire a capo di questo gigantesco Moloch.
Faccio ammenda. Ad un certo punto della mia militanza granata, smisi non solo di credere alla ricostruzione del Filadelfia tanto che, in perfetta controtendenza con molti tifosi, dissi più volte che era perfettamente inutile lottare per un simbolo violentato, oramai dimenticato da tutti e soprattutto inutile per giocatori e società.
Chiedo scusa. Mi sbagliavo.

Mi sbagliavo perché quel luogo, il Toro e i suoi tifosi sono una cosa sola.
Quel luogo è l’aria, l’acqua, lo Ying e lo Yang, un buon bicchiere di vino, una chiacchierata con un amico, è il senso di appartenenza, è il sangue, è la forza, è l’essere granata.

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Oggi ho visto foto, letto articoli, tweet e post su vari social network: la gente del Toro aspetta questo momento da troppo tempo e penso che lo meriti. 
Lo merita più di un piazzamento Uefa, più di un derby vinto, più di tanti giocatori che vengono al Toro perché al Toro si sta bene.
Siamo nel 2015. Tra un anno, il Fila dovrebbe essere nuovamente lì, dove lo avevamo lasciato.
Sarà diverso, diranno in molti.
Sarà più bello o più brutto, perché molti fanno un confronto.
Sarà questo e sarà quello.
Ma soprattutto, sarà casa.
Casa nostra. 

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E se tutto questo schifo che ci circonda, ogni tanto ci regala anche uno sprazzo di sole, beh, sapete che c’è? Godiamocelo.
Godiamocelo fino in fondo, con i nostri calciatori, con i nostri amici, con i nostri figli, con i nostri genitori, con i nostri amori.
Godiamocelo perché ce lo meritiamo.
Perché il Fila non sarà mai soltanto un campo di allenamento, entrare al Fila vorrà dire entrare a casa nostra.
Perché è bello ricordare come eravamo, con un po’ di nostalgia, qualche lacrima e un pizzico di anacronismo .
Adesso però torniamo a casa, che come Ulisse ci manchiamo da troppo tempo e c’è bisogno, di nuovo, di respirare l’aria del Fila.

Grazie a tutti quelli che si sono adoperati veramente, penso alla gente del Toro che non ha mai smesso di crederci.
E penso anche agli Invincibili, a quei ragazzi che quel campo lo hanno omaggiato con tante vittorie, rendendolo leggendario.
Domani è un giorno speciale.

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