Il Toro tra ragione e sentimento

Torino Fc - Hellas Verona


Non scrivo mai della mia squadra del cuore, il Toro, un po’ per pudore, un po’ per paura di non riuscire a svestire i panni del tifoso, o ancora peggio, dell’innamorato.

Ma quanto sta succedendo in questo periodo mi ha portato a fare una analisi scevra da ogni sentimento, basando sulla ragione (o sulla realtà dei fatti) le mie deduzioni.
Le ultime tre partite hanno evidenziato che la squadra è in chiara sofferenza, con margini di miglioramento tutti da verificare: le due sconfitte (Roma e HJK) e il pareggio casalingo con l’Atalanta hanno fatto emergere all’interno della tifoseria sentimenti divergenti che spaziano dall’esistenzialismo Camusiano e la conseguente ineluttabilità del destino, passando dal catastrofismo McCarthiano, concludendo con il pessimismo cosmico di Leopardiana memoria.

Potrebbe essere peggio?
E come?
Potrebbe piovere…
Frankenstein junior

Da quando Giampiero Ventura siede sulla panchina granata, ho come la sensazione che lo stile di gioco (molto redditizio in Italia, dove poche squadre giocano a calcio) possa garantire un risultato positivo, che la mentalità abbia portato i suoi frutti, che raramente il Toro sia stato messo sotto nel gioco e che soprattutto con avversari più blasonati non abbia sfigurato o che con avversari alla propria portata non abbia quasi mai sbagliato partita.

Torino - Empoli Campionato italiano di calcio Serie B bwin 2011 2012

Giampiero Ventura

Questo accade (o è accaduto) ad una condizione: cioè che il Toro di Ventura faccia il Toro di Ventura, che non ripeta lo squallore calcistico delle squadre di Colantuono, De Biasi, Lerda e Novellino (solo per citare allenatori privi di un’idea, pronti solo a difendersi, incapaci ad offendere, consegnandosi mani e piedi agli avversari, lasciando punti soprattutto in trasferta dove le loro squadre raccoglievano poco o niente). Quelle squadre continuavano a giocare palloni lunghi ed insensati mentre la squadra di Ventura attraverso un eterno giro palla vuole stanare gli avversari, provando a sfruttarne gli spazi, creando superiorità numerica, attaccando sulle fasce dove gli esterni devono fare la differenza. Questo è il Toro da quando c’è Ventura. Una squadra che gioca a pallone e che raramente sbaglia partita o approccio alla stessa proponendo il suo gioco. Una squadra che soffre se attaccata alta, ma sa uscire palla al piede a costo di rischiare qualcosa di troppo in fase di costruzione: si noti che il portiere del Toro negli ultimi quattro anni con la palla in mano, sarà ricorso al rinvio canonico in una percentuale che non supera il 5% dei possessi palla.

Il caso è il solo sovrano legittimo dell’universo.
Honoré de Balzac

Ventura allena il Toro da 123 partite con un bilancio di 49 vittorie, 39 pareggi e 35 sconfitte.
Il Toro ha perso molte più partite di quelle elencate qui di seguito, ma queste sono quelle sbagliate, per approccio.
Il Toro sembra in grado di vincere soltanto se gioca (e bene) a pallone. Se fa quello che il suo allenatore chiede. Dà l’impressione di potersi imporre anche con squadre più blasonate, quelle che lasciano spazi, quelle che ti fanno giocare.
Il Toro spesso approffitta di queste situazioni e se non trasforma le occasioni create è per la qualità dei suoi avanti: quante volte Ventura parla di occasione creata, di uomo davanti alla porta (quando magari manca ancora un passaggio)?
Il Toro perde se non fa il Toro di Ventura, può perdere per un episodio fortuito (arbitrale o casuale), ma la squadra è stata costruita in maniera differente rispetto a quelle cui il tifoso granata era abituato negli anni precedenti.
Queste in particolare sono quelle partite sbagliate dal primo all’ultimo minuto in cui gli avversari hanno disputato partite normali e il Toro è stato incapace di fare la partita secondo i dettami del suo tecnico:

Toro-Verona                           1-4 (serie B, 2011-12)
Albinoleffe-Toro                    0-0 (serie B, 2011-12)
Udinese – Torino                   1-0 (serie A, 2012-13)
Toro-Bologna                         1-2 (serie A, 2013-2014)
Toro-Samp                              0-2 (serie A, 2013-14)
Samp-Toro                              2-0 (2014-2015)
HJK- Toro                                2-1 (UEL 2015)

Faccio un esempio pratico. La sconfitta subita contro la Roma per 2-1 (campionato 2013-14), dopo aver seriamente corso il rischio di vincere, venendo castigati al 93′ a causa di un errore in disimpegno del nostro attaccante lanciato in contropiede. Questo è l’esempio lampante del calcio di Ventura: dal possibile 1-2 al definitivo 2-1 in meno di 5 secondi netti.
Anche le partite di Cagliari e Firenze (entrambe perse per 4-3, campionato 2012-2013), sconfitti nel punteggio ma non nel gioco a causa di uno o più episodi: possiamo affermare che il Toro di Ventura è un’idea costruita su fragili equilibri.

Le idee ispirate dal coraggio sono come le pedine negli scacchi. Possono essere mangiate ma anche dare avvio ad un gioco vincente.
Johann Wolfgang Goethe

 

Il Toro di Cairo è il Toro di Ventura?

Kamil Glik

Il Toro di Cairo è da sempre un Toro low cost. In un primo momento è stato costruito con nomi eclatanti (Barone, Recoba, Muzzi, Corini, Diana…) miseramente falliti in mano a pessime gestioni tecniche; ricostruito in seconda battuta con i Peones delle basse categorie (Pestrin, Leon, Salgado, Scaglia, Genevier, qualche intuizione petrachiana come quella di D’Ambrosio) e, infine, ricostruito (per l’ennesima volta dal 2005) con un gruppo di semper fidelis voluti da Ventura che hanno ottenuto il placet della società per il loro appeal economico (Masiello, Parisi, Zavagno, Meggiorini, Barreto, Coppola, Glik, Benussi, fino ad arrivare a Gillet e Gazzi).
Era ovvio che Ventura (come fanno praticamente tutti gli allenatori) avrebbe puntato su un gruppo di giocatori a lui noti, uomini di cui si potesse fidare ciecamente ed è anche grazie a questi giocatori che ha posto le basi di un Toro futuribile. Ventura ama ricordare (e lo fa ad ogni piè sospinto) cosa era il Toro prima del suo arrivo, continua a parlare di processo di crescita, continua a parlare di conoscenze (quando non manda in campo allo sbaraglio i nuovi arrivati, si veda il caso Maksimovic), continua a parlare di squadra e mai dei singoli (chi è arrivato e parlava in prima persona fa la panca a Genova -Sansone – o fatica a trovare posto nel Chievo -Bellomo-).
Alla prima partita casalinga del campionato 2011-12 (serie B) la gente, incredula e preoccupata, osservava il Toro masticare gioco attraverso uno snervante giro palla che coinvolgeva anche il portiere: molti furono gli inviti a lanciare il pallone in avanti e qualche fischio, unito a qualche lamentela, si sollevò dagli spalti.
Scetticismo e frenesia che si fanno vivi ancora oggi, alla quarta stagione di Ventura sulla panchina del Toro: mugugni che ritornano soprattutto quando si fa fatica a segnare o a chiudere le partite.
Come se il tifoso ignorasse la tattica e il gioco di Ventura.
Oramai non ci si deve stupire più di nulla, visto che in curva e sul forum dei tifosi, c’è ancora qualcuno che rimprovera al tecnico ligure Ventura il mancato utilizzo di un regista classico, cosa che non accade più da quando la squadra gioca con il 3-5-2: l’ultimo interprete di ruolo è stato Iori nel 4-2-4 (2011-12, serie B).
Resto convinto che mai come oggi, il Toro di Cairo sia anche (e fortemente) il Toro di Ventura ed è in malafede chi nega i meriti del tecnico ligure (non solo in termini di risultati) ma soprattutto è impossibile non riconoscere che questa squadra ha una organizzazione di gioco, una mentalità propositiva, offre (a tratti) buon calcio e riesce a valorizzare i calciatori oltre ogni aspettativa.

Passato e presente
Prendiamo il campionato scorso. Il Toro oltre ad avere due giocatori di livello superiore come Immobile e Cerci, ha visto molti dei suoi “comprimari” esibirsi su standard qualitativi inaspettati: Vives, Glik, El Kaddouri, Moretti, gli esordienti Maksimovic, Farnerud e Padelli, solo per citarne alcuni.
 Tutto ciò attraverso un sistema di gioco che ha esaltato le caratteristiche di Immobile e Cerci (35 goal in due) e ha consentito a Ventura di portare il Toro alle soglie dell’Europa League: modestamente, ritengo avremmo meritato comunque la qualificazione, guadagnata solo a causa dei problemi economici del Parma.
Il Toro 2015 ha già giocato 28 partite (11 di campionato, 8 di UEL, 9 tra amichevoli e precampionato, compreso il triangolare di Mondovì diviso in due partite da 45′) mentre l’anno scorso al 12 novembre aveva disputato 24 incontri (12 di campionato, 1 di coppa italia, 5 amichevoli – considerati i due tempi da 45′ del triangolare di Mondovì- 6 amichevoli precampionato): i confronti devono tenere conto dell’impegno europeo del giovedì, della preparazione e dei carichi differenti, della stanchezza e dell’abitudine a giocare tante partite in serie, della grande quantità di giocatori all’esordio con la maglia granata (molti dei quali stranieri e anche giovani), della scarsa esperienza internazionale della maggior parte dei giocatori in rosa.
Non sono scuse o attenuanti, sono fatti. Tangibili e, anche questi, innegabili.
Mettiamo anche la quantità di giocatori prestati alle nazionali. Mentre scrivo questo post sono 10 i giocatori in giro per il mondo: Darmian, Moretti, Benassi (Italia e ItaliaU21), Gaston Silva (Uruguay), Maksimovic (Serbia), El Kaddouri (Marocco), Jansson (Svezia U21), Gillet (Belgio), Glik (Polonia) e Martinez (Venezuela). La maggior parte di questi giocatori hanno meno di 25 anni (7 per la precisione) e 5 di questi sono di proprietà del Torinofc.

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Josef Martinez


Nell’analisi di questo stentato inizio di stagione si deve anche parlare di turnover, già effettuato in serie B (soprattutto in caso di tre appuntamenti settimanali) a scapito anche dei titolarissimi. Al primo anno di serie A, nella giornata prima di un derby, contro il Verona, venne attuato un turnover che molti tifosi non apprezzarono e che secondo molti costò tre punti al Toro (finì 2-2 e la domenica si disputò la stracittadina, persa come accade da molti anni a questa parte).
Quest’anno il turnover non è un’eccezione, ma la regola aurea. A parte la pessima gestione del caso Padelli-Gillet, che è costato qualche goal di troppo, relegando in panchina un portiere non eccelso (Padelli) che l’anno scorso da titolare (senza alcuna concorrenza nè pressione) dimostrò di essere un estremo di buon valore, nelle altre zone del campo, a mio avviso, Ventura sta applicando (in relazione a infortuni, squalifiche e lista UEFA) un ragionato ed efficace turnover.

 Gli interpreti

Immobile e Cerci

Immobile e Cerci

Questa estate le cessioni di Immobile e Cerci hanno inevitabilmente rimescolato le carte e hanno gettato una pesante ombra sull’operato della società evidenziandone l’incapacità (impossibilità o volontà) mercatale della dirigenza.
Molti tifosi hanno contestato le scelte di Cairo e Petrachi, soprattutto per quanto riguarda l’affaire Amauri.
Data la volontà di Cerci e Immobile di lasciare il Toro, sembrava chiaro a tutti che ripetere il modulo e il gioco della stagione scorsa sarebbe stato difficile se non impossibile, vuoi per la difficoltà di trovare due emuli dei transfughi e perché (forse) c’era la necessità di cambiare gioco e atteggiamento.
Giocare con due punte così vicine al momento non sembra la scelta migliore: Amauri è spesso in ritardo e l’intesa con Quagliarella o Martinez appare ancora lontana a venire.
Di Larrondo (beccato ingiustamente dal pubblico) e Barreto non si può dire molto, se non che il primo oramai è relegato a scampoli di partita, mentre il secondo pare definitivamente fuori dalle grazie di Ventura che oramai non lo convoca nemmeno per le amichevoli infrasettimanali.
La società ha iniziato il mercato con investimenti lungimiranti (la conferma di Maksimovic, gli acquisti di Jansson e Martinez) poi ha integrato la rosa con giocatori di esperienza (avvezzi soprattutto ai palcoscenici europei vedi Nocerino, Molinaro, Quagliarella), ha scommesso su giovani stranieri (Sanchez Mino, Bruno Peres, Ruben Perez e Gaston Silva) salvo non riuscire a ricostruire la parte più bella del giocattolo 2014: ovvero, l’attacco.

Bruno Peres

Bruno Peres

Jansson è entrato in punta di piedi ma ha dimostrato grande sicurezza mentre Gaston Silva pare un po’ meno a suo agio nella difesa a tre. Bruno Peres (che può giocare solo in campionato) è la lieta sorpresa: più ala che terzino e in una soluzione fantasiosa (4-3-3) il brasiliano potrebbe essere l’esterno di destra nel tridente. Fantacalcio? Sicuramente.
Sanchez Mino, Farnerud ed El Kaddouri agiscono come interni e nei piani di Ventura dovrebbero essere gli incursori adatti al gioco monopunta che ha caratterizzato questo inizio di stagione: il primo è ancora alle prese con le nozioni richieste da Ventura, è dotato di gran piede, è costato molto denaro (segno che la società crede molto in lui), sembrerebbe più a suo agio in posizione offensiva. Il secondo, arrivato nello scetticismo generale, si è fatto apprezzare per duttilità e inserimenti, risultando una delle più belle sorprese dell’anno scorso. È un centrocampista di lotta e governo, capace di vedere la porta. Il terzo è croce e delizia di questa squadra. Indolente ai limiti dell’insopportabile, ma capace di accendersi in maniera importante: la gente lo sa e pretende molto di più da lui. In avanti Martinez appare ancora spaesato (forse andrebbe utilizzato maggiormente fuori casa, dove le squadre lasciano più spazi) e Amauri e Quagliarella vanno centellinati e spesso sono chiamati alla staffetta. Il brasiliano naturalizzato ha completato, nell’ultimo giorno di mercato, un reparto che l’anno scorso si è basato esclusivamente su Immobile e Cerci, considerando che i lungodegenti Barreto e Larrondo hanno giocato pochissimo e segnato ancora meno. Ha salutato la compagnia un fedelissimo di Ventura, Meggiorini, anche lui praticamente nullo in fase realizzativa. Difficile pensare che questo attacco sia all’altezza e possa lottare su tre competizioni. L’attacco è il punto debole della squadra, che invece negli altri reparti appare più quadrata, più forte e più completa.

Amauri

Amauri

Il Toro ha gli stessi punti dell’anno scorso ma dieci goal in meno in cascina, un dato abbastanza sconfortante.
Si sarebbe potuto fare meglio? Si sarebbero dovuti investire più soldi? Si poteva prenotare un centravanti di prospettiva senza spendere una follia tentando di replicare il miracolo Immobile?

A tutte queste domande, la risposta è univoca: sì, vero, si poteva e si doveva.
Provo ad immaginare che Ventura abbia voluto concedere una chance a Barreto e Larrondo, confidando nella loro voglia di riscatto, nell’effetto sorpresa, dimostrando ai più di poter vincere l’ennesima scommessa della sua carriera.
Su Ventura ne ho sentite tante: aziendalista, paraculo, opportunista, maestro di calcio, mestierante, ma se Ventura fosse stato messo alle corde, costretto ad avallare le cessioni eccellenti, accettando forzatamente l’acquisto di Amauri al posto di un altro attaccante a lui gradito, cosa potremmo rimproverargli?

Il futuro
L’anno scorso dissi che il Toro avrebbe chiuso al nono posto. Diciamo che quest’anno sarei soddisfatto di un undicesimo posto, il passaggio del turno di Europa League (magari arrivando fino agli ottavi) e se avanzassimo anche in Coppa Italia direi che questa stagione potrebbe considerarsi positiva e significherebbe un ulteriore miglioramento.
Se ho capito qualcosa di questi anni con Ventura in panchina, direi che i termini adatti sono pazienza ed equilibrio.
La piazza ha le sue ragioni dopo anni di fallimenti e meriterebbe una società strutturata, una dirigenza diciamo più preparata e competente, che non pensi soltanto ed esclusivamente alle questioni di bilancio.
Non so se è chiedere troppo.
So che la strada tracciata da Ventura è l’unica che mi sento di seguire e la migliore su cui credere e scommettere.
Il passato gli ha dato ragione, il presente confido glielo darà. Con pazienza ed equilibrio.

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