Cowboy contro indiani

“Attraversarono Piazza Vittorio, sterminata nelle ombre della sera. Già parlavano di football. Emilio, naturalmente, era per la Juventus, la squadra dei gentlemen, dei pionieri dell’industria, dei gesuiti, dei benpensanti, di chi aveva fatto il liceo: dei borghesi ricchi. Giraudo, altrettanto naturalmente era per il Toro, la squadra degli operai, degli immigrati dai vicini paesi o dalle province di Cuneo e di Alessandria, di chi aveva fatto le scuole tecniche: dei piccoli-borghesi e dei poveri”
Mario Soldati, Le due città, 1964

Mi piacerebbe potervi presentare il derby di Torino in maniera convenzionale, come ho fatto nelle settimane scorse con i miei precedenti articoli. Mi piacerebbe poter essere super partes ed equidistante, ma nello scontro stracittadino più antico e anche meno equilibrato d’Italia, non posso fare altro che denunciare la mia passione per i colori granata. Mi sembra più corretto mettere le cose in chiaro soprattutto nei confronti di chi mi legge, promettendo di non lasciarmi andare troppo e facendo entrare nell’argomento il lettore, nello stesso stato d’animo di chi, come me, il derby lo vive da tifoso e nella città in cui si disputa.

DERBY TORINO JUVENTUSEssendo nato negli anni Settanta, la dicotomia era ben chiara e definita: da una parte i padroni, quelli ricchi, proprietari della città, della FIAT. Insomma i potenti. Dall’altra quelli che erano contro, il proletariato granata contro la borghesia bianconera. Cowboy contro indiani. Stavo finendo le superiori quando il Toro vinceva il suo ultimo derby, era il lontano 1995 (9 aprile, 1-2), e mi stavo accingendo a completare uno degli ultimi esami universitari quando nel febbraio 2002 (24 febbraio, 2-2) Benoit Cauet segnò l’ultimo goal granata, in un palpitante match deciso in zona Cesarini da Enzo Maresca e dalla sua beffarda esultanza. Ci sono bambini che, nati durante questo digiuno, non hanno mai visto esultare un granata nei derby. Una realtà frustrante, soprattutto se sei piccino, ma anche per un adulto di quasi quarant’anni la cosa non è affatto piacevole.

La storia della stracittadina dice che sono stati giocati 229 incontri, di cui 188 ufficiali (164 in Serie A) il cui bilancio è favorevole ai bianconeri con 69 vittorie, 46 pareggi e e 49 vittorie del Toro. In casa della Juve i numeri dicono: 70 match, 35 vittorie della Vecchia Signora, 18 pareggi e 17 vittorie granata. Il quadro è completo. Ricordi sbiaditi illustrano un Toro più competitivo negli anni d’oro degli Invincibili e soprattutto nel decennio Settanta, dove, un po’ per forze in campo e un po’ per dna, riusciva a mettere sotto gli odiati dirimpettai: era il Toro del cosiddetto “tremendismo” ed è stato l’esempio che incarnava al meglio lo spirito combattivo e gladiatorio di una generazione di giocatori e tifosi. Logico pensare che questa astinenza da vittoria (e da goal) crei più di un fastidio tra i tifosi granata. Logico pensare che questa sia la madre di tutte le partite, quella che può valere una stagione.

Juventus-Argentinos Junior, coppa IntercontinentaleLa settimana di passione che precede il derby inizia con uno stato d’ansia crescente. Un vuoto allo stomaco che ti prende e non ti molla mai mentre con la testa sei già proiettato alla partita e soprattutto a quanto succederà dopo. Quello stesso stato d’animo, tra le fila bianconere, lo viveva in maniera compulsiva, per sua stessa ammissione, uno che di derby ne ha risolti parecchi, ovvero Giampiero Boniperti, che odiava questa partita sia da calciatore ma molto di più da presidente. Eppure, a quanto pare, non era l’unico bianconero a soffrire il derby…

«Tra Boniperti e Agnelli, quello che soffriva maggiormente era l’Avvocato. Mi diceva sempre che era la partita che non avrebbe mai voluto giocare. Come sosteneva lui: se vinci hai fatto il tuo dovere, ma se perdi ti rompono le scatole fino alla sfida successiva».
Marcello Lippi

Ma se lo stato d’animo è variabile, il passato è lì a ricordarti quanto questa partita abbia una valenza scevra da ogni discorso sportivo: l’abbiamo letto e scritto più volte, al di là di ogni facile retorica. Il derby non è solo una partita di calcio. Il passato e le immagini in bianco e nero di una televisione ai primordi rimandano alle gesta di Sivori e Charles in un 4-1 del 1958; ad una storica rimonta da 0-2 a 4-2 con doppietta del compianto Gaetano Scirea (1982), alle magie di Platini (1984, doppietta vincente 2-1), fino alla manita del 5-0 targato Vialli e Ravanelli (1995), passando per un altro derby a tinte bianconere, quello dello spareggio UEFA datato 1988 e conclusosi ai calci di rigore.

«Lì ho avuto tutto: il coraggio e la follia di tirare, la fortuna di segnare e la soddisfazione di vedere sprofondare, dietro la porta, la curva degli juventini. La Filadelfia»
Paolo Pulici parlando del pallonetto a Zoff, Toro-Juve 2-1 (1972)

Gigi Meroni (a sinistra, col 7) e Nestor Combin
Per me il derby è tutto nelle parole di mio padre quando racconta la vittoria per 2-1 nel 1972, il derby del pallonetto: «Pulici corre verso la porta e fa un pallonetto a Zoff. Dal vertice dell’area di rigore. A Zoff, non all’ultimo dei portieri!!» Oppure quando la voce si rompe per la commozione nel racconto surreale del derby vinto per 4-0 nel giorno della commemorazione di Gigi Meroni: quella domenica, a pochi giorni dalla morte della “farfalla granata”, Combin segnò una tripletta e Carelli, che indossava, ironia della sorte, proprio la maglia numero 7 dello sfortunato esterno granata, completò il tabellino. Il mio primo ricordo, invece, è quello della rimonta più incredibile di sempre: da 0-2 a 3-2, in tre minuti e anche qualche secondo nell’infuocato derby del marzo 1983: Dossena-Bonesso-Torrisi per il Toro del sergente Bersellini. Una vittoria che resta scolpita nella memoria, proprio come la malandrina buca scavata da Maspero che, di fatto, impedì la trasformazione dal dischetto del cileno Salas in un incredibile 3-3 dell’ottobre 2001. Potrei anche raccontarvi di quella volta in cui mi rifugiai in un cinema per non assistere ad un derby (cosa che un vero tifoso granata non dovrebbe mai fare): mi ricordo solo il titolo del film e il regista, Marie-Jo e i suoi due amori di Robert Guédiguian. Era il 17 novembre del 2002 e, credetemi, non ricordo nulla del film, credo di aver guardato l’orologio tre o quattrocento volte e soltanto a casa scoprii il risultato: 0-4 Del Piero (di tacco), Davids, Di Vaio e Nedved. Ad oggi è ancora l’unico derby non visto dal sottoscritto negli ultimi trent’anni. Il film peraltro non era niente di che. O almeno credo.

I padri sono diventati nonni e ancora oggi ricordano i duelli rusticani tra Sivori e Ferrini, oppure l’affaire Giagnoni-Causio, mentre i figli, nel frattempo diventati a loro volta padri, ricordano la corrida tra Casiraghi e Bruno in una lotta fatta di colpi durissimi (e bassissimi) in cui si buttò a capofitto Roberto Rambo Policano. Risultato finale: Juve batte Toro 1-0. Un Toro combattivo, generoso e ridotto in 9 che sfiorò più volte il pareggio al termine di un match che nell’immaginario collettivo granata è la summa del “tremendismo”. E poi ci sono i campioni. Boniperti, cannoniere per eccellenza con 14 reti; Gabetto con 12 (sette per i bianconeri, cinque per i granata), uno dei primi “traditori” che vestirono entrambe le casacche; poi Paolo Pulici (miglior realizzatore granata con 9 reti); la grandeur di Monsieur Platini; il calcio samba di Leo Junior (il più forte straniero della storia granata); e le gesta della strana coppia Sivori e Charles, di Capitan Mazzola senza dimenticare il Divin Codino Roberto Baggio. In campo corride e classe, in panchina personaggi fuori dagli schemi come Giovanni Trapattoni, il Trap, e Luigi Radice, il tecnico che portò il calcio olandese in Italia; il futuro campione del Mondo Marcello Lippi e il colbacco di Gustavo Giagnoni, sacerdote mancato; fino ad arrivare ad una lunga serie di allenatori-tifosi come Antonio Conte ed Emiliano Mondonico.

La Juventus è una figlia di papà. Di papà Agnelli e di tutta la generazione a venire. La Juve è stata la squadra di Charles, di Sivori, Platini, Baggio, Zidane. Il Torino invece è stato figlio della madre di tutte le sciagure: Superga. Andrei al di là della solita divisione convenzionale di una Juventus aristocratica e di un Torino popolare. Direi che la Juve è la squadra che si è tolta tutti gli sfizi, mentre il Toro spesso è stato costretto a scendere a patti con il destino»
Roberto Beccantini

Napoli - TorinoDomenica è alle porte. Un Toro giù di corda, e contestato dai suoi tifosi a causa degli ultimi risultati, affronta i bianconeri sempre al primo posto della serie A, lanciatissimi e ad un passo dalla qualificazione agli ottavi di Champions, in striscia positiva (5 vittorie nelle ultime 5 partite disputate tra campionato e coppa) e in netta ripresa dopo qualche piccolo passo falso di troppo. Ovviamente, viste classifica e rendimento, parlare di statistiche rischia di essere ridondante, ma i numeri parlano chiaro e i granata potranno colmare il gap soltanto ed esclusivamente disputando una partita perfetta in ogni parte del campo.

Partiamo dagli attacchi. La Juve ha segnato 28 goal contro i 7 del Toro, penultimo attacco del campionato, dietro ai granata solo l’Atalanta ha fatto peggio (5). La Juve concede pochissimo ai suoi avversari (7,7 tiri a partita) ed è la squadra che tira di più in serie A: 18.5 volte per match. Granata che tirano molto verso la porta (14.4 a partita), ma con poca precisione (solo 3 nello specchio). Juventus avanti in tutte le classifiche di rendimento: a vederla così, la missione per gli uomini di Ventura appare impossibile. Se Ventura accettasse un consiglio, gli suggerirei di aggredire i bianconeri evitando la tattica attendista degli ultimi derby giocati, aggredire come hanno fatto Genoa e Sassuolo, cioè le ultime a racimolare punti in campionato contro la Vecchia Signora. Il Toro dovrebbe snaturarsi, ma con un pronostico così chiuso non avrebbe senso continuare a esercitare uno sterile possesso palla (48%), senza riuscire a portare pericoli dalle parti di Buffon. Che senso ha conquistare le fasce e crossare molto (22 volte a partita) se poi i tuoi avanti non si fanno trovare pronti all’appuntamento? Perché provare a giocare di rimessa non avendo più le caratteristiche che hanno fatto la fortuna del Toro versione 2013-14 con CerciImmobile super protagonisti? Sulle fasce il Toro sviluppa la maggior parte del suo gioco, con Darmian a sinistra e Bruno Peres a destra che garantiscono spinta e proveranno a mettere in difficoltà Lichtsteiner e Evra. Due punte con Amauri-Quagliarella, oppure solo il napoletano a svariare con El Kaddouri falso nueveSanchez Miño a sostegno? In un modo o nell’altro, il Toro fino ad ora ha pagato dazio dell’incapacità delle sue punte di sfruttare le tante occasioni create. La manovra appare troppo prevedibile, lenta e farraginosa: il Toro dovrà essere più cinico e soprattutto più rapido.

Genoa - JuventusLa Juve, al contrario, insiste nel possesso palla (61%), rapide verticalizzazioni, con i tagli di Lichtsteiner e Asamoah (ed Evra) e le incursioni dei suoi centrocampisti Pogba, Vidal e Marchisio. Nonostante un Pirlo non brillantissimo e un Vidal a mezzo servizio, Allegri ha trovato la sua strada. Ha prima insistito sul modulo “contiano” (il 3-5-2), salvo poi adattarlo ad un più congeniale 4-3-3 (o 4-3-1-2) stravolgendo l’impianto difensivo, sfruttando la classe dei suoi centrocampisti e la vena del suo attaccante principe, Carlitos Tevez (9 reti, capocannoniere del campionato). Allegri attua un gioco meno arrembante e meno dispendioso rispetto a quello del suo predecessore, ma ottiene (seppur a ritmi più bassi) risultati e spettacolo. Sarà la giacchetta nera Davide Orsato di Schio ad arbitrare il match, al suo esordio nel derby della Mole. Il vicentino ha diretto i granata per 11 volte tra A e B: nella massima serie il Toro ha raccolto 2 vittorie, 3 pareggi e 3 sconfitte. Con i bianconeri il bilancio è di 19 partite, 6 vittorie, 9 pareggi e 4 sconfitte.

I bianconeri per allungare la striscia positiva (16 partite senza sconfitte) e record d’imbattibilità (910 minuti dall’ultimo goal subito); i granata per porre fine ad un digiuno lungo vent’anni, un deserto attraversato senza raccogliere lo straccio di una soddisfazione, un vuoto da colmare. Per la storia, per la statistica, per rompere una tradizione negativa e per ripartire almeno una volta, sotto il segno del tremendismo. Sotto il segno del Toro, almeno per il sottoscritto.

Questo articolo è stato pubblicato su Contropiede.net e Ilgiornale.it

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